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Itinerari tenebricosi: Eisler, Artaud, Manganelli e Cioran

Itinerari tenebricosi: Eisler, Artaud, Manganelli e Cioran

Nel 1992, in occasione dei trent’anni della casa editrice Adelphi, venne lanciata la collana i peradam. Roberto Calasso dichiarò sulle pagine de La Repubblica che "la necessità di una nuova collana nasceva dal bisogno di ripopolare la zona saggistica con qualche iniezione di pensiero. A distanza di 30 anni, Davide Rosso prende in esame alcune recenti uscite, occupandosi di Robert Eisler, Antonin Artaud, Giorgio Manganelli e Emil Cioran.

La nuova edizione Adelphi di Uomo diventa lupo di Robert Eisler. La traduzione è affidata a Raul Montanari, con una gustosa postfazione dell’indologo Brian Collins. La postfazione è la cosa più interessante: Collins cerca di sottrarre alle ombre la figura di Eisler, scrittore e saggista “interdisciplinare” che, dall’essersi addottorato in economia, si interessa dello scibile umano. In seguito a un accesso di follia (occorso a Udine nel 1907, dove dopo aver trafugato maldestramente un codice del XV secolo tenta ancor più maldestramente il suicidio, prima con un temperino, in seguito con schegge di vetro da un botticino di disinfettante) e ad una condanna penale, Eisler comincia a proporre in modo estenuante studi sull’esoterismo e sul misticismo.

Durante gli anni del primo conflitto mondiale serve come ufficiale dell’esercito austro-ungarico sul fronte russo e italiano. Dopo la guerra lavora a una nuova versione della morte di Gesù, poi volge nuovamente lo sguardo verso l’economia, proponendo una storia generale del sistema monetario ignorata dai più, per poi tornare a indagare (negli anni dal ’30 al ’38) chi ha scritto il quarto Vangelo. Altri libri come The Book of Lazarus e The Gospel of the Paraclete attendono nel cassetto l’interesse di qualcuno. Tra il ’36 e il ’38 Eisler comincia a dilettarsi di psicoanalisi e subconscio. Tra il ’38 e il ’39 fu deportato come ebreo a Dachau e poi a Buchenwald. Gli ultimi anni della sua vita sono pieni di frustrazione e cattiva salute. Gli editori sono restii a impegnarsi nei suoi multiformi progetti. Per sbarcare il lunario tiene conferenze in tutta Londra su un’ampia varietà di argomenti; nel ’46 fa la sua comparsa sugli scaffali un volume riccamente illustrato dal titolo The Royal Art of Astrology e gli articoli Danse Macabre e The Passion of the Flax.

A 65 anni, come rifugiato ebreo con problemi cardiaci, Robert Eisler è considerato poco più di uno strambo e dilettantesco studioso. Pochi mesi prima della morte arriva lo studio sulla licantropia. Uomo diventa lupo è un libro poco catalogabile, sfuggente; trenta pagine dense di saggio socio-antropologico sulle origini del sadismo e oltre duecento di note fittissime. In sintesi Collins ci dice che per Eisler “la radice del sadismo umano è il radicamento del crudele istinto lupino a livello dell’inconscio collettivo in seguito alla trasformazione degli esseri umani da prede a predatori”, da pacifici erbivori nelle foreste vergini primordiali, a carnivori in stato di frenesia per la carne, licantropi dediti a scellerati atti di nutrimento a scapito di animali, uccelli. Per Eisler la macellazione della vittima produce una rottura nei costumi ancestrali delle tribù primitive, da qui i necessari riti espiatori e il bisogno di cerimonie apotropaiche per placare il senso di colpa e di “peccato”. Dalla mutazione carnivora e licantropica allo stupro, dal divoramento al sadismo il passo è breve. Eisler attraversa i quattro angoli del mondo a colpi di bisturi: le note che seguono il testo trattano di tutto, dal marchese De Sade alle dinamiche dell’inconscio, con interessanti dissertazioni sul termine di “archetipo” utilizzato da Carl Jung, fino agli “engrammi” di Semon ereditati sulla microstruttura della corteccia supergranulare. L’esperienza concentrazionaria spinge Eisler a cercare le origini del male, nella convinzione che non si tratti di qualcosa di congenito, bensì di una stortura, di una deviazione dai nostri progenitori frugivori, non aggressivi, e che la belva archetipica che è in noi sia domabile.

Antonin Artaud, Scritti di Rodez, Adelphi 2017. Si tratta di una scelta di lettere e scritti dal manicomio risalenti al ’43 e ’46. Artaud, espulso dall’Irlanda, torna in Francia in camicia di forza, destinato a vagare tra un manicomio e l’altro per quasi dieci anni. Dal ’43 Artaud viene trasferito all’istituto di Rodez gestito dal dottor. Gaston Ferdière, sodale del gruppo surrealista e poeta dilettante. Qui Artaud riprende a scrivere una mole di lettere indirizzate ai pochi parenti rimasti, ai dottori che lo hanno in cura, ad amici e colleghi lontani. “Scritti di Rodez” è un florilegio psichiatrico occulto; Artaud si scaglia contro il sesso, la masturbazione rituale, lo sperma, vessilli di un affatturamento erotico di massa. Per Artaud l’erotismo e il sesso sono un’ossessione su cui torna in numerose lettere; in una (molto bella) a Ferdière del 29 marzo ’43 spiega la sua idea di demoni, forze libidinose che precipitano nei corpi; in altre missive si scaglia contro la copulazione del matrimonio, abominio per la salvezza dell’anima.

Tra un delirio poetico e l’altro Artaud si lagna delle privazioni terribili a cui è sottoposto, chiede di potersi lavare e radere, di lavarsi i denti. Il poeta avverte il male come una sorta di malia, una tentazione della carne, una fattura mentale e occulta, si sente vittima di una congiura che lo ha avvelenato e fatto rinchiudere ingiustamente in un asilo per alienati. Le parole di Artaud sono una forma di resistenza poetica agli elettroshock che deve subire nei lunghi anni di internamento e di privazioni. La lucidità vacilla e resiste, accendendosi di colori spaventosi, come quando, tornando a parlare dei demoni patologici che lo assillano, ne cataloga la dimensione dei corpi fluidi e trasparenti come veleni dell’animo e della psiche. Tuttavia il delirio allucinatorio di Artaud è un deliquio poetico e artistico, il bisogno di una percezione del meraviglioso sotto la pelle logorroica del reale.

Lo scrittore rivendica le sue allucinazioni fantastiche e ne difende la validità creativa, chiedendosi se allora tutti i poeti e gli scrittori dovrebbero finire rinchiusi in un manicomio. Come Eisler conosce il vero volto della cattiveria umana nei lager, così Artaud ne scruta il volto nei manicomi francesi; e pare quasi di vederlo, magro da far paura, con pochi denti in bocca, il viso asciugato e ipnotico, scrivere fitto su fogli disordinati e sporchi, attorniato da una calca di appestati senza più futuro. Artaud, dimenticato, rimane sepolto nel manicomio di Rodez come i personaggi del Caligari, scrive per mantenere un filo cromatico tra le mostruose bassezze dei primari burattini d’ospedale e i maneggi di un’occulta deportazione che incombe sui nostri animi per tramutarci tutti in alienati a cui offrire l’oblio di una mandragora seminale.

Prendo per caso e leggo il Discorso dell’ombra e dello stemma di Giorgio Manganelli, autore, ora quasi tutto nell’Adelphi, che poco frequento. Libro affogato nella prosa barocca e paludosa del Manganelli, qui allo stato puro, o così mi par di capire. Di che parla? Credo di quello di cui parlano tutte le cose istrioniche del Giorgio, di nulla, o del nulla anche. Parole, frasi, periodi deliziosi senza alcuna forma di narrazione, viziosi virtuosismi di un alfiere di una letteratura iper-(meta?)letteraria, architetture di parole che descrivono i deserti labirintici della pagina bianca. E ancora echi, fantasmi, illuminati da pirotecnica estrosità. Dove sta il gotico? Queste scritture senza capo né coda somigliano a epitaffi in calce a un tremolante catalogo funebre sulla letteratura; le parole girano intorno alle fantasticaggini inceppate, sempre interrotte da una mano che verga un foglio bianco, ancora l’immagine di un deserto infittito dalle foreste minuscole dei segni pronti ad accogliere abbozzi inconclusi, diafani fantasmi di idee che non si decidono mai a diventare veramente storia, qualcosa; Manganelli scrive senza una direzione e ci tiene a farlo sapere al lettore, incauto viaggiatore nei padiglioni fieristici della parola e della sua ombra, del suo doppio; la parola ombra del Giorgio è un’epifania inutile di niente, di sciocchezza, chiacchiera vuota, universo mentale del dire senza aver nulla da dire. Lo stemma, alla fine, di quest’ombra, il suo castello, i suoi frammenti paralleli di un mondo mentale che esorcizzano il manufatto solido di libro come contenitore di forze magiche, magia nera, deposito biblioteca di ampolle, matracci, catene e sgradevoli stranezze. Ecco la svagata grandezza (perché poi se ne saltano molte pagine, annoiano molte altre, se ne amano e sottolineano certe) del Discorso è qui, inviscerata in questa polpa legnosa araldicamente vuota, sovraccoperta di un manualetto letterario compiutamente smarrito nel negativo voler dir niente.

È ancora un Adelphi, il Sommario della decomposizione di Emil Cioran. Di lui manco ne sapevo il nome, di filosofia me ne interesso poco. Un servizio veloce al Tg, vaghi accenni, una debole curiosità sbiadita. Poi ho letto questo Sommario, che in origine (pubblicato nel 1949 presso Gallimard) portava il titolo di Esercizi negativi; Cioran, allora, era un oscuro apolide dalla Romania, un ometto innamorato delle prostitute, di Chamfort, Pascal e degli aforismi brevi e fulminanti alla Nietzsche. Il “Sommario” è un testo letterario e filosofico, una prosa poetica composta di brevi aneddoti, disamine e frivolezze che vogliono denunciare la fine della Storia e la precarietà di un’umanità in piena decadenza. Per Cioran tutto è alla frutta; la sua visione è quella di un pessimista ironico, padre di tutte le filosofie weird di questi ultimi anni (penso a Ligotti, o al Rustin Cole di True Detective); la sua lingua è fantastica, una requisitoria astratta e sanguigna senza un centro preciso.

Schegge, frammenti di pensieri, variazioni estreme di un nichilismo furioso e spasmodico; Cioran scatta delle polaroid mentali, delle fotografie in negativo; i profeti visti come figure dementi che sonnecchiano nell’animo di ognuno di noi, sempre pronti a dispensare ricette e formule per dirigere e digerire la vita; le invettive contro la noia, male supremo che fa marcire le anime, gettandole in un assoluto piatto, in una disarticolazione del tempo, un languore vuoto da cui non sembra possibile sottrarci; e ancora il catalogo delle inutilità umane affastellate in titoli e segmenti criptici, in una splendente ragnatela di concetti e parole che dipingono tutte le gamme atonali del vuoto e della sconfitta. Cioran si immola a poche figure, tanto che il lettore, nel procedere, si appiglia a radi segmenti figurativi. La nullità (e l’inutilità insistita) del genere umano sono ricamate al dettaglio, in una sommatoria frantumata di orrori imprecisi e teratologia della solitudine universale. Cioran costruisce una geografia liquida e narcotica sull’agonia e il naufragio della vita, affascinato da folli, mistici e falliti d’ogni risma. Su questa piramide in negativo siede a culo nudo il diavolo, suprema figura di locatario assassino, perché “è lì, nel braciere del sangue, nell’amarezza di ogni cellula, nel fremito dei nervi, in quelle preghiere alla rovescia esalanti odio, dovunque egli fa dell’orrore il proprio benessere”.

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