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La casa del buio è uno Sperling & Kupfer del 2002, scritto da Stephen King e Peter Straub (traduzione di Maria Teresa Marenco). Il romanzo, uscito nel 2001, due anni dopo l’incidente quasi mortale che coinvolse King nel 1999, appartiene di diritto all’ultima fase, quella giustamente definita da Giovanni Arduino, in un bel numero di Linus dedicato allo scrittore americano, malinconica e melanconica. In questa fase però, King raggiunge anche la sua piena maturità, quasi una piacevolezza narrativa (quasi) senza più padri o padroni.

Il clima ansiogeno di questi giorni1 contagia la comunicazione televisiva e digitale: caccia alle mascherine, orribili racconti su malati intubati, cadaveri portati via di nascosto dalle autorità, ambulatori avveniristici e voli di biocontenimento; nell'età multimediale la potenza evocativa della comunicazione materializza nuovamente paure antiche di complottismo millenarista.

Non ho l’obbligo di rispettare scalette o disposizioni particolari, rispondo solo a me stesso e ai pochi lettori del sito. Dico questo perché voglio esordire con una domanda: “Com'è possibile che La Gana sia un libro disperso e dimenticato?”. Nel nostro Paese non si trova praticamente nulla che lo riguardi e di questo faccio fatica a capacitarmene. Zero di zero, qualche riga o poco più. Dico questo con rammarico, invitandovi a recuperarlo, perché La Gana è uno di quei libri che non si dimenticano, un autentico pugno nello stomaco del quale non si può che parlarne… male.

Nelle magiche edicole degli anni ’70, oltre a certi fumetti neri da stazione che uscivano all’epoca, era possibile trovare un nutrito numero di riviste dedicate ai fotofilm, ossia cineromanzi e fotoromanzi originali infarciti di grand guignol, trame contorte e stravaganti e dosi massicce di sesso. Pellicole sexy horror, sexy thriller, sexy e basta girate tra lugubri castelli o panorami mozzafiato ammaliati dalla presenza di muse femminili che hanno fatto sognare gli spettatori dell’epoca. Rosalba Neri, Rita Calderoni, Edwige Fenech, Cristina Airoldi, Sylva Coscina, Femi Benussi, corpi di attrici calde e surreali, chiamate a impersonare vampire assatanate, femmine lussuriose o personaggi sempre al limite, paragonabili appunto a quelli automatici dei fumetti neri di allora. In tal senso, penso soprattutto a collane che hanno amalgamato l’orrore, il thriller con il sesso, il sadismo e la necrofilia: Oltretomba gigante, Terror gigante, Il vampiro presenta, Lo scheletro presenta, Jacula, Vampirissimo, I sanguinari.

Un titolo azzeccato, questo, in periodo di cattività casalinga. Lo cercavo da tempo ad un prezzo abbordabile e dopo mesi di attesa, riesco giusto a recuperarlo all’inizio delle prime misure di contenimento del coronavirus. Un segno? Non credo, o almeno, per ora non mi è ancora successo di essere scaraventato fuori casa da una torva di vicini impazziti. Che dire… rimango alla finestra, in attesa.

Requiem for Richard Laymon

Ho tentennato un po' prima di scrivere questo articolo, in parte perché di Richard Laymon so quasi nulla. Di esperti su di lui ce ne saranno, ma non devono essersi sprecati perché su internet (in italiano) si trova pochino. In un volume di Monster Masters di qualche anno fa era possibile leggere alcune cose su di lui dette dalla moglie Ann Marshall. Su youtube circola una intervista degli anni ’90, con lo scrittore che si dondola sornione su una sedia, il viso largo a frittella, gli occhietti piccoli dietro le lenti dei grandi occhiali, il fisico corpulento e obeso.

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