Misteri d'Italia

Provincia cronica e fantasmi dell'Italian Giallo nella nera da Alleghe a Garlasco

Lunedì, 08 Dicembre 2025

Ricordo la provincia. Era una, erano tutte. Ab uno disce omnis, scriveva Virgilio. Per me era la provincia di Vercelli, landa annerita, terra gotica intarsiata nel continuum della Pianura padana tra Torino e Milano. Ci si sentiva in una terra protetta e appartata, era la culla ammantata di misteri cantata da Piero Chiara in Il piatto piange, ma anche nei suoi gialli metafisici ispirati al Dürrenmatt de La promessa: I giovedì della signora Giulia e Saluti notturni dal Passo della Cisa.

Prima di Piero Chiara, Cesare Pavese aveva portato la sua provincia rurale e si era situato al centro nell'eterno conflitto tra grande città (per lui Torino) e terra natale. Conflitto che sarà poi di Tiziano Sclavi, tra gli altri. Ma anche Federigo Tozzi diede il suo contributo, con la sua provincia senese soffocante e viziata, e Gadda fece altrettanto ne La cognizione del dolore. La mia provincia assomigliava più alla Provincia cronica del gruppo musicale Baustelle. La canzone Gomma - del loro primo album, Sussidiario illustrato della giovinezza -, poetica e maledetta, è un vero e proprio fiore del male in omaggio agli anni decadenti dell'adolescenza spesi nel vuoto pneumatico e immobile della provincia. "Vespe d′agosto in caldo sciame / Per provinciali bagni al fiume": la litoranea marina lontana, inaccessibile, e il ricorso a espedienti che allontanino la noia, che diano spazio alle energie giovanili. La ricerca spasmodica di amori da consumare al caldo afoso delle risaie, minati dal lavorio venefico delle zanzare. Non è certo la terra di frontiera di Fenoglio, metafora dell'eterno contrasto tra la miseria e la fierezza della lotta partigiana.

La mia era una terra di acque sconfinate, di buio. Non era la Catania di Brancati, consumata dal cinismo e dalle malelingue, dall'onore e dalla ricerca perpetua di una rispettabilità sociale. Nella mia provincia le persone erano sagome pronte a scomparire in un indefinito vuoto. I personaggi che la costellavano ricordavano più da vicino i protagonisti dei romanzi di Bret Easton Ellis. Soltanto, i miei avevano le stigmati dei perdenti, dei falliti. E ora vivono solo nei miei ricordi. Arbasino, Berto e Parise hanno scritto pagine pregne delle ombre del fantasma della provincia. Ma oggi quella provincia sembra essere scomparsa per sempre. Eppure la ritroviamo. E la ritroviamo sotto spoglie diverse, abrase, nella cronaca nera dell'ultimo ventennio. Provincia carsica. È la provincia del delitto di Garlasco, del caso Yara, del delitto di Meredith Kercher. Scintille nere che portano alla luce immensi detriti sommersi. Mondi affondati. Garlasco diventa una versione italiana di Twin Peaks, terra di silenzi e suicidi misteriosi. Ombre lunghe della sera. Un passato che torna a galla nelle parole sussurrate di abitanti che qualcosa hanno visto, che qualcosa sanno, ma tutto, o quasi, tacciono. Garlasco città notturna con la sua nota discoteca "Le rotonde". Garlasco città remota spinta laggiù, contro il fiume Ticino, per essere solo dimenticata. Ma in quel tentativo di essere dimenticata, alleva al seno uno dei più brutali omicidi della recente storia italiana. Un centro di dieci mila persone che in due differenti scorci temporali diventa l'ombelico d'Italia.

Prima la figura enigmatica del fidanzato della vittima (Chiara Poggi), Alberto Stasi. Poi un imprecisato giro di coetanei simboleggiato dall'amico del fratello della vittima, Andrea Sempio. Stasi e Sempio incarnano due stereotipi del ragazzo di provincia: il figlio di papà glaciale studente della Bocconi di Milano; il metallaro che ricorda per assonanza la figura dei ragazzi coinvolti in altro fatto di cronaca centrale degli ultimi decenni, vale a dire quello delle Bestie di Satana. E se lo stereotipo umano sembra richiamare all'alienazione tracciata da Tondelli, il resto del racconto di cronaca è affidato al mesmerismo massmediatico, capace di contraffare la realtà, deformarla o dimenticarla. Come il caso di Yara Gambirasio ha mostrato. Basti ricordare il finto video del percorso che Bossetti avrebbe eseguito la sera della scomparsa della povera Yara. Un mese di gogna mediatica e poi la smentita: era solo una ricostruzione possibile, fittizia, un gioco della fantasia. E intanto il pubblico italiano familiarizza con la provincia bergamasca, con i silenzi di certe famiglie, con gli intrighi amorosi, i figli illegittimi, le dipendenze nascoste alle rispettive famiglie. Forse quella provincia, la provincia della cronaca nera e quella che ho visto io, può essere più assimilabile a quella letta nelle opere di Giulio Mozzi, ma anche in quelle di Romolo Bugaro, soprattutto in quell'affascinante romanzo generazionale che è La buona e brava gente della nazione.

Quell'Italia maledetta narrata nell'Italian Giallo (penso a Solamente nero, Non si sevizia un paperino, Il vizio ha le calze nere) con la sua provincia malata, si inabissa con le sue bambole di plastica dagli occhi rotti e i manichini tagliati da lunghi coltelli, per rinascere, mutatis mutandis, negli elzeviri della cronaca nera attuale. Amanda Knox è l'ennesima reincarnazione di tante figure del thriller su pellicola nostrano. E se l'Italia del thrilling nasceva sulle ceneri di certa letteratura - si pensi a tal proposito a La donna del lago di Giovanni Comisso, che eredita del romanzo-inchiesta di Sergio Saviane I misteri di Alleghe la fosca ambientazione provinciale e il culto quasi misterico per una catena di delitti irrisolti -, la cronaca nera già allora aveva mostrato uno squarcio nella tela del reale. Se ne accorge un cronista di razza come Dino Buzzati. È il 3 dicembre del 1946, la strage di via San Gregorio dove la friulana Rina Fort ammazza la moglie dell’amante e i suoi bambini. Buzzati vede i corpicini dei bimbi fermi come pietre, colti da un sonno improvviso, circondati da rigagnoli di sangue simili a polipi immondi. L’atrocità insensata del delitto sembra svelare al cronista bellunese qualcosa che va oltre l’abitudine del sangue, come se da quella via San Gregorio milanese al numero civico 40 si liberasse un sottile e impalpabile panico.

Da qualche anno si direbbe egli si sia qui insediato da padrone. Potrebbe essere quell’ombra che scompare adesso dietro l’angolo, potrebbe essere quello sconosciuto che ci fissa per via senza apparenti ragioni. Un giorno o l’altro chi può escludere che all’improvviso non si affacci anche alla nostra porta? Non si può mai giurare. Egli gira invisibile, covando il male, e non sarà mai stanco. Bisogna scovarlo. Occorre togliergli l’aria, incalzarlo oltre i confini estremi della città, respingerlo fino alle lontane foreste del buio da dove è riuscito a fuggire.

Qualcosa del genere lo aveva capito anche Pier Paolo Pasolini in un pezzo rimasto inedito (oggi nei Saggi Mondadori), Diario del caso Lavorini, sorta di originale contributo del poeta di Casarsa alla cronaca nera dell’epoca. Pasolini costruisce un testo indefinibile che comincia con una poesia e si trasforma in una sorta di diario che segue a caldo l’evolversi della vicenda Lavorini: un dodicenne viareggino - figlio di un agiato commercialista - che viene rapito a scopo di estorsione da un gruppo di ragazzi adolescenti iscritti al locale Fronte Monarchico Giovanile e poi ritrovato cadavere il 9 marzo 1969, semisepolto sulla spiaggia di Marina di Vecchiano. I giovani rapitori, per intorbidare le acque, cercarono di dirottare gli inquirenti su moventi sessuali, segnalando e coinvolgendo nelle indagini alcune persone piuttosto note di Viareggio, di cui una si suicidò. Pasolini è attirato dal caso dei ragazzi viareggini, nei quali vede delle vittime di una società repressiva, un’Italia provinciale attirata dalla morbosità e dall’incubo del linciaggio.

Sono una testimonianza anche loro del clima di lotta di classe che si è riacceso in Italia negli ultimi due anni e di cui le bombe sono state il momento culminante. Dello sbandamento della piccola borghesia, la protagonista del caso Lavorini, come dell’alta borghesia, la protagonista della strage Casati.

I mostri di Pasolini somigliano già a quelli nerovestiti di tanto cinema thrilling a venire, così come a certi casi di nera diversi e inspiegabili. Su tutti penso a quello di Simonetta Ferrero, aggredita e uccisa in modo inspiegabile nei bagni della Cattolica la mattina del 24 luglio 1971. Era un sabato e l’Università era quasi deserta. Doveva passare per conto di un’amica, perché lei, Simonetta, si era già laureata due anni prima ed era stata assunta alla Montedison, dove era funzionario il padre Francesco. Simonetta ha la testa altrove, pensa alle imminenti vacanze, la commissione alla Cattolica è per alcune dispense promesse a un’amica. Di lei si perderanno le tracce fino a lunedì, quando il suo corpo verrà scoperto nella toilette delle donne. Simonetta è stata massacrata a coltellate, sui muri del bagno e sulla porta strisciate e unghiate di sangue. La scena è un fiume rosso. Le indagini si perderanno dietro a individui sospetti, preti maniaci e mitomani da ricoverare al reparto psichiatrico. Resteranno solo quei quaranta fendenti sul corpo di Simonetta, sul segreto di un delitto senza ragione che scivolerà sotto un mucchio di altri casi e che somiglia già ai sogni di sangue imbastiti sul grande schermo dai registi thrilling di allora.

Il cinema annusava la realtà e la realtà annusava il cinema. Milena Sutter, ricomparsa cadavere sulla spiaggia di Priaruggia nel maggio 1971 contiene dentro di sé già tutte le Solange e le collegiali del thrilling di quegli anni, così come il presunto mostro di Marsala (sempre nel ’71) sembra ricreare il clima di sospetti e terrore indagato da Lucio Fulci in Non si sevizia un paperino. Un'Italia di mani guantate. Riavvolgo ancora il nastro del tempo. Personalmente, infatti, guardo al Delitto del Corpus Domini del 5 giugno 1947 come al momento in cui la cronaca nera comincia a plasmare l'immaginario collettivo dell'Italia lunare dei decenni a venire.

Il delitto di Elvira Orlandini, narrato da Paolo Falconi nel volume La bella Elvira, è un delitto a sfondo sessuale irrisolto che ha luogo a Toiano, in provincia di Pisa. Per le dinamiche d'inchiesta e per la forte partecipazione popolare, in un'epoca ancora pre-televisiva, quel delitto post-bellico diviene un primo mistero nero dell'Italia che si sta costruendo, un primo fantasma prototipico che alimenterà altri fantasmi, altre paure, altre ossessioni. E il libro di Paolo Falconi, come già quello di Sergio Saviane, è un testo che fotografa l'Italia del tempo, fornendo uno scorcio che sopravviverà al fluire delle cose. Aurora aurum in ore habet: la cronaca nera di allora possedeva già la capacità di mostrare gli angoli nascosti della provincia cronica nostrana. Le indagini attorno ai fatti di cronaca rimestano, allora come oggi, i misteri di vicende tortuose. E spesso finiscono con accrescerli, conferendo alla cultura popolare della nazione non solo enigmi irrisolti, ma vere reliquie storiche dentro le quali, per intravedere il senso, la ragione, è necessario adoperare la lanterna di una sorta di fede laica.

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