Thriller

Gli occhi del terrore, di William Katz

Gli occhi del terrore, di William Katz

Lascio per il momento da parte quei gustosi volumetti dei KKK, dei quali vi parlo da tempo, per fare un piccolo salto in avanti. Nel 1987 Sperling & Kupfer edita nella sua collana di paperback un romanzo di William Katz, “Gli occhi del terrore”, tradotto dall’americano da Luciana Bianciardi.

Si tratta di un thrilling ed è questo il punto che mi interessa. Siamo negli anni ’80, l’editoria americana è nella sbornia per i minimalisti, da Carver al recentissimo Breat Easton Ellis, passando per il McInerney de Le mille luci di New York. Sono anche gli anni del Falò delle vanità, romanzo fiume di Tom Wolfe. In realtà il libro di Katz esce nell’85, anno di esordio di Easton Ellis. Tutto questo ci interessa poco. Katz, chiunque sia, non è un romanziere mainstream. Su di lui, frugando su internet, si trova poco nulla. Qualcuno avanza addirittura l’ipotesi che sia un nome fasullo dietro al quale si cela uno scrittore famoso, magari Stephen King. Ipotesi affascinante, ma non credo. King, anche nella mutazione “cattiva” di Bachman, rimane uno scrittore verboso e straripante. William Katz ha un background simile allo scrittore del Maine: ha scritto romanzi di genere, alcuni sulla parapsicologia, più horror. Questo Gli occhi del terrore affronta di petto lo psychothriller alla Robert Bloch. In quegli anni la Sperling & Kupfer editava molta letteratura di questo tipo.

Possiedo un altro libro simile, In fondo al bosco di Nicholas Condé, un altro autore che non esiste: è lo pseudonimo di uno sceneggiatore televisivo, autore di un altro romanzo horror, The religion, che può rientrare anch'esso nel discorso intrapreso su Kats. Condé affonda maggiormente nelle pieghe thrilling (il suo maniaco affetta donne, per poi lasciarne le carcasse abbandonate nei boschi), Katz è più trattenuto. Tuttavia la sua prosa è un ottimo esempio di una narrativa di genere in evoluzione. Il punto è questo.

I tascabili da edicola dei KKK sono l’equivalente filmico del nostro thrilling degli anni ‘70, genere tra i più originali e dirompenti del nostro cinema di genere. Un paragone forse involontario, visto che quegli scrittori erano (spesso) dei prezzolati mestieranti o - come nel caso di Laura Toscano - delle giovani penne che cercavano di imparare un mestiere. Tuttavia vivevano sulla propria pelle la girandola di esperienze e stili di quell'epoca, cercando di seguire in presa diretta il mutare dei gusti del pubblico.

Come ho cercato di raccontare altrove, i KKK, soprattutto negli ultimi anni di vita editoriale, costruiscono un proprio bagaglio lessicale, capace di restituire (e in certi casi anticipare) le intuizioni del thrilling nostrano. Lo fanno usando una prosa agile che decostruisce il tessuto del giallo a favore di un plot disarticolato che alterna scene di sesso a scene di tensione e perversione da discount. Tutto questo con personaggi marionetta destinati al macello. Come per il fumetto porno horror degli anni ’70, i KKK esasperano il racconto, concentrando l’attenzione del lettore sugli aspetti più pruriginosi e proibiti, alla ricerca di uno stato febbricitante e anarcoide, quasi una sorta di transfert di quel decennio caotico e denso. Poi i KKK (e quell’editoria rapace e sfrontata) finiscono di colpo. Il thrilling torna nelle acque più rassicuranti del giallo, confondendosi con esso. 

Rimangono casi sporadici di scrittori che tentano di continuare a praticare una scrittura di genere meno prolissa e composta, penso su tutti ad un certo Tiziano Sclavi, o al primo Lucarelli. Oggi abbiamo una nutrita schiera di scrittori (Faletti, Lucarelli, Carrisi, Tuti, Baraldi, Astori) che hanno impostato un diverso modo di scrivere e concepire il thriller; si tratta di un genere che, soprattutto in questi ultimi anni, sembra guardare alla serialità televisiva, costruito su personaggi di facile presa, come possono essere gli appartenenti alle forze dell'ordine, e tomi narrativi pieni di dialoghi e psicologie prevedibili che aiutano il lettore a riconoscersi. La sgangheratezza e il politicamente scorretto dei KKK sono lontanissimi, al punto da non sembrare che vi sia nemmeno una sorta di continuità tra quelle scritture e queste (oltretutto questi narratori moderni coltivano la malcelata ambizione di unire letteratura di genere e mainstream, affidandosi a una prosa quasi sempre godibile, scorrevole, purtuttavia identica, sterilizzata da un editing fatto di frasi eleganti, a effetto; quasi sempre si tratta di letture di cui non si conserva alcun ricordo). Mi è sempre sembrato mancasse qualcosa tra i KKK e l’oggi. E qui veniamo a Katz.

Il nostro scrittore misterioso - e con lui Condé - è una sorta di ponte tra gli anni ’70 della nostra editoria piratesca e i bestsellers di un Carrisi di turno. Katz non ha già più la sgangheratezza dei KKK, la loro sfrontatezza, o il bisogno commerciale di insistere sul connubio eros & thanatos. Tuttavia non ha nemmeno il desiderio di vendersi per quello che non è. “Gli occhi del terrore” è un onesto thrilling che coniuga certe suggestioni al nostro italian giallo e le trasporta in una New York che pare uscita dalle pagine degli scrittori minimalisti che citavo all’inizio (anche se non mancano casuali analogie con un altro thrilling italiano dell’epoca – mi riferisco al danzereccio “Murderock” di Fulci).

Katz lavora di sottrazione, è incisivo e veloce, ma non trascurato o banale. La trama si riassume in poche righe: giovani ragazze belle e sole a Manhattan, un maniaco che si introduce nei loro appartamenti e le uccide con un unico colpo di coltello al cuore. Accanto ai cadaveri lascia una gondola di cartapesta che risale a un ballo studentesco del ’64. Per il resto la trama è scarna, senza inutili sotto trame e storie d’amore. Katz non abusa nemmeno nei dialoghi e si affida a una trama collaudata svolta in modo onesto, senza trucchi o straripanti tentativi di sorprendere il lettore (vizio di cui Carrisi fa abuso, al punto da risultare ridicolo). Il personaggio principale, il detective delle indagini, è un esule russo che pare uscito da un giallo di Agatha Christie, uno che procede per cellule grigie più che a colpi di elenco del telefono sul grugno dei sospettati. Come dicevo siamo lontani dagli eccessi dei KKK o dei “Dracula”; quelli erano romanzi scritti di getto, in pochi giorni, da scrittori improvvisati che rispondevano a esigenze commerciali piuttosto bieche. Qui siamo ad altri piani letterari. Katz non ha niente di più della Toscano (anzi, probabilmente ha pure qualcosa in meno a livello di estro), ma è il prodotto di un sistema editoriale già differente. La cosa interessante è proprio questo collocarsi a metà strada tra le effervescenze dei KKK e gli psicologismi e gli eccessi di plot e sotto trame odierne. Direi che l’interesse di Katz è tutto qui, in questa medietà, in questo collocarsi nel mezzo di un percorso delle scritture thrilling che sta mutando e si sta inflazionando.

La Sperling & Kupfer, negli anni ’80, ha il merito di aver provato a costruire un catalogo valido che tenesse conto dei gusti dei lettori di allora, senza rinunciare a un gusto per i generi, editando e traducendo interessanti romanzi horror, slasher e thrilling americani.

Scheda del libro:

  • Titolo: Gli occhi del terrore
  • Collana: Super bestseller
  • Autore: William Katz
  • Traduttore: Luciano Bianciardi
  • Pagine: 322
  • Editore: Sperling & Kupfer
  • Anno: 1993
  • Anobii: scheda del libro
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