Non classificabili

Scrittori italiani in viaggio attraverso l'Italia. Comisso, Gadda, Bacchelli, di Francesco Suardi

Sabato, 19 Agosto 2023

Mi è d’abitudine comprare un libro per il viaggio. Entro in una libreria e esco col volume che leggerò. Così ho fatto a Parma poiché con mio figlio, partiti da Calvisano, eravamo diretti a L’Aquila procedendo per tappe, su treni regionali. La libreria era quella dell’amico Ernesto, Piccoli Labirinti, verso piazzale Santa Croce per intenderci. Per farla breve, come altre volte mi è capitato, il volume che ancora non conoscevo e che cercavo era lì che mi guardava: Comisso, Gadda, Bacchelli. Con soprattitolo: Scrittori italiani in viaggio attraverso l’Italia, editore a me sconosciuto “dalla costa” in minuscolo. Al banco, l’amico libraio mi avvisa: “Una bella casa editrice, con dei bei titoli, peccato che sia fallita quasi subito.” In treno leggo e ora che finisco tutte le tappe, una settimana di viaggio, l’ho belle che finito. Un saggio sui racconti di viaggio di questi tre autori, ben scritto, approfondito ma sobriamente, avvincente persino. Tre autori, Giovanni Comisso, Carlo Emilio Gadda e Riccardo Bacchelli. Un veneto, un milanese e un bolognese.

Già nell’introduzione si spiega la differenza tra Grand Tour e Petit Tour in Italia, che non conoscevo. Scopro così che il mio (Parma, Fossato di Vico, L’Aquila, Rimini e Verona) è proprio un Piccolo Viaggio alla ricerca di percorsi alternativi. Scopro che il termine per definire questa letteratura di viaggio è “odeporica” e che solo in Italia è considerata “minore” e senza nessuna logica in verità, avendo questa parte il sostegno di scrittori immensi, da Goethe in poi. Sempre nella introduzione si cita Eugenio Montale, il primo (come tante altre volte) ad aver detto cose che molti anni dopo la critica ha detto: “Ah, già è vero!”.

Dice il genovese in una prosa dal titolo Viaggio in Italia, appunto:

Il viaggio in Italia è ormai un genere letterario a sé, che ha i suoi classici maggiori e minori. Non c’è giornalista nostro che non abbia scritto corrispondenze più o meno estese, da questa o da quella regione in Italia.

Nella parola “giornalista” non c’è disprezzo, anche i tre autori presi in esame nel saggio scrivono per giornalismo, avendo avuto l’occasione di scrivere per questa o quella rivista. Pare strano, ma pare che anche il letterato debba mangiare e avere oggi l’occasione di scrivere, cioè un contratto pagato, è sempre più raro. Non perché non ci siano i soldi (ce n’è quanti uno ne vuole) ma è che vengono spesi in “cose più importanti”... I nostri autori, sebbene scrivano per giornali e riviste, restano loro stessi, non inferiori a quando scrivono romanzi immortali; anzi sono spesso più sobri e senz’altro più brevi. Ma veniamo ai fatti.

Il primo reportage, di Giovanni Comisso, risale nella prima stesura al 1928 per il quotidiano Il resto del Carlino: Roma, Napoli e Sicilia. Ne seguiranno molti altri perché Comisso faceva appunto il giornalista non avendo fortuna in vita come romanziere. Fortuna di pubblico intendo, andava meglio con la critica grazie alla sicura stima di Montale, Svevo, Solmi, Contini e Debenedetti, solo per citarne alcuni. Viaggiò moltissimo anche all’estero, soprattutto nel Medio Oriente, in Cina e in Giappone per il Corriere della sera e fu corrispondente da Parigi. Insomma, non proprio l’ultimo degli scemi.

La parte che ci interessa, quella dei viaggi in Italia, fu raccolta la prima volta in volume nel 1937 con il titolo di L’italiano errante per l’Italia, uscito poi nel 1945 in edizione notevolmente aumentata e con il titolo di La favorita e infine si ebbe, vivo l’autore, l’edizione definitiva con lo stesso titolo nel 1965.

Che tipo di scrittore era Comisso in questi suoi reportage? Lo spiega bene il libro, riportando stralci: un autore lirico, un pittore che coglie i colori prima di tutto e le forme e l’atmosfera di un posto, che cerca di trasmettere quello che vede e che guarda il Bel Paese (qui vengo a sapere che l’espressione è di un certo Francesco Petrarca) colpito dalla bellezza. Ma non una bellezza turistica, il suo sentimento è molto più ampio. Prendiamo ad esempio questo passaggio su Venezia. Lo scrittore è veneto, di Treviso, e molti sono gli articoli sul suo Veneto. Scrive:

Non mi è possibile ricordare quando andai a Venezia la prima volta. Invidio i fortunati stranieri, ai quali questa città si offre strabiliante. Venezia mi è familiare dall’infanzia. Non ho potuto meravigliarmi di Venezia, tanta ingratitudine finì per rendermela antipatica lungo tempo e mi piacque accusarla di essere antipatica alla vita e ingombrante. […] (ma ora) Tutto era immobile e visibile e mai visto prima di allora. Conoscevo ogni cosa, ma assolutamente non l’avevo mai vista. […] complice la luce che rendeva tutto altrimenti.

Ma Comisso non guarda solo il panorama, vede e osserva con partecipazione il popolo, ne è affascinato, scrive del caso singolo la storia e del rumore di una piazza o di un mercato, piace e ascolta la povera gente, i lavoratori umili e ne ha stima sincera:

Turiddu! Turiddu! Tutti si chiamavano così, e questo nome mi piacque; ardente e volante, ma non sapevo spiegarmi di quale nome fosse il diminutivo. Dovei chiederlo: “Salvatore, Salvaturiddu, Turiddu.

Il secondo autore è Carlo Emilio Gadda, un carattere piuttosto diverso dal Comisso. Benché lamentoso e pigro fu instancabile viaggiatore e vertiginoso grafomane. Fu in Sudamerica, in Germania, in Francia e in Belgio come ingegnere e poi, finalmente emancipatosi dalle incombenze del lavoro, si diede interamente alla letteratura grazie ai tardi successi del Pasticciaccio e della Cognizione, trasferendosi a Roma e in amene località di villeggiatura.  Gadda è di Milano e ama Milano, così come ama l’Italia tutta, ma il suo amore è estremamente polemico, è l’amore di chi si indigna per come vanno le cose. La sua letteratura è per lo più satira corriva dei costumi, tipico degli idealisti che non riescono a lasciar andare la visione perfetta di una infanzia in realtà felice e creduta dolente.

Nel 1939 escono Le meraviglie d’Italia, cartoline di viaggio frutto della collaborazione, L’Ambrosiano e La gazzetta del popolo. Seguiranno altre corrispondenze per L’Italia letteraria e La Nuova Antologia, raccolte successivamente nel libro Gli anni. L’edizione definitiva, del 1964, avrà titolo doppio (Le meraviglie d’Italia – Gli anni) e conterà una trentina di prose giornalistiche.

Non bisogna però credere che l’articolo d’occasione di Gadda abbia una scrittura più blanda di quella a cui ci ha abituato con i racconti e con i grandi romanzi. Ecco come descrive la “sua” Milano.

[…]  primo: tutti gli alberi maggiori di cinque anni venissero adibiti a far legna; secondo: non una piazza fosse quadrata o rotonda, ma tutte bislacche; terzo: l’angolo di sessanta gradi, quello di novanta  e i loro mezzi fossero banditi dai piani; quarto: non una casa fosse pari in altezza alla casa contigua, specie nei nuovi fori e vie nuove; quinto: i muri scialbati e senza finestra delle fiancate si levassero ovunque, conferendo alla città urbanizzata la sua “fisionomia architettonica”; sesto: i tetti fossero combinati alla meglio, e con ogni aggeggio: pentoloni, caminacci, fette di panettone, canne da pesca, parafulmini arrugginiti, disposti scientemente in visuale e in fuga.

E in un altro articolo:

(a Milano) […] ci sono bruttezze e tristizie, banalità e goffaggini, e certe lindure più accoranti d’ogni tristizia, che un minimo di attenzione, di raccoglimento, di sensata cognitiva potevan bastare ad evitarcele: e bastava aver guardato un istante, non dico Genova o Roma, ma Savona o Terni.

La Milano di Gadda è paradigmatica della sua cocente insoddisfazione; con tipico atteggiamento nevrotico, non riuscirà a liberarsene e a godere, anche lontano da essa, di una gioia semplice. Emblematico fra molti è questo passaggio sulle rive della Magna Grecia:

Oh, ci potessero, i fichi secchi, lasciar dentro bocca la lingua di Aristofane e di Luciano! Via! Contentiamoci dell’italiano di viale Anfossi, e di questo meneghino “illustre” che ha radici a Bitonto. Carlo Porta non ci verrebbe: non potrebbe oggi di certo, in Corso Ventidue Marzo, risciacquare i suoi panni alla pura fontana del dialetto, come quando ai begli anni si addentrava nel folto più delle verze in Verziere, rapito d’amoroso ardore filologico. Questo meneghino stranito mi sa di Ascoli e di Sparanise” […]

Leggevo e sogghignavo insieme, come sempre con Gadda, che forse solo in Abruzzo e precisamente a L’Aquila pare trovare requie:

L’Aquila novantanove volte sacra nelle novantanove sue chiese, alta nel nome e nel sito, pura d’acque, serena fra i monti d’Italia con i muri, la torre, lo speronato castello, L’Aquila invita alla sua montagna la giovinezza nuova d’Italia: e neppure disdegna chi fosse più cauto nel passo e giovane tuttavia nell’animo tanto, da desiderare le purità deserte ed alte, corse dal vento.

Io sul treno appunto verso quel luogo andavo.

L’ultimo scrittore preso in considerazione è Riccardo Bacchelli che oggi nessuno più legge, che scrisse i Mulini del Po e che io ho amato da giovane il suo Bakunin, a cui dobbiamo la legge che porta il suo nome, dalla prosa potente come non siamo più capaci. Bolognese, ma europeo di cultura, profondo conoscitore della storia, non usa l’Italia per i suoi sfoghi e nemmeno ne ritrae affascinato i colori, fa piuttosto delle lezioni, ma di che livello!, e dice insieme di sé. Nel racconto (o articolo) La rotta di Reno, lo scrittore bloccato sull’appennino da una insistente pioggia, rievoca impressioni della sua infanzia:

Quel senso di angustia, che sentiva mio padre, che sentiva io nella notte piovosa, è timore atavico, terricolo, ereditato dal mio cognome, che è rusticale e indigeno, di gente soggetta da chissà quante generazioni ai fiumi locali e alla paura delle loro orrende sregolatezze con le piogge e i disgeli eccessivi, smodati. Corro là col cuore, nella notte, e penso: Dio voglia che smetta di piovere.

Fu scrittore fecondissimo e molteplice che scrisse fino alla morte a 94 anni (nel 1985), padrone di ogni registro espressivo, sperimentatore di tutti i generi letterari. Ogni suo scritto venne accolto da clamore e consensi, ma finì per sperimentare anche lui l’oblio che ancora oggi perseguita la sua opera. Le prose di viaggio, nate anche qui per occasione di giornali e riviste (fu a lungo una firma de La stampa) scritte in una lingua copiosa e classica allo stesso tempo, con un registro lessicale tra i più ampi della letteratura nostrana, va dagli accenti lirici alle divagazioni colte, ma non disdegna la riflessione personale:

Salute e mare son per me due parole e una cosa, e non rimpiango i poemi che non ho scritti più mai, ma le veleggiate che non ho fatte.

Le sue prose odeporiche sono raccolte nel libro Italia per terra e per mare, la cui edizione definitiva è del 1962, non è pensata come raccolta di articoli, ma come vera e propria guida, anche se, odiando l’autore il turismo perché banalizza “il culto solingo delle nostre bellezze” ne viene una guida per ricercatori solitari più che per famiglie.  Capita persino che si rivolga direttamente al lettore:

E quando passiate da piazza del Duomo a Milano, entrate a vedere il cortile dell’Arcivescovado, opera di San Carlo e del Pellegrino.

Arrivato che fui a L’Aquila, amena città da tutti e tre gli scrittori presa in esame, per lo più ancora segnata dal terremoto del 2009, e parecchio, con quartieri del centro storico deserti e i palazzi “tenuti su” dalle impalcature, avevo finito il mio libro. Guardai meglio la foto dell’autore in quarta, Francesco Suardi, mi immaginavo di cercare altri libri suoi o forse di cercarlo “sui social” come si dice oggi, e ho pensato: che bene che ci siano ancora giovani appassionati!; ma un freddo mi colse, vicino alla data di nascita c’era, sinistra, un'altra data, quella di morte, nel 2013. Quindi avevo letto un libro di un autore morto a 31 anni, pubblicato da una casa editrice che non esiste più. Camminando per il Corso Vittorio Emanuele, il centro del centro, l’unico interamente ricostruito, e in effetti molto bene, meditavo su questa coincidenza: Francesco Suardi, laureato a pieni voti (dice la nota), insegnante di “discipline letterarie, sua grande passione” in una bottiglia ha messo il frutto di questo suo amore e per vie misteriose, è giunto oggi fino a me.

Tornato a casa, sulle colline moreniche, scrivo queste righe, per un amico che cura un blog letterario di libri introvabili, che è dove vi trovate ora. Il saggio del povero Suardi lo si trova ancora nei remainders o nelle biblioteche, più difficile è trovare Comisso e Bacchelli, un po’ di fortuna in più l’abbiamo con Gadda che è sentito più di moda, ma l’ultima edizione del suo libro di racconti di viaggio, risale al 2003.

Bibliografia

  1. Francesco Suardi, Scrittori italiani in viaggio attraverso l’Italia. Comisso, Gadda, Bacchelli, edizioni Dalla Costa, 2015.
  2. Giovanni Comisso, La favorita, Longanesi, 1965.
  3. Carlo Emilio Gadda, Le meraviglie d’Italia – Gli anni, Garzanti, 2003.
  4. Riccardo Bacchelli, Italia per terra e per mare, Rizzoli, 1952. Esiste anche un edizione illustrata per l’editore Bolis di Bergamo che risale al 1985, ma non è completa.

Scheda del libro

  • Titolo: Scrittori italiani in viaggio attraverso l'Italia
  • Sottotitolo: Comisso, Gadda, Bacchelli
  • Autore: Francesco Suardi
  • Pagine: 178
  • Editore: Dalla Costa
  • Anno: 2015

Libri per genere: