Fantastico
Fantastico

Fantastico (13)

Povero Cristo è un romanzo bizzarro e non facile da decifrare. Un amico mi ha confessato di averlo addirittura strappato in due e scagliato contro il muro senza finire di leggerlo, tanto gli dava sui nervi e gli pareva stupido e incomprensibile (ma era giovane e intemperante: in seguito se ne pentì). Non che sia un libro difficile da intendere alla lettera, tuttavia è un libro che, proprio se preso nel suo significato letterale, risulta come minimo naif (e pesantemente trash). Vorrei proporre un'interpretazione che in parte lo riscatta, ma posso affermare che Carpi qui ha fallito, perché non è un'opera riuscita quella che richiede di discostarsi troppo dal significato apparente. O meglio, quella il cui significato apparente non sia pienamente godibile in sé.

"Ho la lebbra, amore". Più volte l'uomo tenta di pronunciare la frase fatale, dall'uscio del bagno, al night, fra le lenzuola; lei, bellissima e indifferente, non ascolta mai, perennemente presa da qualcos'altro, e le parole restano a vagare, sospese, finché – nella notte – egli non percepisce, sulla schiena di lei, le macchioline che annunciano il male. È l'Italia della Dolce Vita, frenetica, vacanziera e modaiola, che tenta di espellere la morte e il disfacimento moltiplicando le occasioni di svago e distrazione: ma la morte, come Fellini aveva già mostrato pochi anni prima, era sempre stata lì, tra le luci di Via Veneto, allo stesso modo in cui, nel Trionfo della Morte di Buffalmacco – l'affresco del Camposanto di Pisa che serve forse da ispirazione per la cornice narrativa del Decameron – la falce incombeva, non vista e inesorabile, sui giovani intenti a ragionare nel giardino. In "Ho la lebbra, amore" – racconto di Bernardino Zapponi pubblicato per la prima volta sulle pagine de Il Caffè letterario e satirico nel 1965, e raccolto due anni più tardi in Gobal – il film di Fellini si contamina con La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, abbandonando ogni suggestione ottocentesca e lasciando solo, nudo, l'orrore.

Leggere uno dopo l’altro libri dello stesso autore aiuta a cogliere echi e corrispondenze, a costruirsi un quadro mentale a mano a mano più vivo; d’altro canto, a volte può essere necessario prendersi delle pause per non rischiare di disamorarsi, o perché la passione è tanto ardente che si teme con sgomento il momento in cui quei libri finiranno. Personalmente, ricavo un piacere intenso dal seguire il filo d’Arianna: è un frutto maturo, succoso. E la lettura in sequenza di Un’ombra nell’ombra e Abra cadabra me lo conferma.

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