
Questa particolare categoria raccoglie le guide più o meno note dell'Italia misteriosa, pubblicate a partire dagli anni '60.
Nel cuore della foresta s’innalza una costruzione che sembra uscita da un sogno surrealista o da un incubo gotico: un fantasmagorico dedalo di torri, colonne, archi slanciati, portali, ripidi camminamenti e vertiginose scalinate; un alveare di pietra che cattura lo sguardo e infiamma l’immaginazione. Il giardino scultoreo di Las Pozas1 ha evocato nella mia mente lo spettro di Gormenghast, lo stupefacente castello-labirinto di Mervyn Peake; una magnifica e inquietante presenza-assenza destinata a infestare la mente dei lettori.
L’inferno non ha limiti, non è circoscritto in un unico luogo. Dove siamo è inferno e dov’è inferno lì staremo per sempre1. Il luogo senza confini in cui sono intrappolati i personaggi del cileno José Donoso è un pueblo dimenticato da Dio: Estación El Olivo non verrà mai rischiarato dalla luce dell’elettricità-speranza.
Leggere Sanin equivale a scrutare dentro il maelström della letteratura russa: un vortice in cui si agitano uomini del sottosuolo, donne sedotte e abbandonate, inquietudini esistenziali, idee rivoluzionarie, vecchi fantasmi e pistole che, prima o poi, dovranno sparare. Il romanzo di Michail P. Arcybàšev è stato dato alle stampe nel 1907, due anni dopo la Rivoluzione, fallita, del 1905, ed è figlio di quel periodo travagliato della storia russa: tra le pagine si avverte il sentore acre della disillusione, del ripiegamento nichilistico su sé stessi, ma, all'orizzonte, s'intravvedono nubi cariche di elettricità-modernità, foriere di una nuova rivoluzione.
Che uno muoia, lo si può anche capire, ma che poi in tutti questi anni non abbia mai più fatto visita al padre, anche solo per pochi minuti, e non sia mai venuto a cercarmi di sera, né si sia più interessato alla sorte del figlio, tutto questo è difficile da sopportare. Che uno non faccia mai più ritorno e che di lui si perda ogni traccia, perché la sentenza nei suoi confronti è stata pronunciata una volta per tutte e vale per l’eternità, è questo che rende terribile la morte.
Bruno Vacchino, “Parla coi morti”, Novilunio Stampe Amatoriali, 2017.
Al calar delle tenebre, i contorni della realtà si fanno indistinti. Il Lettore insonne assiste a strane metamorfosi: il completo appeso all’anta dell’armadio diventa un distinto gentiluomo; le gambe del tavolo si tramutano in quelle di una donna; fuori dalla finestra, nel giardino di casa, dita arboree mettono in scena uno spettacolo di ombre cinesi. I racconti di Francisco Tario¹ (nom de plume di Francisco Peláez Vega) trasportano il Lettore in un luogo altro, un mondo onirico dove l’anormalità è all’ordine del giorno: strane creature sgusciano fuori dalle tubature; i feretri sono dotati di una complessa vita interiore; i personaggi dei libri si ribellano ai loro creatori.
L'intenzione più evidente della letteratura contemporanea è quella di assecondare i gusti del lettore. Le mode sono la cifra esatta del presente, Wilde lo avrebbe confermato. Nei testi gialli, però, l'adesione della scrittura alla moda del momento raggiunge una cifra stilistica abnorme e spesso ci capita di poter saltare delle intere pagine, senza con questo perdere il senso della narrazione. Cosa differenzia dunque un'opera letteraria, di ispirazione artistica, dal lavoro mercatale dell'editor, intento ad adeguare l'opera narrativa ai gusti del pubblico?
Abbozzate in pochi tratti sapienti, magistrali per concisione, bellezza formale e densità informativa, le Vies imaginaires di Schwob sono come la nettezza di certi veleni, si leggono come entrando e permanendo in un’allucinazione possente: sono “puro hascisc… danno fuoco all’immaginazione (…)1
Grazie a un amico vengo a sapere dell’esistenza del romanzo di Christophe Dufossé L’ultima ora (2002), tradotto da Einaudi nel 2004. Trovo facilmente una copia. L’amico mi informa che ne hanno fatto recentemente un film, visionabile su Amazon Prime. Il film (molto bello) prende altre strade rispetto al libro, virando verso tematiche ambientali. La quarta di copertina dell’edizione Einaudi riserva poche, stringate, righe sull’autore: Dufossé è nato nel ’63, fa l’insegnante e questo è il suo primo romanzo. Su internet vedo che dopo ne ha scritti altri, mai più tradotti.
Non è quello che sembra: Lolly Willowes: o l'amoroso cacciatore è un libro ingannevole, così come la sua, apparentemente docile e inerme, protagonista: il lettore, inizialmente immerso in atmosfere “alla Downtown Abbey”, si ritroverà ad assistere al risveglio di una donna che, per troppo tempo, è stata imprigionata dalle catene di tradizione e patriarcato. Il romanzo di Sylvia Townsend Warner possiede lo stesso fascino misterioso dell'autunno: la stagione in cui le foglie si rivestono d'oro per il loro ultimo, sublime, giro valzer; la stagione in cui si ci raduna attorno al fuoco per ascoltare storie di fantasmi; la stagione in cui le streghe confabulano col Diavolo al chiaro di luna.
Nel genere giallo si sono sviluppate alcune tendenze che hanno preso il sopravvento, finendo con il caratterizzare il genere e rendere possibile dividerlo per sottocategorie. Tali tendenze archetipali sono ben individuabili. Ha avuto larga diffusione, per esempio, il tentativo da parte dei giallisti di comporre il perfetto enigma della stanza chiusa. Locked room murders and other impossible crimes: a comprehensive bibliography di Robert Adey raccoglie oltre duemila opere che hanno affrontato la prova. Se E. Allan Poe può esserne considerato il precursore, è in terra inglese che si assiste alla proliferazione più sostanziosa del sotto-filone. Personalmente, ritengo che lo statunitense John Dickson Carr sia considerabile il campione della categoria. Nel romanzo Le tre bare possiamo leggere una lunga dissertazione teorica sul filone in questione.
Nobile di famiglia, ricchissimo, di gran classe, abile giocatore di tennis, proprietario di una tenuta principesca a Monasterolo, frazione di Vaprio d'Adda, in provincia di Milano. Morto nel 1997 a New York vittima di un infarto, negli anni di tangentopoli cenava a caviale con Francesco Saverio Borrelli. Uberto Paolo Quintavalle ha lavorato in ambito giornalistico per conto del Corriere della Sera e ha scritto parecchi libri, oggi tutti fuori catalogo e dimenticati. Di lui ci si ricorda al massimo la sua partecipazione come attore all’ultimo film di Pasolini. Era uno degli aguzzini di Salò. Il resto è oblio, o quasi. Ho recuperato quattro libri. Il primo romanzo è Segnati a dito del ’56. Prima aveva pubblicato solo un poemetto e delle tragedie.
Se vi piacciono gli autori sconosciuti e misteriosi, non potete perdervi il siciliano Angelo Fiore, il più celebre autore sconosciuto del Novecento. Può un autore essere famoso e ignoto allo stesso tempo? Sembra di sì con il nostro strano personaggio, capace di vincere premi prestigiosi, di avere lodi dalla critica più importante, firmare contratti con grandi editori, ed essere introvabile in libreria e affatto sconosciuto. Vediamo come si svolsero i fatti.
Sul Tamburo sfoglio un volume a cura di Michele Mordente, uscito per la benemerita Stampa Alternativa: le sceneggiature originali di Ranxerox ritrovate nell’abitazione dello sceneggiatore romano dopo la sua scomparsa nell’aprile dell’86. Agende, appunti, foto, collage vari. La mente del Tamburo era spumeggiante, sempre alla ricerca di cose nuove. Le sceneggiature, anche senza il supporto dei disegni iperreali di Tanino Liberatore, reggono bene e rendono l’idea di quel che il Tamburo, in quegli scorci di primi ’80, vedeva appena sotto la raggelante patina del riflusso: città rovinate, montagne di immondizia, lamiere, scatoloni, folle a torso nudo e pantaloni da tuta da ginnastica, giganteschi parcheggi, carcasse e barboni e ancora schermi televisivi accesi, coatti sintetici e ragazzine minorenni stese su letti enormi tra disordine allucinante e siringhe. Stampa Alternativa teneva parecchio al Tamburo, anche perché lui aveva esordito praticamente con loro.
Esistono libri che sono fatti di una scrittura anonima e che non aggiungono nulla al reame di carta esistente, né lasciano un messaggio nei tessuti connettivi di chi li ha letti. Eppure possono essere piacevoli, sugli scaffali delle librerie scompaiono rapidamente, vengono venduti come pane. E poi esistono libri composti con una scrittura personale, dove tra le righe il lettore esperto può rinvenire il seme di un intento artistico, di affermazione autoriale rispetto al marasma di carta scritta che respira in ogni angolo del pianeta e del tempo. E magari da questa seconda categoria, il lettore può estrapolare un senso delle cose, un messaggio, a dirla banalmente, che lo spiazzi, che gli consegni una visione del reale differente rispetto a quella che aveva prima, una concezione della logica modificata, proprio grazie alla porzione di innovazione che lo scrittore ha trasmesso alle sue pagine.