Non classificabili - Varie

Due eretici dimenticati: Francesco Saba Sardi e Jacopo Loris Bononi

Gli anni Settanta italiani sono pieni di libri fantasma. Testi pubblicati, letti da pochi, poi svaniti senza lasciare traccia, come se appartenessero a una storia parallela della nostra letteratura. Tra questi meritano di essere recuperati La perversione inesistente di Saba Sardi e Il poeta muore di Loris Jacopo Bononi: due opere agli antipodi, ma entrambe refrattarie a qualsiasi classificazione, tanto che questo articolo finisce nella categoria Non classificabili - Varie.

La perversione inesistente è un testo edito da La Salamandra nel ’77: Francesco Saba Sardi, oggi praticamente dimenticato, era in quegli anni un grafomane inesausto, viaggiatore e traduttore dalla vastissima produzione. La perversione inesistente, ovvero il fantasma del potere è un saggio antiaccademico e controcorrente che si iscrive nel clima contestatario di quei mesi di scontri e rivolte: studenti insofferenti, underground, radio Alice, lotta armata,  eroina a fiumi, manifestazioni studentesche, il Dams di Bologna con Celati a rileggere Lewis Carroll, Giorgiana Masi ammazzata da una pallottola vagante, antipsichiatria, le riviste pruriginose come Le Ore, Playmen, i libri pruriginosi come Porci con le ali. In questo marasma Saba Sardi riprende la lezione di Foucault ed elegge a tema portante del volume la perversione sessuale: compulsando archivi polizieschi, manicomiali, manuali di psichiatria, mette in fila una serie di casi limite sul travestitismo, l’autoerotismo suicida, mitologie zoomorfe e altre forme di eros della modernità capitalistica.

Nelle pagine di Saba Sardi è possibile vedere una commedia sanguigna di apprendisti elettricisti che si folgorano infilando il pene bagnato in una presa della corrente, o ancora di coprofagi benestanti votati alle divinità protettrici delle latrine e delle fogne, dove la vita sorge dall’informe brulichio incontrollato che contrasta con l’igienismo illuminista imposto dalle moderne società industriali; per Saba Sardi le perversioni smascherano le ipocrisie omologanti del convitto sociale. Le scienze sociali e la scienza moderna, per l’autore, sono asservite alle regole classificatorie di un sistema poliziesco e repressivo. Sulla scia di Foucault, Parinetto, De Martino, Ginsburg, anche Saba Sardi si muove ai confini della cultura popolare e dei culti sabbatici, eleggendo il pervertito (o il libertino) a rivoluzionario contro l’ordine borghese.

Nelle pagine centrali del volume si spulcia la tassonomia clinica dei vari Reich, Rank, Freud, Boss, fino alla summa di von Kraft-Ebing col suo Psychopatia sexualis, sorta di Malleus Maleficarum della carne. L’ambito erotico, indagato dalla linguistica, dalla psicanalisi, vuole essere classificato e neutralizzato dalle sue componenti più dirompenti e violente. Saba Sardi insiste sulla violenza implicita del sesso, sottolineando come le pulsioni dei corpi rompono la necessaria disciplina lavorativa, divenendo una forza capace di abbattere le gerarchie e i ruoli stabiliti dall’ordine sociale e famigliare. Ecco allora che i tabù del cadavere, dell’omosessualità e dell’incesto diventano pratiche politiche e controculturali che rifiutano le imposizioni gerarchiche. Bestialità, necrofilia, follia e perversioni varie come vessilli fantasmagorici di una libertà polimorfa che riecheggia nelle strade e nei cortei. Perché i mostri, ed è questa la tesi, sono necessari e inevitabili, in quanto hanno la funzione insostituibile di accesso al sacro: in un mondo rovesciato di pazzi, ai potenti di ogni colore avremo i pazzi, al posto dei re avremo i colori e gli slogan degli indiani metropolitani. Copertina stupenda con un’incisione anonima che ritrae un contadino inchiappettato da un demone caprone.

Altro autore marginale di allora è Loris Jacopo Bononi. Il Poeta Muore, Cappelli 1973, è uno strano libro: saggistica, diario intimo e notturno, prosa poetica. Oggi verrebbe facilmente liquidato come autofiction. Tuttavia Bononi è davvero un autore (e un personaggio) difficile da incasellare. Dirigente d’azienda, medico, mecenate, poeta, bibliofilo di cose lunigianesi. Cos’è davvero Il poeta muore? Nella mia copia ho una dedica manoscritta di Bononi per il poeta e maestro elementare Roberto Micheloni, originario di Aulla, cittadina non lontana dalla Fivizzano del Bononi. All’interno della mia copia vi è anche un elegante pieghevole che ritrae lo scrittore di Fivizzano e riporta una sintesi critica di quello che alcuni intellettuali del tempo hanno scritto su di lui. Compaiono i nomi prestigiosi di Carlo Bo, Alberto Bevilacqua e soprattutto di Pier Paolo Pasolini che dice: “Lo stile di Bononi brucia, come si dice, ogni residuo. Questo libro è senza radici, cioè senza prosa. Potrebbe essere stato scritto sulla Luna. E si badi, esso è concretissimo: il paesaggio italiano, splende in tutto il suo vecchio fulgore”. Le parole del poeta di Casarsa sono utili per inquadrare il libro in esame.

Il poeta muore, dicevo, è un diario che segue per frammenti narrativi, lo sgranarsi dei mesi. Le stagioni passano fuori dal fortilizio medievale in cui Bononi vive e si rifugia dopo i travagli lavorativi nell’Italia industriale del dopo boom. Uomo di scienze e letterato, dirigente aziendale e poeta, come Ottiero Ottieri e Paolo Volponi, quindi poeta di concretezza ed astrazione. Il diario e la scrittura di Bononi sono davvero senza radici. Un pensiero narrativo illuminato dalla densità e dall’ispirazione poetica, impregnati dalle forme, dai colori, e dai rumori di una Lunigiana che riluce come la Lucania di Ernesto De Martino, una terra estranea, dura, appartata dai grandi ricorsi della storia, dove Dante è venuto in esilio per scrivere dei canti del Purgatorio, vivendo appartato in quel di Mulazzo, passeggiando nei sentieri impervi che conducono al cimitero di S. Martino, dove resiste una splendida cappella del ‘200 circondata da un antico cimitero. La Lunigiana di Bononi è una terra di pietre e dirupi, incorruttibile, bandita dal pensiero moderno.

Eremi romiti, rovine di torri abboscate al chiuso dei castagni. Nella prosa poetica del fivizzanese la natura pulsa di una forza magica e ancestrale, ricordandomi la medesima forza descrittiva impressa nella Lucina di Moresco (anche lì abitato da una Natura e da una vegetazione viva, primordiale, coi suoi strapiombi, i filamenti vegetali e nessun segno di vita umana a perdita d’occhio). L’occhio scrittura di Bononi indaga le forme che lo circondano, le ombre nei boschi di cerro, faggio, ontano, frassino e, soprattutto, castagno. Attende, come certi contadini, le premonizioni del tuono, la luce diabolica del lampo, e le rare figure umane (uomini, donne?) che si affacciano sui crinali e si avvicinano come stormi di corvi neri. Il poeta muore è un libro di descrizioni della natura, dei suoi silenzi, dei suoi tempi e delle sue forme: ho parlato di Moresco, ma avrei potuto prendere Meteo di Zanzotto. Anche Bononi abbozza una prosa che mescola ricordi, allucinazioni diurne affidandosi a una litania dall’impasto linguistico denso e magmatico, che non rinuncia al gergo dialettale o alle ricercatezze lessicali. Lontano dalle mode del suo tempo, Bononi appare come uno scrittore senza tempo, uno che arriva da fuori, che non fa e non farà mai parte dei giri che contano, una sorta di Guido Morselli, o Giorgio De Maria della Lunigiana.

I brani del Poeta si accalcano seguendo solo il filo delle stagioni, descrivendo le mutazioni di un paesaggio in cui la premonizione di qualcosa che rimane sempre inespresso (e non detto) è portata dai minimi movimenti e mutamenti della natura, dalle forme scarnite degli ulivi, dal colore di schiuma dei cieli, dall’impeto visivo dei girasoli e dei gigli. L’uomo è poca cosa dinanzi agli spazi e alle brughiere della Lunigiana, impotente e tramortito dai colori che incendiano l’aria nelle estati abitate dal brulichio di una vita vegetale e animale, dove solo le canzoni delle cicale possono resistere ai malefici dell’ora incauta del mezzogiorno. Il maligno, come forza della natura, si intravede appena anche nei lucori del giorno, come spettro dell’eros, come nostalgia del ricordo, nelle carni di qualche sacerdotessa incarnata nel corpo di ragazza con le cosce che sgusciano dagli stivali. La luce è di un’intensità raggelante, come quella bianca e sovraesposta che Pasolini utilizza per descrivere i turiboli di periferia in alcuni versi delle poesie in forma di rosa.

Anche la notte ha i suoi presagi, i suoi suoni, i suoi abitanti, le sue ombre, i suoi sibili, respiri, i suoi palazzi in rovina, i suoi odori di erba tagliata dalla falce e dalla fatica di contadini che portano ancora sui volti quello strazio antico di chi ha attraversato il deserto della vita. Il tempo del racconto è il tempo del grano, delle ombre incenerite di luglio, dei pomeriggi senza voci di settembre, del fiorire di un autunno composto da giardini ocra e formiche intorno ai cardi di castagno. Poi, verso le ultime pagine, la scrittura si sfalda, rivelando la sua intima struttura poetica, rilasciandosi in ultimi frammenti di pensiero, circoscritti alle ombre della casa, della fortezza del Terziere in cui Bononi ha vissuto circondato da libri preziosi e dall’assedio di un paesaggio lontano anni luce dai marosi di quei ’70.

Scheda del libro

  • Titolo: Monade 116
  • Collana: Fantascienza, 14
  • Autore: Robert Silverberg
  • Traduttore: Pierantonio Rumignani,
  • Pagine: 206
  • Editore: Delta fantascienza
  • Anno: 1974
  • Anobii: scheda del libro

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