Fantastico
Fantastico

Fantastico (12)

l maestro, l’apprendista e l’aquilone, uno strano titolo per un libro di difficile classificazione, che ha il merito di essere molto bello e godibile. Racconto fantastico? Operetta filosofica? Poema in prosa? Forse un po’ di tutto questo, certo un’opera singolare, capace di scorrere veloce pur trattando temi complessi e densi di simbolismo.

Sissignore, non ho proprio idea da dove partire. Sissignore è un libro di difficile catalogazione, con il suo essere tante cose: ucronico, realista, di denuncia, sociologico, religioso e forse molto altro. Faccio mie le parole della quarta di copertina, perché la dicono lunga sulle 130 pagine che compongono l’intero romanzo. Perché alla fine di romanzo si tratta, almeno su questo non ci sono dubbi.

Non conoscevo Jurij Oleša, tantomeno il suo I tre grassoni, ma complice una bellissima copertina di Karel Thole e un titolo che mi incuriosiva, ho deciso di procurarmi questo libro, edito in Italia per la prima volta nel 1969 da Il Saggiatore.

A metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, l'editore Vallecchi propone a Giovanni Papini di stampare in un'unica edizione le novelle ritenute più interessanti, tra quelle scritte dallo scrittore fiorentino in età giovanile. Il libro esce con il nome di Strane storie e segue di solo qualche mese un'altra raccolta, per lo stesso editore, dal titolo Concerto fantastico. 110 racconti, capricci, divertimenti, ritratti. Ad aiutarci nel comprendere le differenze tra i due libri è lo stesso Papini, nella seconda di copertina di Strane storie, dove dice che Concerto fantastico riunisce in un unico volume tutte le sue novelle, mentre nel primo sono raccolti i racconti scritti a inizio del secolo. Papini mette poi le mani avanti, avvertendo che le novelle “mostrano, perciò, molti segni della gioventù e soprattutto la mania della novità fino alla stravaganza, del paradosso fino all'assurdo, del rovesciamento fino al delirio”.

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Con la recensione di Povero assassino, il primo giallo di Giuseppe Pederiali ambientato a Milano (Fratelli Fabbri Editore, 1973), abbiamo avuto il piacere di occuparci di questo autore emiliano, quindi siamo rimasti in zona, spostandoci solo “di lato”, con Le città del diluvio, la cui trama si dipana tra il capoluogo meneghino e il delta del fiume Po.

Sottesa alla narrativa horror e fantastica di scuola lovecraftiana c’è una filosofia nichilistica che è stata definita “cosmicismo”, che considera la razza umana come una presenza accidentale ed insignificante all’interno di un universo meccanicistico, caotico ed indifferente. Creature e mondi spaventosi e sovrannaturali sono quindi creati anche per sfuggire a questa cupa visione di immensi cieli neri e vuoti. Questo aspetto decadente, questa sorta di spleen trasposto su scala cosmica, è colto alla perfezione dai racconti di Clark Ashton Smith, che di Lovecraft era, oltre che collega, amico epistolare; i due si stimavano ed ammiravano a vicenda e furono influenzati l’uno dall’altro, pur mantenendo stili ed approcci diversi. É significativo ricordare che Smith fu molto influenzato anche da Baudelaire e le sue traduzioni in inglese delle poesie del “maudit” sono considerate fra le migliori.

Dopo 36 mesi di Mattatoio n.5, ci occupiamo finalmente di Sud America, grazie a un racconto di Silvina Ocampo, pubblicato nel 1961 nell’antologia Las invitadas e arrivato in Italia nel 1964, per mano della milanese Todariana Editrice, che ne fece un’edizione autonoma, con presentazione di Rodolfo J. Wilcock. Questa prima edizione è pressoché introvabile, anche se per i più curiosi è possibile recuperare (sempre con difficoltà, lo confesso) il racconto per altre strade, visto che lo si ritrova in appendice a I risvegliati, di Frandal1 e all’antologia pubblicata da Italo Calvino per Einaudi nel 1973, con il titolo di Porfiria. Le tre uscite vedono comunque Livio Bacchi Wilcock come traduttore accreditato, che nel 1974 vinse per questo lavoro il premio IILA (Istituto Italo-Latinoamericano)2.

Il primo aggettivo che mi sono sentito di associare, a lettura ultimata, a questo volume è "ingannevole". Un "inganno" non troppo sgradevole invero, che si riferisce alla veste editoriale scelta da Longanesi più che ai contenuti dei tre racconti di Bloch, nome che rappresenta una garanzia per l'amante del fantastico. Ingannevole è il titolo, almeno nella versione italiana, dove i "draghi" dell'originale, effettivamente presenti nel testo, sono stati sostituiti da presunti "miracoli".

Povero Cristo è un romanzo bizzarro e non facile da decifrare. Un amico mi ha confessato di averlo addirittura strappato in due e scagliato contro il muro senza finire di leggerlo, tanto gli dava sui nervi e gli pareva stupido e incomprensibile (ma era giovane e intemperante: in seguito se ne pentì). Non che sia un libro difficile da intendere alla lettera, tuttavia è un libro che, proprio se preso nel suo significato letterale, risulta come minimo naif (e pesantemente trash). Vorrei proporre un'interpretazione che in parte lo riscatta, ma posso affermare che Carpi qui ha fallito, perché non è un'opera riuscita quella che richiede di discostarsi troppo dal significato apparente. O meglio, quella il cui significato apparente non sia pienamente godibile in sé.

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