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l maestro, l’apprendista e l’aquilone, uno strano titolo per un libro di difficile classificazione, che ha il merito di essere molto bello e godibile. Racconto fantastico? Operetta filosofica? Poema in prosa? Forse un po’ di tutto questo, certo un’opera singolare, capace di scorrere veloce pur trattando temi complessi e densi di simbolismo.

Sissignore, non ho proprio idea da dove partire. Sissignore è un libro di difficile catalogazione, con il suo essere tante cose: ucronico, realista, di denuncia, sociologico, religioso e forse molto altro. Faccio mie le parole della quarta di copertina, perché la dicono lunga sulle 130 pagine che compongono l’intero romanzo. Perché alla fine di romanzo si tratta, almeno su questo non ci sono dubbi.

La Compagnia del Trivelin è un libro ingannevole, lascia presagire epica e mito, virando invece verso la commedia e poi la tragedia. Non mi spingo oltre, per non rovinare la lettura del libro, anche se già così è facile intuire il finale dopo aver letto i capitoli iniziali. Le vicende narrate da Giannetto Bongiovanni ci portano in Pianura Padana, ancora una volta in quella terra di confine che è il mantovano, quel non luogo tra Lombardia, Emilia e Veneto, la cui  geografia mutevole, a seconda del grado di scolarizzazione, della memoria e dal punto di osservazione, si è portati spesso a considerare priva del fascino mitologico che invece concediamo alle province limitrofe, come Modena o Reggio Emilia.

Ci sono autori a cui siamo molto affezionati, tra questi sicuramente Giuseppe Pederiali, che abbiamo già recensito due volte, con Povero assassino e Le città del diluvio. All’elenco si aggiunge Venivano dalle stelle, romanzo di fantascienza con venature gotiche, pubblicato nel 1974 da Campironi nella collana Il Torchio e ormai dimenticato da tempo, pur essendo molto attuale, forse ancora di più oggi che nel periodo nel quale venne scritto.

Il sepolcro di carta di Sergio Donati è un giallo come tanti altri, probabilmente non meritevole di molta attenzione, soprattutto a distanza di così tanti anni dalla sua pubblicazione. La cosa non va letta in chiave negativa, visto che fu scritto per finire in edicola per I Gialli Mondadori, con l’obiettivo di intrattenere per qualche ora, giusto il tempo di acquistare poi un nuovo numero della collana a distanza di qualche settimana. Ecco, pur ammettendo che non si tratta di un capolavoro, Il sepolcro di carta ha tuttavia qualche jolly da giocare, se non altro nella storia italiana del romanzo di genere.

Il tempo dell’esilio esce in Italia nell’ormai lontano 1973, anche se l’edizione originale venne pubblicata negli Stati Uniti quasi un decennio prima, nel 1964 con il titolo di Tongues of the Moon. È importante ricordare il contesto storico di quel periodo, la Guerra Fredda e il pericolo di una deflagrazione su larga scala che avrebbe potuto portare alla fine del mondo, così come concepito fino ad allora. Aggiungiamo la perdita della centralità dell’Europa, i tentativi di avvicinarsi alla Luna e il superamento di alcuni tabù sessuali e avremo a grandi linee il piano del gioco entro il quale Philip Jose Farmer ha costruito la trama del libro. Come prevedibile, lo scrittore americano non solo ha utilizzato i cliché classici della fantascienza, ma ha preso spunto dal reale per deformarlo, incutere paura, sgomento e tanta rabbia, verso quella razza di bipedi che tutto può, nel bene e nel male.

Nel 1987 lo scrittore di crime fiction Lawrence Block viene chiamato a completare, con un finale che trovo francamente incoerente e frettoloso, un romanzo lasciato incompleto dal suo illustre predecessore Cornell Woolrich, morto diciannove anni prima. Lo si può quindi considerare come il libro dell’addio definitivo di Woolrich; Dentro la notte è un titolo quanto mai idoneo ad un commiato, tanto più che stiamo parlando di un autore che non ha fatto altro che scandagliare l’oscurità, descriverla in tutte le sue più cupe sfumature.

“Continuò a camminare, in stato di choc. In un secondo o due la vita intera aveva mutato d’aspetto ed era divenuta più chiara, come se fosse stato cieco fin dalla nascita e avesse ora ricevuto i primi barlumi di luce. Adesso, guardando di fronte a sé, non si vedeva più davanti un muro nudo e disadorno, ma vedeva attraverso una tenda oltre la quale la vita si manifestava in modo, sì, incerto, ma almeno percettibile. I suoi passi sul selciato scandivano le parole: ‘Non c’è morte. Non c’è morte’.”

Confesso di aver acquistato questo libro, su una bancarella dell’usato, per vicinanza geografica, non per una qualsivoglia scintilla scoccata mentre spulciavo una pila di Cosmo Argento delle Edizioni Nord. Non conoscevo Luigi Menghini e quando sul risvolto di copertina ho letto che era nativo di Sermide, paese della della stessa provincia del sottoscritto, non ho resistito e ho sottratto al portafoglio i pochi euro richiesti dal venditore.

Ripubblichiamo una retrospettiva uscita originalmente nel dicembre 1982 su City Fanzine, a firma di Gian Filippo Pizzo, che ringraziamo per averci concesso questo onore. Il testo è sicuramente datato, ma le cose non sono cambiate poi così tanto da allora e lasciamo a voi lettori la possibilità di inserire nei commenti le vostre opinioni in merito.

Scrivere una riflessione su Stephen King dopo il bellissimo articolo di Nicola Lagioia apparso l’anno scorso su Internazionale, sembra un’impresa estremamente ambiziosa, tuttavia, in concomitanza con l’uscita nelle sale italiane del primo dei due film tratti da It, vale la pena di provarci, magari con l’intento di offrire nuove chiavi di lettura sul capolavoro del Re dell’horror.

Non conoscevo Jurij Oleša, tantomeno il suo I tre grassoni, ma complice una bellissima copertina di Karel Thole e un titolo che mi incuriosiva, ho deciso di procurarmi questo libro, edito in Italia per la prima volta nel 1969 da Il Saggiatore.

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