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Lontano dai furori delle avanguardie transalpine, lontano dal purismo formale degli spiriti tedeschi, lontano dalla convulsione intellettuale dei surrealismi gallici, dall’eversismo fatto bandiera dal futurismo romano e milanese. Ancora lontano, in tempi più recenti dal concettualismo ideologico dei lettristi e dei situazionisti parigini, dei pop-artisti e della loro apologia di tutto ciò che è lisergico, lontano dai fautori dell’intervento chimico sulla psiche in favore di una nuova visione del mondo, dal casualizzare del dadaismo e dal sorseggiare del movimento hippy: molto lontano da questi clamori della modernità, per tutto il Novecento lungo la duplice lingua di terra che racchiude il fiume Po, viveva un tipo di visionario di tutt’altra caratura: il matto di golena.

Scrivo queste note alla pallida luce elettrica della mia lampadina, mentre il mondo esterno si prepara ai nuovi cataclismi provocati dalla pandemia. In questa attualità un po’ cialtrona, abbasso il volume del presente e mi perdo tra le pagine de La papessa del diavolo, scritto da Jehan Sylvius e Pierre de Ruynes e ristampato alcuni anni fa da Castelvecchi nella collana Biblioteca dell'immaginario.

Di solito su queste pagine trattiamo di testi polverosi e difficili da reperire. Poi capita qualche eccezione, come nel caso di Pura razza bastarda, libro uscito nel 2018 per Laurana Editore e che ho letto recentemente. Corposo, sia per la mole che per la quantità dei temi trattati, il lavoro dello scrittore Paolo Grugni si presta a più interpretazioni: romanzo, diario, ricerca storica, almanacco sportivo e musicale. 

Nel 1992, in occasione dei trent’anni della casa editrice Adelphi, venne lanciata la collana i peradam. Roberto Calasso dichiarò sulle pagine de La Repubblica che "la necessità di una nuova collana nasceva dal bisogno di ripopolare la zona saggistica con qualche iniezione di pensiero. A distanza di 30 anni, Davide Rosso prende in esame alcune recenti uscite, occupandosi di Robert Eisler, Antonin Artaud, Giorgio Manganelli e Emil Cioran.

Traduttrice, sceneggiatrice, agente e critica d’arte, la figura di Lucia Drudi Demby è una delle più singolari, all'interno del mondo "culturale" italiano. Veneziana di origine, nasce infatti nella città lagunare nel 1924; viene a mancare a metà degli anni Novanta in quel di Firenze. Tra le due date, una vita all'insegna anche della scrittura, con la pubblicazione di sei libri, le cui uscite sono concentrate nell'arco di una dozzina d’anni, tra il 1973 e il 1985. Una sua biografia molto esaustiva e completa è disponibile sul sito Enciclopedia delle donne.

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