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Non classificabili (21)

Avvicinarsi oggi alla letteratura sperimentale che si praticava più di cinquant’anni fa significa fare un salto in un grande altrove impraticato, persino ostile, un corpus anti-narrativo lasciato cadere nell’oblio. Scelgo di prendere il sentiero di questa selva intricata passando non a caso per L’Oblò di Adriano Spatola, pubblicato da Feltrinelli nell’ottobre del 1964 nella collana sperimentale Le Comete n. 36.

Nel settembre del 1975 l’editore Rizzoli manda in libreria un interessante volume a firma di Anonimo, I soldi in paradiso. Si tratta di un racconto fantapolitico, una commedia sulla fine del capitalismo in Italia e sul tracollo di un intero sistema politico. Il romanzo tiene conto del senso di fine di una collettività e delle mutazioni di un certo italiano inetto e fanfarone alla base di molti film della commedia degli anni ’60, in particolare quelli interpretati da Alberto Sordi. Gli anni ’70 tuttavia sono l’ultima stagione di popolarità del nostro cinema, un decennio fecondo e sperimentale, d’irripetibile libertà.

Non ho l’obbligo di rispettare scalette o disposizioni particolari, rispondo solo a me stesso e ai pochi lettori del sito. Dico questo perché voglio esordire con una domanda: “Com'è possibile che La Gana sia un libro disperso e dimenticato?”. Nel nostro Paese non si trova praticamente nulla che lo riguardi e di questo faccio fatica a capacitarmene. Zero di zero, qualche riga o poco più. Dico questo con rammarico, invitandovi a recuperarlo, perché La Gana è uno di quei libri che non si dimenticano, un autentico pugno nello stomaco del quale non si può che parlarne… male.

Ogni tanto ci permettiamo qualche digressione, trasgredendo alla regola di non scrivere mai di libri di recente pubblicazione: la curiosità di conoscere, il piacere di leggere cose sempre nuove non dovrebbero mai venir meno, pure in quelli di noi che sono soliti prediligere libri polverosi e mangiucchiati dagli psocotteri. Detto questo, oggi voglio parlarvi di Social classici. 50 capolavori letterari ripensati al tempo degli smartphone, edito da Clichy e giunto in libreria da qualche settimana.

Lo confesso, mi sono recato a Mantova nei giorni del Festivaletteratura. A mia discolpa posso dire che a differenza dello scorso anno, questa volta non ho frequentato nessun evento particolare: il mio interesse per la kermesse letteraria si è limitato a quella zona di piazza Sordello dove trovavano ospitalità alcune bancarelle dell’usato. Tra queste, la più interessante proponeva un lungo tavolaccio, sul quale trovavano spazio torri e pile di vecchi libri, venduti con la formula del “tre per dieci euro”: inutile dire che diversi biglietti rossi hanno lasciato il mio portafoglio e che lo zaino si è riempito di parecchie cosette interessanti. In queste occasioni si acquista compulsivamente, attratti da copertine inusuali e colori vivaci, sperando sempre di trovare la piccola perla dimenticata. Siamo tutti un po’ cacciatori di libri, spinti dai consigli dei “vicini” di banco o da rapide consultazioni su Google. Stavo appunto curiosando, quando Gino, questo il nome del proprietario del banco, mi ha visto pescare dal mucchio un piccolo libro giallo, edito dalla Sugar sul finire degli anni Cinquanta, con due pugili in copertina. Senza pensarci due volte, Gino ha pensato bene di darmi un suggerimento: “Prendilo, quella è roba forte”. Potevo ignorare le sue parole? Grazie Gino, sono felice che tu ti sia preso la briga di spingermi all’acquisto di Un povero scemo, perché il romanzo di Erskine Caldwell è un piccolo capolavoro, letto tutto d’un fiato e grazie al quale mi è tornata la voglia di scrivere quassù, per condividere con voi la gioia di una gradita scoperta.

Lo avevo anticipato in chiusura alla recensione di Domingo il favoloso, il nome di Italo Cremona mi incuriosiva e mi sarebbe piaciuto trovare il tempo per approfondire qualcosa di suo. Complice il classico colpo di fortuna, dopo qualche giorno dalla fine del libro di Giovanni Arpino, in una delle librerie di seconda mano che sono solito frequentare, riesco a recuperare La coda della domenica, romanzo che Cremona pubblicò nel 1968 con Vallecchi, nella collana Narratori.

La Compagnia del Trivelin è un libro ingannevole, lascia presagire epica e mito, virando invece verso la commedia e poi la tragedia. Non mi spingo oltre, per non rovinare la lettura del libro, anche se già così è facile intuire il finale dopo aver letto i capitoli iniziali. Le vicende narrate da Giannetto Bongiovanni ci portano in Pianura Padana, ancora una volta in quella terra di confine che è il mantovano, quel non luogo tra Lombardia, Emilia e Veneto, la cui  geografia mutevole, a seconda del grado di scolarizzazione, della memoria e dal punto di osservazione, si è portati spesso a considerare priva del fascino mitologico che invece concediamo alle province limitrofe, come Modena o Reggio Emilia.

Romanzo con cocaina è il secondo titolo di un autore russo che trattiamo sul sito, anche se già questa prima frase contiene un mistero. M. Ageev non ha un volto, una biografia, nessuno sa bene chi sia, quasi come il protagonista della storia che racconta, vittima delle proprie insicurezze e al centro di un viaggio negli inferi dell'animo umano che non prevede biglietto di ritorno.

Dopo Nero di Tiziano Sclavi, ci occupiamo oggi di un altro libro edito da Camunia nel 1984, la casa editrice fondata da Raffaele Crovi. La smortina è un romanzo di Guglielmo Zucconi, intellettuale modenese, dove la città emiliana fa da quinta ad una storia di amori, passioni, intrighi e omicidi. Il nome di Modena non viene mai fatto, ma è la quarta di copertina a darci l’imbeccata giusta, ricordandoci come sia “popolare e borghese in parte goduriosa ed in parte arrivista, con un faccia serena e una controfaccia inquieta”.

Per molto tempo ho pensato che al mantovano, inteso come territorio, mancasse una sorta di imprinting mitologico, tale da renderlo non solo folk ma anche freak, al pari delle province emiliane con cui confina, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Parma...
Una visione erronea, me ne rendo conto solo ora, dovuta certamente alle letture e agli ascolti adolescenziali tondelliani e punk-emiliani, alla quale solo recentemente sto cercando di porre rimedio, perché anche la mia terra di origine può vantare una letteratura tale da porla, agli occhi di un indagatore come il sottoscritto, nel pantheon dei luoghi mitologici. A Pietro Ghizzardi, Ulisse Barbieri e Clelia Marchi, di cui ho parlato nei mesi scorsi, aggiungo oggi Arturo Frizzi, irregolare ed incallito ciarlatano, nato a Mantova il 3 maggio 1864 da Carlo e da Angela Ferrari.

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