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Paolo Falconi è autore del saggio La bella Elvira, l’unico testo che affronti la tematica del Delitto del Corpus Domini del 1947. Ho avuto la fortuna di conoscere Paolo Falconi, giornalista esperto e saggista di grande classe, oltre che persona seria e generosa. In questa sede mi interessa capire alcuni dettagli della sua attività.

Berlusconi è passato dall’altra parte. Alla fine è capitato pure a lui. Un granello di polvere ha inceppato il meccanismo dello storytelling infinito. Nelle ore e nei giorni successivi alla sua scomparsa ho smesso di leggere giornali, di guardare la Tv. Avvertivo un fastidio profondo per quell’invadenza mediatica, per i funerali di Stato, eccetera. Lo dico da subito: non ho mai provato simpatia per il personaggio, non l’ho mai votato e, al solo vederlo, percepivo un senso di fastidio. Non l’ho detestato per la questione delle donnine discinte che gli giravano intorno (figurarsi, non sono un moralista), tantomeno per le accuse, pesantissime, di collusioni mafiose (non amo i complottismi e, fino a prova contraria, non mi piace pensare a un tre volte presidente del consiglio che traffica con gli stragisti) o per i mille processi in cui è incappato (per finire con mille mezzucci quasi sempre assolto, tranne una volta in cui è andato ai servizi sociali); il mio disagio è sempre stato qualcosa di inspiegabile, uno “stare sui cabassisi” a pelle, per quell’aria da smargiasso coi soldi, da piazzista col sorriso di plastica e fondotinta marrone. Poi non amo i narcisisti, i megalomani in generale.

Gli Stati Uniti d’America, per noi europei, costituiscono da sempre un oggetto di studio in tutte le loro sfaccettature, vuoi per l’influenza che da quasi un secolo esercitano sulla cultura di massa, vuoi per uno strano senso di “sudditanza” che ci trasciniamo dietro dalla fine della Seconda Guerra Mondiale o forse perché, molto più banalmente, ci lasciamo sedurre da quel senso di innato ulissismo che caratterizza la loro Storia fin dallo sbarco dei primi coloni dalla Mayflower.

Ho saputo dell’esistenza del libro di Matthew Phipps Shiel, La nube purpurea, da un articolo di Giorgio Manganelli. L’autore di Centuria, solitamente piuttosto distaccato nei giudizi (o snob, ma poteva permetterselo) si lanciava in uno spericolato encomio definendo capolavoro il romanzo dello sconosciuto (a me almeno) scrittore inglese e trovando ingiusto che fosse tanto dimenticato in Italia come in patria.

Ho acquistato questo interessante libro dopo un incontro fortuito al Festival della Letteratura di Mantova. Tra una presentazione e l'altra, nel vortice delle tante parole al vento tipiche di quei giorni, mi ha colpito il consiglio di Ernesto Valerio di readerforblind: "Leggi Mi troverai nel fuoco di Robert Lowry, è come un pugno nello stomaco".

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