Correvano gli anni zero e del thriller italiano cinematografico - codificato negli anni ’70 da Dario Argento e un manipolo di altri visionari - restava poco o nulla. Anni di antipolitica e nuovi partiti di massa: la Lega di Bossi, il Movimento 5 stelle di Grillo, Alleanza Nazionale di Fini, l’Italia dei valori di Di Pietro, l’Udc di Casini, il Pd di Veltroni, Forza Italia di Berlusconi. Anni di economia sempre più globalizzata. Nuove guerre. Ancora. Il Kosovo, le Torri Gemelle, la guerra in Iraq, la mattanza di Genova, il declino economico di un Paese che subisce la concorrenza di Paesi emergenti in grado di fornire prodotti di massa con un costo del lavoro di molto inferiore.

Ho conosciuto la scrittura di Laura Grimaldi nel ’90, col secondo romanzo di questa trilogia, La colpa; ricordo che partecipò, senza vincere, all’edizione di quell’anno del premio Bancarella. Ricordo che fu mia madre a comprare La colpa, insieme all’edizione in economica del Sospetto. Negli anni volli ricercare l’edizione cartonata anche del primo libro. Non sapevo nulla di questa signora e della sua lunga carriera: traduttrice di lungo corso, scrittrice raffinatissima, critico letterario, infine dirigente di prestigiose collane come Urania, Segretissimo e il Giallo Mondadori. Il giallo, in tutte le sue forme, era la sua casa, il suo vizio, la sua passione, tanto che con Marco Tropea fondò, nell’89, la casa editrice Interno Giallo. Questi i dati biografici. Veniamo ora ai libri.

Mi capita spesso di acquistare libri, pensando possano diventare una lettura interessante di cui parlare anche sulle pagine di questo sito. È il caso di Michelle, una notte di Jacques Sternberg, trovato su una bancarella a un mercatino domenicale. Lo dico perché le poche recensioni disponibili in rete non lo premiano per nulla. Diciamo che posso essere anche parzialmente d'accordo, ma non del tutto: c'è qualcosa in questo libro che vale la pena raccontare.

Certa produzione di genere thriller contemporanea è segnata da una forte continuità con la produzione degli anni precedenti, ma risulta in grado di adeguare i canoni alla cultura e alla sensibilità contemporanea. Una serie come The fall mostra più di una caratteristica in comune con una pellicola degli anni passati come The town that dreaded sundown. La prima somiglianza risiede nel fatto che entrambe siano ispirate alle gesta di serial killer. Se nella pellicola del 1976 il contagio della paura a seguito degli omicidi del Fantasma di Texarkana è dilagante, nella serie del 2013 assistiamo alle difficoltà da parte della polizia nel connettere crimini tra loro apparentemente distanti.

Il comico e il tragico: due differenti modi di guardare al mondo contemporaneo. Erano questo per il mondo antico: la Grecia classica, e nello specifico Atene, codificava generi differenti, ma entrambi incaricati di offrire al pubblico una riflessione sulla società del tempo, sulle condizioni umane, sulla salute dell'economia (che allora non era qualcosa di completamente avulso dal contesto sociale come lo è diventato oggi), dello Stato in tempo di guerra e di pace.

Nel 2009 uscì per il Giallo Mondadori una preziosa antologia thrilling curata da Stefano Di Marino intitolata Il mio vizio è una stanza chiusa. L’antologia aveva il merito di raccogliere scrittori come Claudia Salvatori, Andrea Carlo Cappi, Alda Teodorani, Barbara Baraldi, Danilo Arona; l’intento era quello di riportare la scrittura alle radici di un genere che aveva trovato nel cinema il suo terreno d’elezione.

Ho affrontato con grande godimento Queer di William S. Burroughs, il che mi ha sorpreso perché Burroughs non mi è mai piaciuto come scrittore. Avevo letto il Pasto nudo dopo la visione del film di Cronenberg, del 1991, ma l'avevo trovato insostenibile. Non per la difficoltà della prosa, pure non agevole, ma per la noia. Avevo, e ho, un certo pregiudizio sulla letteratura "drogata", cioè di scrittori tossicodipendenti. Dopo un po' questi romanzi si somigliano tutti: parlano solo di droga, sono autoreferenziali, ci sono sempre storie marce, c'è sempre critica alla società senza una proposta. Insomma, avete capito. Il Pasto nudo aveva in più che era una accozzaglia di tanti stralci messi insieme alla rinfusa, volutamente, certo, ma mi dava l'idea di una cosa un po' troppo voluta. Finii con l'amare Cronenberg e dimenticare Burroughs.

Ricordo la provincia. Era una, erano tutte. Ab uno disce omnis, scriveva Virgilio. Per me era la provincia di Vercelli, landa annerita, terra gotica intarsiata nel continuum della Pianura padana tra Torino e Milano. Ci si sentiva in una terra protetta e appartata, era la culla ammantata di misteri cantata da Piero Chiara in Il piatto piange, ma anche nei suoi gialli metafisici ispirati al Dürrenmatt de La promessa: I giovedì della signora Giulia e Saluti notturni dal Passo della Cisa.

In questo contributo volevo analizzare il rapporto tra parola e immagine in alcuni lavori di un autore come Edoardo Sanguineti; l’ipotesi è quella di concentrarmi in particolare su un romanzo, un’esposizione multimediale e un seminario universitario, servendomi inoltre di un prezioso materiale: la lista della videoteca privata del poeta genovese, resa pubblica dal bel sito Magazzino Sanguineti.

Confesso di aver scoperto la filmografia di Fernando Di Leo solo di recente, partendo dalla cosiddetta «trilogia del milieu»: Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss, realizzati tra il 1972 e il 1973. In questi tre film il poliziottesco tocca uno dei suoi vertici, pur con i necessari distinguo dettati dalla forte impronta autoriale di Di Leo, che vi innesta un sottotesto morale e uno sguardo quasi entomologico sui personaggi.

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