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Max Boschini

Max Boschini

Max Boschini nasce a metà degli anni Settanta a Mantova, città nella quale tuttora vive e lavora. Si definisce un animo inquieto, incapace di trovare percorsi e strade che lo soddisfino totalmente. Dopo quasi due decadi di attività nell'ambito delle arti visive, con partecipazioni a festival e biennali un po' in tutto il mondo, decide che è ora di passare ad altro. Si cimenta in un radiodramma, ingarbuglia le parole, si mette a scrivere.

Ogni tanto ci permettiamo qualche digressione, trasgredendo alla regola di non scrivere mai di libri di recente pubblicazione: la curiosità di conoscere, il piacere di leggere cose sempre nuove non dovrebbero mai venir meno, pure in quelli di noi che sono soliti prediligere libri polverosi e mangiucchiati dagli psocotteri. Detto questo, oggi voglio parlarvi di Social classici. 50 capolavori letterari ripensati al tempo degli smartphone, edito da Clichy e giunto in libreria da qualche settimana.

Lo confesso, mi sono recato a Mantova nei giorni del Festivaletteratura. A mia discolpa posso dire che a differenza dello scorso anno, questa volta non ho frequentato nessun evento particolare: il mio interesse per la kermesse letteraria si è limitato a quella zona di piazza Sordello dove trovavano ospitalità alcune bancarelle dell’usato. Tra queste, la più interessante proponeva un lungo tavolaccio, sul quale trovavano spazio torri e pile di vecchi libri, venduti con la formula del “tre per dieci euro”: inutile dire che diversi biglietti rossi hanno lasciato il mio portafoglio e che lo zaino si è riempito di parecchie cosette interessanti. In queste occasioni si acquista compulsivamente, attratti da copertine inusuali e colori vivaci, sperando sempre di trovare la piccola perla dimenticata. Siamo tutti un po’ cacciatori di libri, spinti dai consigli dei “vicini” di banco o da rapide consultazioni su Google. Stavo appunto curiosando, quando Gino, questo il nome del proprietario del banco, mi ha visto pescare dal mucchio un piccolo libro giallo, edito dalla Sugar sul finire degli anni Cinquanta, con due pugili in copertina. Senza pensarci due volte, Gino ha pensato bene di darmi un suggerimento: “Prendilo, quella è roba forte”. Potevo ignorare le sue parole? Grazie Gino, sono felice che tu ti sia preso la briga di spingermi all’acquisto di Un povero scemo, perché il romanzo di Erskine Caldwell è un piccolo capolavoro, letto tutto d’un fiato e grazie al quale mi è tornata la voglia di scrivere quassù, per condividere con voi la gioia di una gradita scoperta.

Per sfamare la mia bramosia di libri e alimentare gli effetti dello tsundoku1, sono solito passare le domeniche in giro per mercatini delle pulci, alla ricerca di improbabili titoli, di affaroni da non lasciarsi sfuggire e di cose da recensire su queste pagine. Capite come la colpa sia anche in parte vostra, la responsabilità di tenere in vita Mattatoio n.5 mi procura stress, ansia e desiderio di evasione. Per questo motivo, non mi limito ad acquistare compulsivamente polverose edizioni cartacee, ma anche dischi in vinile e cose da appendere alle pareti di casa, indifferente al fatto che siano stampe, quadri o manifesti pubblicitari.

Max Boschini ha posto qualche domanda a Federico Cenci: appassionato e studioso di letteratura popolare e di genere, ha deciso a un certo punto di pubblicarsi quei libri che tanto voleva leggere ma che non trovava da nessuna parte, fondando nel 2014 la casa editricie romana Cliquot, oggi da lui condotta assieme a Paolo Guazzo, Roberta Rega e Cristina Barone.

Ho un debole per tutto ciò che di letterario arrivi dalla Russia, anche se fino ad oggi non ho mai avuto il piacere di recensire un romanzo fantascientifico proveniente da quelle latitudini. Certo, ci sono andato vicino con I tre grassoni, ma il romanzo di Jurij Oleša è più attinente al mondo della fiaba, tant’è che sulle pagine di questo sito l’ho inserito senza indugi nella categoria fantastico.

Lo avevo anticipato in chiusura alla recensione di Domingo il favoloso, il nome di Italo Cremona mi incuriosiva e mi sarebbe piaciuto trovare il tempo per approfondire qualcosa di suo. Complice il classico colpo di fortuna, dopo qualche giorno dalla fine del libro di Giovanni Arpino, in una delle librerie di seconda mano che sono solito frequentare, riesco a recuperare La coda della domenica, romanzo che Cremona pubblicò nel 1968 con Vallecchi, nella collana Narratori.

Confesso, avrei voluto recensire Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria in tempi non sospetti, nell’edizione del 1977 de Il Formichiere, per potermi fare bello su queste pagine. Poco male, ci ha pensato Frassinelli a ridare il giusto slancio al libro, facendoci conoscere uno scrittore non solo interessante, ma di quelli che piacciono a noi: misterioso, dimenticato, per certi versi di culto. Spinto dal desiderio di saperne di più, ho assistito all’evento numero tredici (un caso?) del Festivaletteratura di Mantova, dal titolo La stella nera di Giorgio De Maria. I due relatori, Cora De Maria e Luca Scarlini, non solo hanno rievocato i fantasmi e i tormenti di un genio tornato a interrogarci dall'Aldilà con le sue allucinazioni, ma hanno fornito agli astanti anche alcune suggestioni letterarie, per approfondire il tema di Torino come città magica, ma anche diabolica e metafisica. Tra i titoli emersi, Minuetto all’inferno di Elémire Zolla, L'ultima notte di Furio Jesi, La coda della cometa di Italo Cremona e infine Domingo il favoloso di Giovanni Arpino. È triste constatare come si tratti ormai di autori non più di moda, pur essendo stati un tempo scrittori “di peso” nel panorama editoriale del nostro paese.

l maestro, l’apprendista e l’aquilone, uno strano titolo per un libro di difficile classificazione, che ha il merito di essere molto bello e godibile. Racconto fantastico? Operetta filosofica? Poema in prosa? Forse un po’ di tutto questo, certo un’opera singolare, capace di scorrere veloce pur trattando temi complessi e densi di simbolismo.

Sissignore, non ho proprio idea da dove partire. Sissignore è un libro di difficile catalogazione, con il suo essere tante cose: ucronico, realista, di denuncia, sociologico, religioso e forse molto altro. Faccio mie le parole della quarta di copertina, perché la dicono lunga sulle 130 pagine che compongono l’intero romanzo. Perché alla fine di romanzo si tratta, almeno su questo non ci sono dubbi.

La Compagnia del Trivelin è un libro ingannevole, lascia presagire epica e mito, virando invece verso la commedia e poi la tragedia. Non mi spingo oltre, per non rovinare la lettura del libro, anche se già così è facile intuire il finale dopo aver letto i capitoli iniziali. Le vicende narrate da Giannetto Bongiovanni ci portano in Pianura Padana, ancora una volta in quella terra di confine che è il mantovano, quel non luogo tra Lombardia, Emilia e Veneto, la cui  geografia mutevole, a seconda del grado di scolarizzazione, della memoria e dal punto di osservazione, si è portati spesso a considerare priva del fascino mitologico che invece concediamo alle province limitrofe, come Modena o Reggio Emilia.

Ci sono autori a cui siamo molto affezionati, tra questi sicuramente Giuseppe Pederiali, che abbiamo già recensito due volte, con Povero assassino e Le città del diluvio. All’elenco si aggiunge Venivano dalle stelle, romanzo di fantascienza con venature gotiche, pubblicato nel 1974 da Campironi nella collana Il Torchio e ormai dimenticato da tempo, pur essendo molto attuale, forse ancora di più oggi che nel periodo nel quale venne scritto.

Il sepolcro di carta di Sergio Donati è un giallo come tanti altri, probabilmente non meritevole di molta attenzione, soprattutto a distanza di così tanti anni dalla sua pubblicazione. La cosa non va letta in chiave negativa, visto che fu scritto per finire in edicola per I Gialli Mondadori, con l’obiettivo di intrattenere per qualche ora, giusto il tempo di acquistare poi un nuovo numero della collana a distanza di qualche settimana. Ecco, pur ammettendo che non si tratta di un capolavoro, Il sepolcro di carta ha tuttavia qualche jolly da giocare, se non altro nella storia italiana del romanzo di genere.

Il tempo dell’esilio esce in Italia nell’ormai lontano 1973, anche se l’edizione originale venne pubblicata negli Stati Uniti quasi un decennio prima, nel 1964 con il titolo di Tongues of the Moon. È importante ricordare il contesto storico di quel periodo, la Guerra Fredda e il pericolo di una deflagrazione su larga scala che avrebbe potuto portare alla fine del mondo, così come concepito fino ad allora. Aggiungiamo la perdita della centralità dell’Europa, i tentativi di avvicinarsi alla Luna e il superamento di alcuni tabù sessuali e avremo a grandi linee il piano del gioco entro il quale Philip Jose Farmer ha costruito la trama del libro. Come prevedibile, lo scrittore americano non solo ha utilizzato i cliché classici della fantascienza, ma ha preso spunto dal reale per deformarlo, incutere paura, sgomento e tanta rabbia, verso quella razza di bipedi che tutto può, nel bene e nel male.

Confesso di aver acquistato questo libro, su una bancarella dell’usato, per vicinanza geografica, non per una qualsivoglia scintilla scoccata mentre spulciavo una pila di Cosmo Argento delle Edizioni Nord. Non conoscevo Luigi Menghini e quando sul risvolto di copertina ho letto che era nativo di Sermide, paese della della stessa provincia del sottoscritto, non ho resistito e ho sottratto al portafoglio i pochi euro richiesti dal venditore.

Non conoscevo Jurij Oleša, tantomeno il suo I tre grassoni, ma complice una bellissima copertina di Karel Thole e un titolo che mi incuriosiva, ho deciso di procurarmi questo libro, edito in Italia per la prima volta nel 1969 da Il Saggiatore.

A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, l'editore Vallecchi propone a Giovanni Papini di stampare in un'unica edizione le novelle ritenute più interessanti, tra quelle scritte dallo scrittore fiorentino in età giovanile. Il libro esce con il nome di Strane storie e segue di solo qualche mese un'altra raccolta, per lo stesso editore, dal titolo Concerto fantastico. 110 racconti, capricci, divertimenti, ritratti. Ad aiutarci nel comprendere le differenze tra i due libri è lo stesso Papini, nella seconda di copertina di Strane storie, dove dice che Concerto fantastico riunisce in un unico volume tutte le sue novelle, mentre nel primo sono raccolti i racconti scritti a inizio del secolo. Papini mette poi le mani avanti, avvertendo che le novelle “mostrano, perciò, molti segni della gioventù e soprattutto la mania della novità fino alla stravaganza, del paradosso fino all'assurdo, del rovesciamento fino al delirio”.

Romanzo con cocaina è il secondo titolo di un autore russo che trattiamo sul sito, anche se già questa prima frase contiene un mistero. M. Ageev non ha un volto, una biografia, nessuno sa bene chi sia, quasi come il protagonista della storia che racconta, vittima delle proprie insicurezze e al centro di un viaggio negli inferi dell'animo umano che non prevede biglietto di ritorno.

Dopo Nero di Tiziano Sclavi, ci occupiamo oggi di un altro libro edito da Camunia nel 1984, la casa editrice fondata da Raffaele Crovi. La smortina è un romanzo di Guglielmo Zucconi, intellettuale modenese, dove la città emiliana fa da quinta ad una storia di amori, passioni, intrighi e omicidi. Il nome di Modena non viene mai fatto, ma è la quarta di copertina a darci l’imbeccata giusta, ricordandoci come sia “popolare e borghese in parte goduriosa ed in parte arrivista, con un faccia serena e una controfaccia inquieta”.

Pallanotista in gioventù, avventuriero in guerra, giornalista, studioso, organizzatore di eventi e romanziere. Di Donato Martucci possiamo dire che è un pluridimenticato dallo sport e dal mondo della letteratura in genere: mi interessa poco il primo aspetto, se non che è giusto ricordare che dal 1947 al 1981 Martucci fu capo ufficio stampa del Coni e prezioso consigliere del presidente Giulio Onesti1, mentre in qualità di scrittore e di romanziere in particolare, sebbene non molto prolifico, diede alle stampe alcuni libri a mio avviso molto interessanti, tutti meritevoli di rilettura e di riscoperta.

Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit? Macché, è evidente che su questo sito piacciono più le cose dimenticate e da riscoprire, per cui al bando il lorem ipsum e viva l’etaoin shrdlu, espressione un tempo usata dagli operatori delle Linotype per testarne l’efficienza. Su queste macchine per la composizione tipografica le lettere erano ordinate  in base alla frequenza d'uso, e quelle di etaoin shrdlu comparivano in ordine sulle prime due colonne da sinistra. Spesso, quando facevano un errore, gli operatori scorrevano con il dito sulle due colonne per inserire la stringa di testo, segnalare la presenza di un errore e ritrovarlo più facilmente in seguito1. Col tempo l’espressione cominciò ad essere utilizzata anche in modo ironico e spiritoso, tanto da condurci al bellunese Beniamino Dal Fabbro e al suo ultimo romanzo edito, Etaoin.

Per molto tempo ho pensato che al mantovano, inteso come territorio, mancasse una sorta di imprinting mitologico, tale da renderlo non solo folk ma anche freak, al pari delle province emiliane con cui confina, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Parma...
Una visione erronea, me ne rendo conto solo ora, dovuta certamente alle letture e agli ascolti adolescenziali tondelliani e punk-emiliani, alla quale solo recentemente sto cercando di porre rimedio, perché anche la mia terra di origine può vantare una letteratura tale da porla, agli occhi di un indagatore come il sottoscritto, nel pantheon dei luoghi mitologici. A Pietro Ghizzardi, Ulisse Barbieri e Clelia Marchi, di cui ho parlato nei mesi scorsi, aggiungo oggi Arturo Frizzi, irregolare ed incallito ciarlatano, nato a Mantova il 3 maggio 1864 da Carlo e da Angela Ferrari.

Dopo il manoscritto di Giuseppe Bodini, i richordi di Pietro Ghizzardi e le difficoltà di Nerone, accomunati da una sorta di origine geografica e dal medesimo desiderio di tramandare ai posteri ricordi e considerazioni, rimaniamo in zona per occuparci di Clelia Marchi e del suo lenzuolo.

Con la recensione di Povero assassino, il primo giallo di Giuseppe Pederiali ambientato a Milano (Fratelli Fabbri Editore, 1973), abbiamo avuto il piacere di occuparci di questo autore emiliano, quindi siamo rimasti in zona, spostandoci solo “di lato”, con Le città del diluvio, la cui trama si dipana tra il capoluogo meneghino e il delta del fiume Po.

Vasco Mariotti può essere considerato, senza ombra di dubbio, uno dei padri del giallo italiano, almeno da un punto di vista anagrafico, visto che fece parte della prima schiera che negli anni Trenta dovette soddisfare l’esigenza del regime fascista, in ottemperanza al progetto autarchico, di sviluppare una produzione libraria autoctona1.

In una recente intervista pubblicata su Medium Italia1, Tiziano Sclavi ha affermato di aver scritto nel corso della propria vita, un sacco di cose, tra cui parecchi romanzi, alcuni dei quali, una volta distribuiti, hanno poi ottenuto “un’esplosione di indifferenza totale”.

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