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Ho letto Anodos di George MacDonald tutto d'un fiato, chiedendomi in più di una occasione dove la trama potesse andare a parare, per quel gran finale che siamo solito aspettarci da un romanzo. La prima impressione, dopo aver raggiunto la l’ultima pagina, è che il Anodos sia più una raccolta di esperienze fantastiche che un romanzo compiuto, nel senso classico del termine, con un inizio e una fine. 

Nel 1994 esce nei grandi tascabili della Newton un volume dal titolo Profondo thrilling; si tratta di una rilettura (alquanto fedele) di 5 film di Dario Argento. In realtà il volume è un’espansione rivista di un volume uscito edito da Sonzogno nel giugno del 1975, quando la fama di Argento ha raggiunto l’apice con l’uscita (nel marzo di quel medesimo anno) di Profondo rosso, capolavoro thrilling del regista romano.

Ho trovato La festa del raccolto per caso, nella cesta dei libri che si possono scambiare messa a disposizione dalla biblioteca del mio paese. Cercavo il romanzo di Thomas Tryon da così tanto tempo da non ricordarne nemmeno bene il motivo, visto che non è uno di quei titoli che tutti cercano e che il suo autore è pressoché uno sconosciuto, almeno nel nostro paese. Devo dire che tutto questo ha giovato alla lettura, libera da preconcetti e da influenze varie: mi capita spesso che una recensione influisca sulle aspettative o sveli quegli aspetti del libro che invece andrebbero tenuti segreti.

Rimesto ancora in questi sublimi volumetti da edicola degli anni ’70. Parossismo esce il 5 ottobre del 1970, quando la collana è ormai orientata verso un nuovo tipo di thrilling, verso una sensibilità più moderna e sperimentale rispetto al gotico.

Sono un fan dei thriller nordici da quando in Italia uscì, negli anni Novanta, quel capolavoro assoluto de Il senso di Smilla per la neve, che, a distanza di quasi trent’anni, credo rimanga una delle massime vette toccate dalla letteratura europea contemporanea e che non esito a definire da premio Nobel. Peter Høeg, un personaggio con una vita già romanzesca di suo, mascherò dietro un avvincente giallo imperniato sulla misteriosa morte di un bambino di origine inuit groenlandese, una serie di profonde riflessioni sulle diverse declinazioni del rapporto tra Uomo e Ambiente: da un lato quello egoistico, arraffone e sfruttatore degli europei “civilizzati”, imperniato esclusivamente su logiche di profitto; dall’altro quello rispettoso e sottilmente panteista degli inuit, ridotti a relitti della società nella “civilissima” Copenaghen di oggi.

Torno, con brevi abbozzi, ad occuparmi di ciò che conta davvero, ossia di questa letteratura automatica degli anni ’60 e ’70, letteratura da edicola a 250 lire. La collana dei KKK1, a mio avviso, ha elementi molto più interessanti rispetto a quella dei coevi Racconti di Dracula. Si tratta infatti di una collana che, alla necrologia di un gotico di cartapesta, innesta una vena moderna e nervosa capace di allacciarsi a uno dei generi più dirompenti di quegli anni: il thrilling italiano, il nostro giallo italiano inventato da Mario Bava e, soprattutto, Dario Argento.

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