Thriller

Il thriller scandinavo: ascesa e declino?

Il thriller scandinavo: ascesa e declino?

Sono un fan dei thriller nordici da quando in Italia uscì, negli anni Novanta, quel capolavoro assoluto de Il senso di Smilla per la neve, che, a distanza di quasi trent’anni, credo rimanga una delle massime vette toccate dalla letteratura europea contemporanea e che non esito a definire da premio Nobel. Peter Høeg, un personaggio con una vita già romanzesca di suo, mascherò dietro un avvincente giallo imperniato sulla misteriosa morte di un bambino di origine inuit groenlandese, una serie di profonde riflessioni sulle diverse declinazioni del rapporto tra Uomo e Ambiente: da un lato quello egoistico, arraffone e sfruttatore degli europei “civilizzati”, imperniato esclusivamente su logiche di profitto; dall’altro quello rispettoso e sottilmente panteista degli inuit, ridotti a relitti della società nella “civilissima” Copenaghen di oggi.

In realtà è l’ambiente artico, con le sue infinite distese di ghiaccio, è forse il vero protagonista della vicenda, assumendo tratti quasi metafisici ed evocando atmosfere in bilico tra Jack London e Sanislaw Lem, facendo da sfondo ad una vicenda mozzafiato, narrata in prima persona dalla Smilla del titolo, glaceologa per metà groenlandese, che per le sue origini diventa suo malgrado  una perfetta sintesi tra due mondi. Il senso di Smilla per la neve, dal quale fu poi tratto un pessimo film, contiene tutta una serie di elementi che si potrebbero definire paradigmatici, ad iniziare da un’eroina forte, dotata di particolari talenti in determinati campi  ed assolutamente fuori dagli schemi sul piano caratteriale e relazionale. Per noi italiani poi, congenitamente esterofili e portati a vedere la Scandinavia come una sorta di “mondo perfetto”, contribuì a squarciare un velo, scoprendo che anche nella parte più “evoluta” dell’Europa possono esistere minoranze etniche sradicate da una cultura millenaria ed emarginate in squallide periferie, a fare i conti con alcolismo e degrado sociale.

Tuttavia si sarebbero dovuti aspettare una decina d’anni perché alcuni di questi temi venissero ulteriormente sviluppati in termini di autentica critica sociale, quando negli anni Zero, esplose la bomba Millenium, della quale il suo autore, Stieg Larsson, non poté vedere gli effetti a causa di una prematura scomparsa, al punto che si vociferò di una morte non naturale. Larsson, già affermato giornalista, fu autore di molte inchieste sulla galassia dell’estrema destra nordeuropea, arrivando a divenire consulente di Scotland Yard e del ministero della giustizia svedese sul fenomeno, per cui, leggendo i suoi libri, a qualcuno riuscì difficile accettare che un banale infarto se portasse via a cinquant’anni. Nella trilogia di Millenium, articolata su tre romanzi (Uomini che odiano le donne, La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta) la visione forse un po’ edulcorata della Svezia e dei suoi servizi sociali all’avanguardia viene demolita pezzo per pezzo, mostrando come  il Welfare-state possa trasformarsi in un perverso meccanismo pronto a stritolare kafkianamente un individuo scomodo. Anche in questo caso la vittima ed allo stesso tempo la protagonista della vicenda è una donna, un po’ come  se la Smilla Jaspers di Peter Høeg sia stata in qualche modo seminale per arrivare all’anti-eroina scandinava per antonomasia, ovvero Lispeth  Salander, che la straordinaria interpretazione di Noomi Rapace nei tre film tratti dalla saga, ha trasformato in una vera e propria icona postmoderna: trasgressiva, perennemente in lotta con sé stessa e con il mondo, affetta da una leggera sindrome di Asperger che la rende geniale, diventa suo malgrado la vittima e l’angelo vendicatore di una società che, scavando dietro le apparenze, si rivela marcia fino al midollo, in una vicenda dove la biografia personale della protagonista si intreccia con gli scandali e gli scheletri nell’armadio della recente storia svedese, dall’affare Maellstrom all'omicidio Palme.

Ma poi?

Negli anni in cui leggere Il profumo di Suskind sembrava un imperativo morale, scoprii un’opera simile che lo surclassava nettamente: Il valletto di De Sade, di Nickolaj Frobenius, ovvero la biografia di una sorta di serial killer nell’Europa del ‘700 e del suo continuo ruotare intorno alla figura del marchese De Sade, mostrato con un taglio insolitamente “umano”. Un romanzo splendido, dove la vicenda gialla si dipana in un contesto storico-culturale perfettamente evocato nelle parti narrate in prima persona dal protagonista. Forse fu proprio a causa della sua contemporaneità con  Il profumo, al quale seguì comunque un ottimo film, che Il valletto di de Sade non riscosse il successo che avrebbe meritato.

Ma poi?

Poi ci fu un’interessantissima digressione nell’ horror che, in piena era Twilight o Vampire diaries, ripropose la definitiva rilettura del vampiro adolescenziale: Lasciami entrare, di John Lindqvist, un autentico gioiello, dal quale fu tratto un bellissimo film nel 2011 (da non confondere con il remake americano Let me in). Se Lindqvist non ha certo le vette e i guizzi stilistici di Høeg, né la raffinatezza intellettuale di Larsson, sicuramente mostra una sensibilità nei confronti del mondo dell’adolescenza paragonabile a Stephen King, il tutto in un’atmosfera di cupa perversione, dove la condizione di vampiro sembra quasi diventare una forma di affrancamento dai soprusi e dagli abusi del mondo degli adulti. Lasciami entrare è la bellissima e congenitamente disperata storia d’amore tra due adolescenti vittime di un mondo ostile fatto di bulli, pedofili e genitori ripiegati sul proprio nevrotico egoismo. Tuttavia il finale aperto non lascia adito a particolari speranze: entrambi sono consapevoli di appartenere a dimensioni perennemente in lotta tra loro e che la fuga fiabesca alla quale si abbandonano è solo un’effimera consolazione.

Ma poi?

Jo Nesbø si lascia leggere grazie ad una notevole dose di mestiere e, in una sorta di  operazione d’exploitation, tenta ne Il confessore di mostrare le storture della Norvegia di oggi, tra degrado, corruzione, tossicodipendenza e traffico di esseri umani.

Ma poi?

Contestualmente alla trilogia di Larsson inizia a vedere la luce il ciclo di romanzi di Camilla Läckberg, di cui ammetto di aver letto solamente il primo: La principessa di ghiaccio, rimanendone deluso. Se l’intreccio risulta tutto sommato ben costruito ed il tono quasi da romanzo rosa della narrazione  può fungere da contrappeso alle terribili vicende che stanno dietro al misterioso omicidio di una gallerista, una serie di ingenuità nella costruzione stessa della trama e nella descrizione delle tecniche investigative, calano l’opera in un’atmosfera un po’ stucchevole da telefilm adolescenziale, arrivando quasi ad irritare il lettore più smaliziato.

Concludendo, se spesso si sono bollati i thriller scandinavi come una moda passeggera, snobbandoli forse con troppa superficialità e se da un lato la definitiva imbalsamazione del genere, codificata da Jo Nesbø,  può dare credito a questa tesi, dall’altro ogni appassionato può sperare in una sorta di “rinascita”, un po’ come avvenne a metà del secolo scorso con l’hard boiled americano, quando, dopo i fasti di Hammett e Chandler, il filone fu risvegliato prima da Ross Mc Donald, poi da Bill Pronzini e James Ellroy.

A noi fan non resta che attendere e rimanere all’erta.

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