Dino Risi si unisce così a quegli intellettuali che, più o meno apertamente, hanno avvertito gli italiani sulla pericolosità della trasformazione in paese industriale e liberista. Tra loro, Pier Paolo Pasolini, Luciano Bianciardi, Federico Fellini. Esiste su carta un equivalente di quella meravigliosa pellicola. Ma sia quel libro, che quell'autore sono oggi caduti colpevolmente sotto silenzio. Mi riferisco a Tirar mattina (Einaudi, 1963) di Umberto Simonetta (Milano, 1926 - 1998). Simonetta fu autore poliedrico: paroliere di Giorgio Gaber (Una fetta di limone, Trani a gogò, Porta romana, Le nostre serate, Il Riccardo), autore teatrale, sceneggiatore, romanziere. Era l'epoca in cui nasceva la canzone d'autore, come spiega Umberto Fiori nell'articolo Umberto Simonetta: un paroliere di lusso. I suoi romanzi più importanti furono, oltre al già citato Tirar mattina, Lo sbarbato (Parenti, 1961), Il giovane normale (Bompiani, 1967), da cui lo stesso Dino Risi trasse il film omonimo, e I viaggiatori della sera (Mondadori, 1976), da cui Ugo Tognazzi ricavò un film che modificava profondamente la trama del testo di Simonetta.
Tirar mattina racconta la lunga notte sulla soglia degli anni Sessanta. La notte di Aldino, scansafatiche e nottambulo. Una lunga riflessione sul lavoro, inteso come movimento collettivo, declinato come mutazione sociale. Ambientato nel 1960, narra di Aldino, giovane spiantato milanese, che a 33 anni si trova sul punto di cambiare vita, abbandonando quella del viveur metropolitano e intraprendendo la carriera di meccanico automobilistico. Aldino ha trovato una fidanzata, Lina, e cerca di mettere la testa a posto. Ma lo fa per tornaconto: si sente con le spalle al muro, avverte che un forte cambiamento risulta necessario. Il trascorrere del tempo ha incrinato le sue certezze. E mentre una nazione intera si sposta dalle campagne alle città (a tal proposito si leggano le opere di Guido Crainz), mentre figli di braccianti agricoli cercano una collocazione all'interno della nascente filiera produttiva, Aldino decide di concedersi un'ultima notte, a bordo del suo "Alfone", prima di cominciare a lavorare al garage in cui è stato assunto.
La prosa di Simonetta è modellata sul registro informale del parlato, fitta di gergo da strada, masticata attraverso la frequentazione dei trani milanesi che l'autore stesso aveva direttamente vissuto. La grammatica viene volutamente forzata e le frasi sono lunghe, rincorrono un flusso di coscienza interiore, in cui il tempo presente si mescola con la nostalgica rievocazione del passato, ma anche con l'ansia per un futuro che appare irrimediabilmente sul punto di palesarsi. La sintassi è costruita sul moto perpetuo di un nervosismo irredimibile: vi è un fitto utilizzo della punteggiatura, per trasmettere al lettore la sensazione di un pensiero che si forma a cascata, dove da un'idea nascono numerose altre considerazioni.
La Milano narrata da Simonetta è una parente lontana della borgata romana di Pasolini dei Ragazzi di vita (Garzani, 1955), così come Aldino ha poco a che spartire con Albino Saluggia di Memoriale (Garzanti, 1962) di Paolo Volponi. Sono le opere che, insieme agli scritti di Italo Calvino, Lucio Mastronardi, Luciano Bianciardi e Alberto Arbasino, meglio fotografano le molteplici facce del boom economico. Penso a opere come La speculazione edilizia, o La vita agra. L'opera di Simonetta riesce, proprio come avviene su pellicola per Il sorpasso, a trasformare attraverso il simbolo il passaggio da un'epoca all'altra, raffigurando, fotografando l'istante nella sua inafferrabilità. E Aldino, così come Bruno Cortona (Vittorio Gassman) ne Il sorpasso, finisce con il rappresentare il prototipo dell'italiano del tempo. Un italiano, nel caso di Aldino, cinico, spremuto dalla vita, ma ancora capace di guardare con entusiasmo all'esistenza, ancora non assuefatto ai cicli della produzione industriale, ancora infantile per molti versi. La caratteristica peculiare di Aldino consiste in un odio viscerale nei confronti del lavoro, in un'avversione profonda per gli impegni di ogni genere, in quanto capaci di erodere la libertà.
La letteratura dei decenni successivi ha prodotto diversi epigoni della figura di Aldino. Penso, nell’immediato, al personaggio sghembo e scisso dell’ingegner Serafino Calandra, protagonista di Un’anima persa di Giovanni Arpino, un romanzo che, a sua volta, sarà adattato per il cinema da Dino Risi e del quale Max Boschini ci ha già parlato in passato. Serafino Calandra è personaggio capace di incarnare definitivamente i tratti distintivi dell'uomo allergico al lavoro: "Non lavoro, ecco tutto. Da quindici anni non lavoro e rosico il capitale...". E quel testo pare anticipare di decenni la narrazione di una - reale - disfatta umana, quella raccontata nelle pagine de L'avversario (2000) di Emmanuel Carrère. Prima, il romanzo di formazione adolescenziale Tutti giù per terra (1994) di Giuseppe Culicchia aveva tracciato in tempi moderni l'alienazione dell'uomo che si affaccia sul mondo del lavoro. Il racconto Un matrimonio (2018, Novilunio S.A.) di Bruno Vacchino risulta il più succedaneo di Tirar mattina: nonostante sia stato scritto oltre cinquant'anni dopo, riesce in chiave allegorica e surreale a tracciare l'identikit del personaggio in fuga dagli impegni borghesi del matrimonio, della famiglia e del lavoro e lo fa attraverso un viaggio dell'immaginazione e una lettura in chiave antropologica della realtà. La buona e brava gente della nazione (1998, Baldini Castaldi), romanzo d'esordio di Romolo Bugaro, eredita del romanzo di Simonetta la vena nichilistica e antisociale, ambienta la narrazione anch'esso in una eterna notte dei sensi, ma declina il tutto all'interno di una classe sociale privilegiata e aliena ai problemi dei lavoratori.
Oreste del Buono ha definito Tirar mattina un "testo amaro". E gli va data ragione: nonostante il testo vada collocato tra le poche commedie riuscite della nostra letteratura, grazie al vasto uso di detti meneghini e a una conoscenza dall'interno del mondo dei bar e delle trattorie del territorio lombardo, con il suo corredo di dialoghi e di battute, la sensazione che lascia al lettore è quella di aver letto di una disincantata rinuncia alla lotta che domina il mondo. Mentre "Il sorpasso" si chiude con l'incidente che mette fine al funambolico peregrinaggio automobilistico, Tirar mattina termina con l'immediato licenziamento di Aldino. Il protagonista, nonostante i tanti bicchieri e le innumerevoli disavventure notturne che lo allontanano dalla presa di servizio al primo giorno di lavoro, viene scoperto dal datore di lavoro, che intuisce lo stato di ubriachezza del giovane. E mentre l'ennesimo giorno di ascesa economica collettiva si compone, nella Milano rapida e in costante mutazione, Aldino ritorna a casa, facendo così ritorno anche alle vecchie abitudini e rendendo i propri sogni di cambiamento null'altro che una fantasia giovanile, un aborto.
