Thriller
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Thriller

Nel 2009 uscì per il Giallo Mondadori una preziosa antologia thrilling curata da Stefano Di Marino intitolata Il mio vizio è una stanza chiusa. L’antologia aveva il merito di raccogliere scrittori come Claudia Salvatori, Andrea Carlo Cappi, Alda Teodorani, Barbara Baraldi, Danilo Arona; l’intento era quello di riportare la scrittura alle radici di un genere che aveva trovato nel cinema il suo terreno d’elezione.

Confesso di aver scoperto la filmografia di Fernando Di Leo solo di recente, partendo dalla cosiddetta «trilogia del milieu»: Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss, realizzati tra il 1972 e il 1973. In questi tre film il poliziottesco tocca uno dei suoi vertici, pur con i necessari distinguo dettati dalla forte impronta autoriale di Di Leo, che vi innesta un sottotesto morale e uno sguardo quasi entomologico sui personaggi.

Di solito su queste pagine trattiamo di testi polverosi e difficili da reperire. Poi capita qualche eccezione, come nel caso di Pura razza bastarda, libro uscito nel 2018 per Laurana Editore e che ho letto recentemente. Corposo, sia per la mole che per la quantità dei temi trattati, il lavoro dello scrittore Paolo Grugni si presta a più interpretazioni: romanzo, diario, ricerca storica, almanacco sportivo e musicale. 

La cronaca nera è una colla oleosa che scivola tra i tasti di una macchina da scrivere di qualche cronista di razza; la cronaca nera di un’Italia “povera ma bella” che si apre su grandi fogliettoni del dopoguerra, resa leggendaria dai flash dei fotografi e dalle parole degli scribacchini. Franco Di Bella ci ha fatto sopra un saggio magnifico, uscito in prima edizione per la Sugar nel ’60 (e oggi rieditato dal Milieu edizioni): Italia nera.

Frugando per le bancarelle dei mercatini si scoprono rarità dimenticate; un po’ di tempo fa ho reperito una prima copia di una collana di romanzi da edicola di cui non avevo mai sentito parlare, poi, nel volgere di un anno, sono riuscito a mettere le mani su 4 numeri (su un totale di una dozzina, di difficilissima reperibilità). Si tratta della collana i demoni, edita da Kermesse editrice (gli stessi della rivista la coppia moderna. Come periodo siamo tra l’ottobre del 1970 e il gennaio 1971. I demoni sono una collana assai interessante per più di un motivo. Anzitutto si tratta di volumetti tascabili (il formato è più grande rispetto a un KKK, e leggermente più piccolo di un Bonelli) composti da un romanzo di 100 pagine e, a seguire, da un fotoromanzo inedito.

Ho da poco terminato la lettura di Bocche di fuoco, romanzo per il quale dopo essere giunto alla parola “the end”, mi sono detto: “Ed McBrain, non me la fai… sono sicuro tu abbia origini italiane”. Una rapida verifica ha confermato la mia impressione: nato Salvatore Albert Lombino, da una famiglia di immigrati italiani originari di Ruvo del Monte, ha poi cambiato legalmente nome nel 1952, diventando Evan Hunter. Così si firmò per la sceneggiatura di uno dei film più celebri di Alfred Hitchcock, Gli Uccelli. Solo per questo meriterebbe eterna riconoscenza. Ed McBrain è invece lo pseudonimo utilizzato per buona parte dei suoi lavori, tra cui la celebre serie poliziesca dedicata all'87° distretto della città di New York. 

Pochi scrittori meritano uno spazio su Mattatoio come Tiziano Sclavi. Lo scrittore pavese è nominato su questo sito solo per un articolo - cauto - di Max Boschini1. Premetto di essere un lettore meno imparziale del collega: da ragazzino ho amato moltissimo l'autore di Broni, iscrivendolo in un limitatissimo pantheon di prosatori a cui mi sono ispirato per anni. Allo stesso tempo mi preme avvertire il lettore del mio fastidio per il fumetto edito da Bonelli.

Lascio per il momento da parte quei gustosi volumetti dei KKK, dei quali vi parlo da tempo, per fare un piccolo salto in avanti. Nel 1987 Sperling & Kupfer edita nella sua collana di paperback un romanzo di William Katz, “Gli occhi del terrore”, tradotto dall’americano da Luciana Bianciardi.

Sono un fan dei thriller nordici da quando in Italia uscì, negli anni Novanta, quel capolavoro assoluto de Il senso di Smilla per la neve, che, a distanza di quasi trent’anni, credo rimanga una delle massime vette toccate dalla letteratura europea contemporanea e che non esito a definire da premio Nobel. Peter Høeg, un personaggio con una vita già romanzesca di suo, mascherò dietro un avvincente giallo imperniato sulla misteriosa morte di un bambino di origine inuit groenlandese, una serie di profonde riflessioni sulle diverse declinazioni del rapporto tra Uomo e Ambiente: da un lato quello egoistico, arraffone e sfruttatore degli europei “civilizzati”, imperniato esclusivamente su logiche di profitto; dall’altro quello rispettoso e sottilmente panteista degli inuit, ridotti a relitti della società nella “civilissima” Copenaghen di oggi.

Ho tentennato un po' prima di scrivere questo articolo, in parte perché di Richard Laymon so quasi nulla. Di esperti su di lui ce ne saranno, ma non devono essersi sprecati perché su internet (in italiano) si trova pochino. In un volume di Monster Masters di qualche anno fa era possibile leggere alcune cose su di lui dette dalla moglie Ann Marshall. Su youtube circola una intervista degli anni ’90, con lo scrittore che si dondola sornione su una sedia, il viso largo a frittella, gli occhietti piccoli dietro le lenti dei grandi occhiali, il fisico corpulento e obeso.

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