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Max Boschini

Max Boschini

Max Boschini nasce a metà degli anni Settanta a Mantova, città nella quale tuttora vive e lavora. Si definisce un animo inquieto, incapace di trovare percorsi e strade che lo soddisfino totalmente. Dopo quasi due decadi di attività nell'ambito delle arti visive, con partecipazioni a festival e biennali un po' in tutto il mondo, decide che è ora di passare ad altro. Si cimenta in un radiodramma, ingarbuglia le parole, si mette a scrivere.

Max Boschini ha posto qualche domanda a Federico Cenci: appassionato e studioso di letteratura popolare e di genere, ha deciso a un certo punto di pubblicarsi quei libri che tanto voleva leggere ma che non trovava da nessuna parte, fondando nel 2014 la casa editricie romana Cliquot, oggi da lui condotta assieme a Paolo Guazzo, Roberta Rega e Cristina Barone.

Ho un debole per tutto ciò che di letterario arrivi dalla Russia, anche se fino ad oggi non ho mai avuto il piacere di recensire un romanzo fantascientifico proveniente da quelle latitudini. Certo, ci sono andato vicino con I tre grassoni, ma il romanzo di Jurij Oleša è più attinente al mondo della fiaba, tant’è che sulle pagine di questo sito l’ho inserito senza indugi nella categoria fantastico.

Lo avevo anticipato in chiusura alla recensione di Domingo il favoloso, il nome di Italo Cremona mi incuriosiva e mi sarebbe piaciuto trovare il tempo per approfondire qualcosa di suo. Complice il classico colpo di fortuna, dopo qualche giorno dalla fine del libro di Giovanni Arpino, in una delle librerie di seconda mano che sono solito frequentare, riesco a recuperare La coda della domenica, romanzo che Cremona pubblicò nel 1968 con Vallecchi, nella collana Narratori.

Confesso, avrei voluto recensire Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria in tempi non sospetti, nell’edizione del 1977 de Il Formichiere, per potermi fare bello su queste pagine. Poco male, ci ha pensato Frassinelli a ridare il giusto slancio al libro, facendoci conoscere uno scrittore non solo interessante, ma di quelli che piacciono a noi: misterioso, dimenticato, per certi versi di culto. Spinto dal desiderio di saperne di più, ho assistito all’evento numero tredici (un caso?) del Festivaletteratura di Mantova, dal titolo La stella nera di Giorgio De Maria. I due relatori, Cora De Maria e Luca Scarlini, non solo hanno rievocato i fantasmi e i tormenti di un genio tornato a interrogarci dall'Aldilà con le sue allucinazioni, ma hanno fornito agli astanti anche alcune suggestioni letterarie, per approfondire il tema di Torino come città magica, ma anche diabolica e metafisica. Tra i titoli emersi, Minuetto all’inferno di Elémire Zolla, L'ultima notte di Furio Jesi, La coda della cometa di Italo Cremona e infine Domingo il favoloso di Giovanni Arpino. È triste constatare come si tratti ormai di autori non più di moda, pur essendo stati un tempo scrittori “di peso” nel panorama editoriale del nostro paese.

l maestro, l’apprendista e l’aquilone, uno strano titolo per un libro di difficile classificazione, che ha il merito di essere molto bello e godibile. Racconto fantastico? Operetta filosofica? Poema in prosa? Forse un po’ di tutto questo, certo un’opera singolare, capace di scorrere veloce pur trattando temi complessi e densi di simbolismo.

Sissignore, non ho proprio idea da dove partire. Sissignore è un libro di difficile catalogazione, con il suo essere tante cose: ucronico, realista, di denuncia, sociologico, religioso e forse molto altro. Faccio mie le parole della quarta di copertina, perché la dicono lunga sulle 130 pagine che compongono l’intero romanzo. Perché alla fine di romanzo si tratta, almeno su questo non ci sono dubbi.

La Compagnia del Trivelin è un libro ingannevole, lascia presagire epica e mito, virando invece verso la commedia e poi la tragedia. Non mi spingo oltre, per non rovinare la lettura del libro, anche se già così è facile intuire il finale dopo aver letto i capitoli iniziali. Le vicende narrate da Giannetto Bongiovanni ci portano in Pianura Padana, ancora una volta in quella terra di confine che è il mantovano, quel non luogo tra Lombardia, Emilia e Veneto, la cui  geografia mutevole, a seconda del grado di scolarizzazione, della memoria e dal punto di osservazione, si è portati spesso a considerare priva del fascino mitologico che invece concediamo alle province limitrofe, come Modena o Reggio Emilia.

Ci sono autori a cui siamo molto affezionati, tra questi sicuramente Giuseppe Pederiali, che abbiamo già recensito due volte, con Povero assassino e Le città del diluvio. All’elenco si aggiunge Venivano dalle stelle, romanzo di fantascienza con venature gotiche, pubblicato nel 1974 da Campironi nella collana Il Torchio e ormai dimenticato da tempo, pur essendo molto attuale, forse ancora di più oggi che nel periodo nel quale venne scritto.

Il sepolcro di carta di Sergio Donati è un giallo come tanti altri, probabilmente non meritevole di molta attenzione, soprattutto a distanza di così tanti anni dalla sua pubblicazione. La cosa non va letta in chiave negativa, visto che fu scritto per finire in edicola per I Gialli Mondadori, con l’obiettivo di intrattenere per qualche ora, giusto il tempo di acquistare poi un nuovo numero della collana a distanza di qualche settimana. Ecco, pur ammettendo che non si tratta di un capolavoro, Il sepolcro di carta ha tuttavia qualche jolly da giocare, se non altro nella storia italiana del romanzo di genere.

Il tempo dell’esilio esce in Italia nell’ormai lontano 1973, anche se l’edizione originale venne pubblicata negli Stati Uniti quasi un decennio prima, nel 1964 con il titolo di Tongues of the Moon. È importante ricordare il contesto storico di quel periodo, la Guerra Fredda e il pericolo di una deflagrazione su larga scala che avrebbe potuto portare alla fine del mondo, così come concepito fino ad allora. Aggiungiamo la perdita della centralità dell’Europa, i tentativi di avvicinarsi alla Luna e il superamento di alcuni tabù sessuali e avremo a grandi linee il piano del gioco entro il quale Philip Jose Farmer ha costruito la trama del libro. Come prevedibile, lo scrittore americano non solo ha utilizzato i cliché classici della fantascienza, ma ha preso spunto dal reale per deformarlo, incutere paura, sgomento e tanta rabbia, verso quella razza di bipedi che tutto può, nel bene e nel male.

Confesso di aver acquistato questo libro, su una bancarella dell’usato, per vicinanza geografica, non per una qualsivoglia scintilla scoccata mentre spulciavo una pila di Cosmo Argento delle Edizioni Nord. Non conoscevo Luigi Menghini e quando sul risvolto di copertina ho letto che era nativo di Sermide, paese della della stessa provincia del sottoscritto, non ho resistito e ho sottratto al portafoglio i pochi euro richiesti dal venditore.

Non conoscevo Jurij Oleša, tantomeno il suo I tre grassoni, ma complice una bellissima copertina di Karel Thole e un titolo che mi incuriosiva, ho deciso di procurarmi questo libro, edito in Italia per la prima volta nel 1969 da Il Saggiatore.

A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, l'editore Vallecchi propone a Giovanni Papini di stampare in un'unica edizione le novelle ritenute più interessanti, tra quelle scritte dallo scrittore fiorentino in età giovanile. Il libro esce con il nome di Strane storie e segue di solo qualche mese un'altra raccolta, per lo stesso editore, dal titolo Concerto fantastico. 110 racconti, capricci, divertimenti, ritratti. Ad aiutarci nel comprendere le differenze tra i due libri è lo stesso Papini, nella seconda di copertina di Strane storie, dove dice che Concerto fantastico riunisce in un unico volume tutte le sue novelle, mentre nel primo sono raccolti i racconti scritti a inizio del secolo. Papini mette poi le mani avanti, avvertendo che le novelle “mostrano, perciò, molti segni della gioventù e soprattutto la mania della novità fino alla stravaganza, del paradosso fino all'assurdo, del rovesciamento fino al delirio”.

Romanzo con cocaina è il secondo titolo di un autore russo che trattiamo sul sito, anche se già questa prima frase contiene un mistero. M. Ageev non ha un volto, una biografia, nessuno sa bene chi sia, quasi come il protagonista della storia che racconta, vittima delle proprie insicurezze e al centro di un viaggio negli inferi dell'animo umano che non prevede biglietto di ritorno.

Dopo Nero di Tiziano Sclavi, ci occupiamo oggi di un altro libro edito da Camunia nel 1984, la casa editrice fondata da Raffaele Crovi. La smortina è un romanzo di Guglielmo Zucconi, intellettuale modenese, dove la città emiliana fa da quinta ad una storia di amori, passioni, intrighi e omicidi. Il nome di Modena non viene mai fatto, ma è la quarta di copertina a darci l’imbeccata giusta, ricordandoci come sia “popolare e borghese in parte goduriosa ed in parte arrivista, con un faccia serena e una controfaccia inquieta”.

Pallanotista in gioventù, avventuriero in guerra, giornalista, studioso, organizzatore di eventi e romanziere. Di Donato Martucci possiamo dire che è un pluridimenticato dallo sport e dal mondo della letteratura in genere: mi interessa poco il primo aspetto, se non che è giusto ricordare che dal 1947 al 1981 Martucci fu capo ufficio stampa del Coni e prezioso consigliere del presidente Giulio Onesti1, mentre in qualità di scrittore e di romanziere in particolare, sebbene non molto prolifico, diede alle stampe alcuni libri a mio avviso molto interessanti, tutti meritevoli di rilettura e di riscoperta.

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Per molto tempo ho pensato che al mantovano, inteso come territorio, mancasse una sorta di imprinting mitologico, tale da renderlo non solo folk ma anche freak, al pari delle province emiliane con cui confina, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Parma...
Una visione erronea, me ne rendo conto solo ora, dovuta certamente alle letture e agli ascolti adolescenziali tondelliani e punk-emiliani, alla quale solo recentemente sto cercando di porre rimedio, perché anche la mia terra di origine può vantare una letteratura tale da porla, agli occhi di un indagatore come il sottoscritto, nel pantheon dei luoghi mitologici. A Pietro Ghizzardi, Ulisse Barbieri e Clelia Marchi, di cui ho parlato nei mesi scorsi, aggiungo oggi Arturo Frizzi, irregolare ed incallito ciarlatano, nato a Mantova il 3 maggio 1864 da Carlo e da Angela Ferrari.

Dopo il manoscritto di Giuseppe Bodini, i richordi di Pietro Ghizzardi e le difficoltà di Nerone, accomunati da una sorta di origine geografica e dal medesimo desiderio di tramandare ai posteri ricordi e considerazioni, rimaniamo in zona per occuparci di Clelia Marchi e del suo lenzuolo.

Con la recensione di Povero assassino, il primo giallo di Giuseppe Pederiali ambientato a Milano (Fratelli Fabbri Editore, 1973), abbiamo avuto il piacere di occuparci di questo autore emiliano, quindi siamo rimasti in zona, spostandoci solo “di lato”, con Le città del diluvio, la cui trama si dipana tra il capoluogo meneghino e il delta del fiume Po.

Vasco Mariotti può essere considerato, senza ombra di dubbio, uno dei padri del giallo italiano, almeno da un punto di vista anagrafico, visto che fece parte della prima schiera che negli anni Trenta dovette soddisfare l’esigenza del regime fascista, in ottemperanza al progetto autarchico, di sviluppare una produzione libraria autoctona1.

In una recente intervista pubblicata su Medium Italia1, Tiziano Sclavi ha affermato di aver scritto nel corso della propria vita, un sacco di cose, tra cui parecchi romanzi, alcuni dei quali, una volta distribuiti, hanno poi ottenuto “un’esplosione di indifferenza totale”.

Questo è un libro che mi è particolarmente piaciuto e a cui sono molto legato; per l’occasione ho deciso di fare uno strappo alla regola non scritta, che vorrebbe che su questo sito si recensissero solo titoli di difficile reperibilità, parlando di un’opera che, seppur molto datata, è da poco stata ristampata da Relapsus, piccola casa editrice di Gallarate, nel varesotto. Il libro in questione si chiama Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana di Ulisse Barbieri, pubblicato per la prima volta nel 1868 dell’editore Natale Battezzati di Milano.

Sul finire degli anni Sessanta, il Belpaese visse un autentico boom del romanzo giallo, con un fiorire di pubblicazioni e collane su cui trovarono spazio anche diversi autori italiani, non più obbligati ad utilizzare pseudonimi anglosassoni come in passato, ma liberi di ricorrere al proprio nome di battesimo. Rispetto agli anni precedenti non solo aumentò la produzione, ma anche la qualità risultò migliore, come se il doverci mettere “la firma” obbligasse gli autori ad un maggior impegno, con soddisfazione di tutti, pubblico compreso. Il successo poi di Scerbanenco fece scuola e rese tutto più facile.

Giuseppe Pederiali è un nome che non necessita di molte presentazioni, capace in passato di coniugare con la sua scrittura il mondo del fantastico con quello del reale, dando alle stampe oltre una trentina di titoli interessanti e di successo. Detto questo, possiamo anche affermare che qualche "libraccio", nel senso più buono del termine, anche lui l’ha sulla coscienza. Senza scomodare Zora la vampira, di cui fu l'ideatore e della quale si potrebbe tornare a parlare in futuro, merita una menzione speciale, per il pubblico di Mattatoio n.5, il libro Povero assassino, uscito nel “lontano” 1973 per la Fratelli Fabbri Editore, nella collana Sotto accusa.

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