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Un'anima persa, di Giovanni Arpino

Un'anima persa, di Giovanni Arpino

Giovanni Arpino non è certo uno sconosciuto, almeno su questo sito. Fino ad oggi ne abbiamo parlato solo in riferimento a Domingo il favoloso, ma il suo nome è tra quelli che preferiamo, in compagnia di Tommaso Landolfi, Dino Buzzati e Alberto Savinio. Anche Torino, città nella quale di dipana la storia narrata nel romanzo preso in esame, è al centro di un interesse che su Mattatoio n.5 ha raggiunto un buon numero di approfondimenti, tanto che potremmo definirla la "nostra" capitale letteraria.

A spingermi alla lettura di Un’anima persa, uno striminzito post su Facebook di Fabio Camilletti, che nel novembre del 2021 pubblicava una foto con la copertina del libro, aggiungendovi queste poche parole: “Quale letteratura circostante? In Italia, dal 1827, il gotico ha sempre presidiato il cuore dell’impero. Bastava saperlo riconoscere”. Anticipo fin da ora che, come ho scritto anche nella scarna recensione su Anobii, Un’anima persa è entrato di diritto tra quei titoli che porterei volentieri con me in una polverosa soffitta, per passarci il resto della mia vita, sperando che nessun "rompi palle" venga a disturbarmi...

Pubblicato nel 1966, ha come protagonista principale il diciassettenne Tino, che orfano di padre e di madre viene ospitato nella villa degli zii, per preparare e affrontare gli esami di maturità. La vicenda, come anticipato, si svolge a Torino e il libro è strutturato sotto forma di diario, all'interno del quale quale il giovane racconta gli accadimenti che si susseguono dal 2 al 7 luglio, in un anno indefinito dei primi Sessanta. Il capoluogo piemontese ha la sua importanza nell'economia del libro, tanto che nei Cenni critici1 della prima edizione Mondadori, Lorenzo Mondo scrisse che Un’anima persa era il romanzo più torinese tra quelli pubblicati fino a quel momento da Giovanni Arpino. Quinta ideale per una storia densa e misteriosa, la città viene descritta da Benedetta Berio su Unreliablehero, come "un’inquietante, ma affascinante Madama viziosa, dal cuore ammuffito, nonché sfondo ideale alla vicenda di un Jekyll nostrano". A tal proposito, lo stesso Arpino, in un'intervista a L'Europa letteraria uscita nel 1964, dichiarava che l'argomento del suo prossimo romanzo sarebbe stato una sorta di Jekyll nostrano, ispirato anche da fatti realmente accaduti una trentina di anni prima.

Chiaro insomma, siamo di fronte ad un classici della letteratura: il doppio e il male. Anche Torino si presta al gioco, lontana dagli stereotipi, apatica, spettrale e per nulla indaffarata, più borghese e meno operaia, dove a vincere sono la depravazione e l’immoralità. Stessa cosa per Tino, che aveva immaginato la città in modo diverso, trovandosi poi davanti “quieti palazzi chiusi, piazze e viali dissanguati, opachi fantasmi nell'ombra più concreta dei portici”, così come la villa degli zii, un po’ malconcia ma ancora funzionale, con un “dedalo di stanze, passaggi e scale” che la rendono più simile ad un castello che ad un’abitazione. Nulla è come sembra. Mistero, l'incombente presenza dell'abitazione e dei suoi misteri, cripte e personaggi strani inseriscono Un'anima persa a pieno titolo tra i romanzi gotici. 

In Un’anima persa Jorge Luis Borges2 ci lesse una tipica storia bonaerense, conferendole così una patente di universalità: nella necrosi di un microcosmo borghese lungo il Po, Arpino vide “anche” la decomposizione della borghesia d’oltreoceano. Le virgolette alla parola “anche” le ho aggiunte io, perché dal romanzo ne esce molto male “anche” quella piemontese, annichilita dal vizio e alle prese con inquietudine e malessere. Arpino lo chiarisce fin da subito e Tino inizia così a scrivere i propri pensieri:

Lunedì, 2 luglio 196... Ho sempre avuto paura, ma oggi è ancora diverso, oggi appena sveglio sento già tra le costole un trasalimento angoscioso, che batte, fa male, che non riesco a soffocare con le sole forze della ragione. Devo aprire gli occhi, guardare, guardarmi, e finalmente rendermi conto che questa paura è assurda, che la stanza dove ho dormito, benché estranea, non nasconde pericoli, e così la casa, la strada fuori, la città.

E dire che la trama si sviluppa in maniera lineare, per buona parte del libro, per poi virare in maniera decisa verso un finale pirotecnico, che tutto chiarisce. Tino vivrà una sorta di avventura, per certi versi grottesca, nella villa dove vivono la zia Galla e  lo zio Serafino, nella quale scoprirà “l’altro”, il fratello gemello dello zio, chiamato “il professore”. Quest'ultimo, recluso in una soffitta all’ultimo piano, è affetto da una sorta di follia, dall’origine ignota. C’è chi lo spia dal buco della serratura, chi lo sorveglia e anche chi lo incontra. Tino è la miccia, il detonatore che spariglia le carte. Il giovane vivrà giorni concitati, che lo catapultano nell’età adulta, con tutto quanto questa si porta in dote. 

Nulla di nuovo, probabilmente. Così com'è pressoché scontato accostare Un’anima persa ad un grande classico come il Dr. Jekyll e Mr Hyde di Stevenson, è forse meno immediato fare parallelismi con Pirandello. Ma lo zio Serafino ha più di una una personalità; o forse nessuna e magari centomila. Il risultato della scrittura è però sorprendente e per nulla banale, tanto che io stesso sono stato travolto dagli eventi finali, senza sospettare “quasi” nulla fino. Il bianco e il nero, i due lati della stessa medaglia, sono la chiave di volta del romanzo, dove ogni cosa ha il proprio rovescio. Come in un orologio a pendolo, quotidianamente avviene il passaggio da uno stato all’altro, e viceversa: il bene e il male, la normalità e la pazzia, il giorno e la notte, l’ordine e la sporcizia, l’innocenza e la sessualità, la sincerità e la doppiezza. Come spesso avviene, l’equilibrio viene spezzato da una terza persona, che con la sua curiosità alzerà un velo sui misteri della casa, in modo che tutti possano vedere, anche coloro che hanno sempre fatto finta di nulla. Le ambivalenze e le doppiezze della trama, si risolvono nell'amara "verità" finale, a cui Tino arriva per intuizione e per esperienza diretta. 

Credo di essere stato bravo, perché pur parlando del libro ho resistito alla tentazione di raccontare il finale. Non che ci voglia poi molto, ad intuirlo, ma ci vuole forse un po' di più a capire chi "diavolo" sia quest'anima persa, che da il titolo al libro. Di certo non Tino, le cui ultime parole, affidate al diario, lanciano un messaggio di disperazione, di perdita dell'anima, di vuota impotenza di fronte al male del mondo3.

Dal libro, una decina di anni dopo, Dino Risi e Bernardino Zapponi presero spunto per un film dal medesimo titolo, ma dall'ambientazione diversa: Venezia prende il posto di Torino. E qui mi fermo, perché la pellicola è un'altra storia. Un doppio gioco anche in questo caso. 

  1. Lorenzo Mondo, Cenni critici per l'edizione Mondadori del 1966
  2. Stile Arpino vent'anni dopo, La Stampa, 10 dicembre, 2007
  3. Giovanni Arpino. Opere scelte. I Meridiani. Mondadori, 2005

Scheda del libro:

  • Titolo: Un'anima persa
  • Collana: Narratori italiani, 141
  • Autore: Giovanni Arpino
  • Pagine: 154
  • Editore: Mondadori
  • Anno: 1966
  • Anobii: scheda del libro