Gialli dimenticati vol. 2: la trilogia della paura di Laura Grimaldi (1988 – 1994)

Ho conosciuto la scrittura di Laura Grimaldi nel ’90, col secondo romanzo di questa trilogia, La colpa; ricordo che partecipò, senza vincere, all’edizione di quell’anno del premio Bancarella. Ricordo che fu mia madre a comprare La colpa, insieme all’edizione in economica del Sospetto. Negli anni volli ricercare l’edizione cartonata anche del primo libro. Non sapevo nulla di questa signora e della sua lunga carriera: traduttrice di lungo corso, scrittrice raffinatissima, critico letterario, infine dirigente di prestigiose collane come Urania, Segretissimo e il Giallo Mondadori. Il giallo, in tutte le sue forme, era la sua casa, il suo vizio, la sua passione, tanto che con Marco Tropea fondò, nell’89, la casa editrice Interno Giallo. Questi i dati biografici. Veniamo ora ai libri.

Il sospetto si colloca da qualche parte negli anni ’80 e, come menziona il titolo, verte sui tremendi sospetti che una madre comincia a nutrire nei confronti del figlio, forse un maniaco omicida. Matilde ed Enea, questi i protagonisti. La catena delittuosa che fa da sfondo alla narrazione è quella reale dei delitti del Mostro di Firenze, delitti che, grosso modo, si sono consumati dal ’74 all’85. Matilde è una signora fiorentina dell’alta società, vedova di un noto medico. Enea è un uomo di mezza età, prigioniero di un corpo gigantesco che lo rende impacciato nei movimenti. Enea lavora, ma è più un passatempo, in uno studio notarile di amici di famiglia e consuma le sue giornate negli incartamenti, nella lettura, immerso nella penombra di una grande casa arredata con solidi mobili antichi, piena delle memorie paterne. Il primo elemento a generare una malia sinistra è il bisturi del padre defunto, un bisturi fuori posto ritrovato appena dopo uno dei terribili delitti ai danni delle coppiette.

Non ripercorreremo gli anni di quei fatti sanguinari, non siamo qui per questo, ma ci limiteremo a brevi accenni, al fine di rendere chiaro il contesto su cui opera la Grimaldi. Da raffinata scrittrice e conoscitrice della materia, Laura Grimaldi non si lascia sfuggire l’occasione di mettere su carta uno dei primi plot romanzeschi dedicati alla vicenda, scegliendo una strada semplice e geniale: il sospetto che turba Matilde Monterispoli e che grava sulla figura sgraziata e dolente di Enea. Le pagine scorrono via veloci. Il delitto dell’82, dove il ragazzo di turno tenta di sottrarre sé stesso e la sua amata al fatidico appuntamento col maniaco, il delitto a sfondo omosessuale dell’83. La città sprofonda nel panico, televisioni e giornali che ne parlano in modo ossessivo. Chi scrive ricorda un’atmosfera sinistra, quasi come se le notizie fiorentine tagliassero l’aria e interrompessero le infinite partite a carte nei bar della Lunigiana.

Si era a parecchi chilometri dal capoluogo fiorentino, eppure anche dalle parti di Pontremoli il mostro allungava le sue braccia oscure. Ricordo vagamente, in un sottopasso dalle parti di Aulla, accanto a dei manifesti di Sciotti per qualche horror di allora, il famigerato manifesto con l’occhio spalancato che metteva in guardia le giovani coppiette innamorate. Mi sovvengono, così come li riprende alla lettera nel libro la Grimaldi, le discussioni sul possibile mostro che ciascuno aveva (già allora) nella testa, sulla sua prodigiosa altezza, la mira degna di un Killing o Diabolik. Il mostro che infila un tralcio di vite nella vagina, che asporta il pube, che innalza il suo trofeo alla notte nera e cupa. Addirittura la Grimaldi coglie già le voci popolari che riempiranno la vicenda, con ville isolate in cui celebrare messe nere o altreprofanazioni. Circolano le voci su certi film violenti che potrebbero aver ispirato il mostro, e probabilmente la Grimaldi ha nella testa l’uscita mozzafiato che Nino Filastò fece nella puntata di Telefono Giallo dell’anno precedente. Comunque il romanzo procede tra le angosce di una madre che deve combattere le sue paure, l’amore per un figlio che le appare sempre più un enigma e il buon nome della famiglia da difendere, con l’ombra del padre chirurgo morto che si proietta sui due come un fantasma.

Poi la Grimaldi sfodera un primo asso. Fa entrare in scena il personaggio di Nanda, una ragazza tossicodipendente di cui Enea si innamora, al punto da metterla al sicuro in una casa da lui affittata, di passarle i soldi per la droga, tanto da andare lui stesso a cercarle (nei gironi infernali di un’altra Firenze) i pusher giusti. Tra Nanda ed Enea nasce un secondo rapporto rovesciato, dove questa volta è lui ad occuparsi per la prima volta di qualcuno, a divenire la madre e il padre di una delle tante ragazze di strada dimenticate di allora. Gli anni ’80, i primi anni ’80 del mostro, sono anche questo. Anni difficili in cui il terrorismo è ferocissimo, in cui la fiamma della ribellione dei Settanta ha finito di bruciare per sempre: quel mondo caotico e scintillante fatto di fricchettoni, manganelli e fumogeni della Celere, di movimenti studenteschi, bombe, provocazioni golpiste e riforme sociali si è sciolto come la neve d’agosto.

Il ’74, anno in cui il mostro si produce in un delitto che ha tutte le caratteristiche di un esordio, di un rituale di iniziazione, è un anno cruciale: la nascita ufficiale delle Brigate Rosse, l’eclatante rapimento del giudice genovese Sossi, il referendum sul divorzio, la strage neofascista a Brescia ordita da militanti di Ordine Nuovo, la bomba del 4 agosto collocata sul treno Italicus e scoppiata nella galleria di San Benedetto Val di Sambro in provincia di Bologna. Tutti fatti che sfumano progressivamente nella memoria, prima annacquati da un orientalismo esotico, poi esasperati dall’euforia terminale del Parco Lambro, fino al caos del ’77, al fenomeno dilagante della tossicodipendenza che spegne il cervello di una generazione. La deflagrazione del 2 agosto a Bologna e il requiem che ne farà Carmelo Bene dall’alto della torre degli Asinelli sono gli ultimi eventi di quel decennio densissimo.

Gli anni ’80 esibiscono nuovi stili, una nuova ostentata ricchezza, oltre a una mutazione neoliberale del mercato del lavoro e della società. Ragazze come Nanda, ultime sopravvissute al decennio precedente, si muovono con fatica dentro ai nuovi disinibiti codici di comportamento, dentro all’esibizionismo e alle brame senza più freni di una nuova classe politica. Una rivoluzione che nasconderà dietro ai trionfi della moda milanese, dietro alle bestemmie senza filtri di Radio Radicale, dietro al riflusso catodico dei vari Funari, Busi, Costanzo la propria cronicità patologica. Nell’ happy days di quegli anni di arrivismo sfrenato, mentre Silvio Berlusconi inizia la sua irresistibile ascesa, il mostro scrive il pezzetto più truculento della nostra storia. Anche Matilde, Enea e Nanda ne rimangono intrappolati. Poi la Grimaldi cala un’altra carta: il personaggio del pittore inglese (e gay) George Lockridge, vecchio amico di famiglia, interessato ai dipinti preziosissimi che Enea custodisce nella villa all’Impruneta. Enea ha bisogno di soldi da tradurre in eroina per Nanda e così il sulfureo Lockridge gli propone di sottrarre di nascosto alla madre alcuni dei pezzi pregiati e di sostituirli con delle copie predisposte dal pittore.

Così Enea si trova stretto tra i ricatti languidi del Lockridge, i bisogni e le crisi di astinenza di Nanda, la quale ogni tanto si allontana dalla casetta pulita predisposta da Enea per ruzzolarsi nel marciume di un sottobosco di tossicomani e proletari patibolari. Nella figura del pittore la Grimaldi sembra anticipare senza volerlo altri fantasmi che finiranno per affollare il labirinto del mostro, penso alle ville, ai festini e ad altri pittori svizzeri che si affacceranno nelle indagini degli anni a venire. Poi avvengono altre cose, altri furti, altre copie, il rapporto tra il pittore, Enea e Nanda non seguirà traiettorie certe, in una magistrale capacità di mantenere la scrittura su registri lontani dalla prevedibilità seriale. Il pittore finirà per affezionarsi alla ragazza, ma né lui né Enea potranno invertirne la spirale autodistruttiva. Sullo sfondo una Firenze distratta e ciarliera registrata dal pudore moralista di Matilde, madre all’antica incapace di capire le frustrazioni sessuali e sentimentali di Enea, così come le gesta di un pazzo che spappola le donne, spara, s’insinua negli slip lavorando di taglio su pube e seno, apparecchiando i suoi ritratti di carne nei prati di erba medica di una provincia guardona e cinica che potrebbe benissimo essere uscita dalle pagine al vetriolo di Arbasino.

Nelle case, nelle periferie, nei salotti buoni, nei negozietti come negli uffici, le voci s’incrociano con giudizi e pregiudizi, in battute ciniche e maschiliste, in festicciole e chiacchiericci deliranti su un assassino che sembra scoperchiare un vaso colmo di crudeltà, paura, squadre antimostro, giornalisti guardoni da ogni parte del globo. La morte di Nanda e l’ultimo delitto dell’85 consumano ciò che rimane dei personaggi e di quel mondo, in un epilogo tragico e ironico (Matilde finirà per uccidere Enea, convinta della sua colpevolezza, appena un attimo prima che il vero colpevole, o uno dei tanti vari possibili, sia catturato) che segna il trapasso di queste figure definitivamente marginali e sconfitte, assorbite dal fracasso televisivo di un’Italia che è già altrove. La colpa uscì per Leonardo Editore nel 1990 e partecipò, non ricordo se quell’anno o il successivo, al premio Bancarella. Fu così, come già ricordato, che conobbi la scrittura della Grimaldi.

La colpa, secondo capitolo di una trilogia in divenire, è un romanzo differente rispetto al precedente. Qui non c’è più una vicenda così eclatante come quella del mostro. Anzi. Si percepisce un cambiamento ulteriore del paese rispetto allo scritto dell’88. Gli anni ottanta sono finiti e del maniaco fiorentino rimangono echi sordi che si dissolvono nei brevi deserti tra il Mugello e le isole boscose degli Appennini, soffocati dai suoni elettronici delle discoteche. Un’altra generazione di giovani si sta affacciando sulla scena. L’Italia deve faticosamente rientrare nei nuovi vincoli comunitari e traghettarsi nei mari agitati della globalizzazione, generando per questo un antagonismo sociale differente da quello conosciuto fino al ’77; un magma antidemocratico e qualunquista comincia a gettare i semi per il populismo futuro, lanciando dai palcoscenici televisivi accuse generalizzate verso la politica nazionale.

L’Italia dei ’70 è scomparsa e così quella degli anni ottanta e adesso rimane una moltitudine liquida di individui in cerca di nuovi rappresentanti istituzionali e nuove forme di comunicazione politica. Anche gli ultimi fuochi del terrorismo stanno svanendo nel sangue e nella repressione poliziesca e carceraria dello Stato. Ampie parti del romanzo sono ambientate, non a caso, in un penitenziario, uno dei tanti ricolmi di criminali comuni, tossicodipendenti, mafiosi, o ciò che rimane di un banditismo dal sapore romantico. Buona parte dei terroristi sono stati catturati e gettati nelle profondità di qualche speciale, ridotti ad agonizzare nel vuoto pneumatico della prigionia. La colpa comincia con un delitto atroce ai danni di una avvocatessa determinata e di folgorante bellezza, una tale Corinna Lotus Martini, crocifissa, profanata con una bottiglia infilata a forza nella vulva e il clitoride reciso e ficcato in bocca. Un delitto che trasuda odio feroce. Da questa prima raggelante pagina la Grimaldi fa entrare in scena i suoi personaggi (pochi, come nel precedente) e li cesella con grande cura.

Due fratelli, Falliverni, diversi, uno orafo, l’altro docente affermato, uomo affascinante e fragile, amante sottomesso della Lotus Martini. Il sospetto cade proprio su questo secondo fratello, tale Alfiero. L’altro, l’orafo, Aleardo, si presenta come un uomo più maturo, di successo, con una moglie e una posizione sociale che lo mette al riparo dai travasi della vita. Alfiero, nella sua fragilità, rimane subito invischiato nella vicenda, il suo alibi traballa e finisce stritolato dalla giustizia milanese. Una giustizia frettolosa, distratta dalla calura e dalle ferie estive, desiderosa di chiudere in fretta il caso su una vittima predestinata. Le porte del carcere si chiudono così su Alfiero, con Aleardo costretto controvoglia ad aiutare un fratello con cui, fino a quel momento, non aveva avuto grandi rapporti. I due fratelli. La figura oltretombale della Lotus Martini, virago predatoria e contraddittoria, avvocatessa scaltra nel difendere i diritti femminili, portavoce delle istanze civili di un femminismo che è uscito dagli anni ’70 con importanti vittorie. Di contro, nel privato, la Lotus viene tratteggiata, nei ricordi di chi è ancora vivo, come una donna spietata, vitale, dotata di una forza di carattere e di una passionalità capace di bruciare chiunque. Alfiero ne era un amante docile e sottomesso, sballottato da un rapporto sessuale fatto di comandi, umiliazioni che finiscono sotto la lente spietata della giustizia milanese, una giustizia pre-tangentopoli, già affamata di colpevoli da trascinare sulla pubblica piazza.

Corinna Lotus Martini soffriva della sindrome di Morris, un’alterazione del sesso cromosomico che la rendeva sia uomo che donna, con un clitoride peniforme, il medesimo clitoride che la mano omicida le ha strappato e ficcato tra i denti. Aleardo è costretto ad uscire dalla sua comodità e indifferenza borghese e scendere nei meandri di un’indagine che finirà per stravolgerne la vita, gli affetti, la relazione meccanica con una moglie sbiadita. Da una parte abbiamo Alfiero, alle prese con il mondo carcerario, coi suoi orari, le sue regole non scritte, una selva patibolare di briganti (un simil Vallanzasca) e mafiosi, con cui, inaspettatamente, riesce a creare delle relazioni positive. Dall’altra Aleardo, vittima della fascinazione repentina per Maria Anna, una sorta di figlia adottiva della Lotus Martini, una ragazza con alle spalle un passato borghese fatto di traumi, un padre dispotico e scopereccio con l’ossessione per la statua di un satiro scolpito nell’atto di masturbarsi.

La figura di Maria Anna impreziosisce il romanzo e crea un ennesimo triangolo tra Alfiero, Aleardo e la ragazza, forse innamorata della Lotus, forse di Alfiero. Aleardo non le resiste e cade nella bellezza di Maria Anna, perdendo la sua sicurezza, la sua perentoria scaltrezza. Così il fratello che sembrava più forte finisce per soccombere alle promesse sensuali di una ragazza ambigua e sinistra, in questo una sorta di evoluzione morbosa della Nanda tossicomane del primo libro. Così come la figura di Enea si scorpora nei due doppi fratelli, con Alfiero che da professore femmineo e superficiale, dimostra una stolidità non comune nel resistere alle accuse degli inquirenti e alla gogna del carcere. Il romanzo, su questi tre personaggi (più la figura fantasmatica della Lotus Martini) si avvia verso una conclusione ben costruita e interessante, tornando a insistere sulla statuetta del satiro, oggetto quasi metafisico che sembra rimandare a certi gialli erotici e violenti giocati sul medesimo impasto di perversioni e doppi (penso soprattutto al morboso La sorella di Ursula).

La colpa è un romanzo ben scritto, costruito soprattutto sulla psicologia dei suoi pochi personaggi, inserito e contestualizzato con precisione in un paese che pare in smobilitazione generale. Un tassello preziosissimo che traghetta il thriller nostrano dalla letteratura da edicola nella letteratura punto e basta. Intanto nell’Italia reale, fuori dalle pagine dei libri, prosegue la delegittimazione sociale dei partiti, il loro sgretolamento, con una sete di giustizia contro i corrotti (quasi una categoria dell’animo) da snidare in ogni punto della società. Dal parlamento alle strade la gente sventola cappi o lancia monetine, mentre forze occulte sembrano agitarsi dietro alle bombe del ’93 a Roma, Firenze e Milano. Il collasso dei partiti e il disorientamento generale, lo spettro della recessione e della bancarotta aleggiano sopra le teste degli italiani. Nel ’93, nel clima incandescente di cui sopra, esce La paura, compimento della trilogia thrilling della Grimaldi. Al centro della storia ancora una famiglia facoltosa e disfunzionale. Un patriarca gelido e spietato, Contaldo, circondato dai suoi famigliari, due figlie, un figlio, una moglie, una governante. Tutti prigionieri della casa avita, reclusi in gabbie appartamenti che sembrano somigliare a celle di qualche magione gotica.

L’Italia coi suoi problemi non fa quasi nemmeno da sfondo. Non c’è più il mostro coi suoi delitti, non c’è nemmeno la fauna umana e carceraria del secondo libro. La Grimaldi, in questo terzo segmento narrativo, sembra voler semplificare al massimo il materiale narrativo e concentrarsi soltanto sui personaggi, ancora figure fragili e sofferenti, incapaci di vivere pienamente. Su tutti la figura di Eugenio, il figlio maggiore, autorecluso in casa, incapace di indossare abiti normali. Il patriarca, disgustato dell’andazzo famigliare, pone un aut aut a tutti, rivelando i suoi piani per vendere la casa e costringere ognuno degli occupanti a imparare a vivere con le proprie forze. Ecco allora che anche gli altri famigliari strisciano fuori dai corridoi bui pieni di fantasmi e traumi e cercano, ognuno a modo proprio, di fronteggiare una situazione di cambiamento che li spaventa. Il mondo esterno, per quasi tutti, forse persino per Contaldo, appare qualcosa di estraneo e lontanissimo; ecco allora Maddalena, la figlia ribelle e infedele, Erasmo, marito di Maddalena, coniuge debole e sottomesso, Rosamunda, figura materna lontana e umiliata dai soprusi del marito, costretta a rifugiarsi nelle consolazioni dell’alcool. La Grimaldi disegna uomini e donne fragili, legati tra loro da sentimenti che paiono più delle condanne.

Molte similitudini tra i tre romanzi: la dipendenza di Enea per Nanda, quella di Alfiero per il fantasma di Corinna, Erasmo per Maddalena. Tutti schiacciati da figure paterne o materne che li tiranneggiano. In questa Bergamo provinciale, l’autrice costruisce un thrilling psicologico che è quasi un lungo antefatto del delitto. Che la situazione sia esplosiva è chiaro fin dalle prime pagine, che l’ultimatum di Contaldo metta in moto una serie di avvenimenti che porteranno alla tragedia anche. La paura è un lungo prodromo del delitto, un delitto che, a differenza de Il sospetto e La colpa, non è ancora avvenuto e per questo fa ancora più paura. Quali traumi, quali abusi, quali umiliazioni, anzi, quanti traumi, abusi e umiliazioni può sopportare un individuo prima di sentirsi con le spalle al muro e vedere nell’omicidio l’unica via di fuga? Nell’universo narrativo della Grimaldi il fatto delittuoso riscopre quasi quelle condizioni utopiche e rivoluzionarie presenti nei primi thrilling di Argento, dove l’omicidio è un modo per riscattare un ego troppo a lungo ferito. L’assassino, o l’assassina de La paura ha tutti questi elementi.

Di certo, nel ’94, la realtà sembrava indirizzata altrove. Si chiudevano le stragi, si archiviava il furore giustizialista che aveva ingoiato i partiti della Prima Repubblica. Si aprivano altri scenari, nuovi personaggi. Anche il caso del mostro di Firenze appariva lontano da come l’aveva immaginato la Grimaldi: non un killer solitario, uno di quelli nerovestiti usciti da uno schermo cinematografico, bensì un contadino rozzo e dal cervello fino, uno stupratore di figliole che esibiva il santino di Gesù. In cerca di un modo per chiudere, sfoglio il n. 201 della rivista Nocturno, per la precisione quello in cui i due fondatori Manlio Gomarasca & Davide Pulici si interrogano sui 25 anni della rivista, lasciandosi andare a considerazioni personali e dirette molto interessanti.

In un passaggio conclusivo, quasi con amarezza, scrivono una cosa che condivido in pieno e che riguarda la serialità televisiva, Netflix, Amazon: che si tratti (parlano di film ma la sensazione è la stessa di quando entro in una libreria o sfoglio il numero domenicale di Robinson) di prodotti insapore, che sembrano tutti uguali, stilisticamente uguali, senz’anima. Ecco, torno a bomba sulla Grimaldi: una cosa l’ho sempre ricordata di lei e di quei libri quando li ho scoperti tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90, ossia che si trattava di una scrittrice vera che provava a fare una cosa che allora non potevo capire e che poi avrei capito. Laura Grimaldi faceva letteratura e la faceva usando il genere e non come scusa o vezzo. Il genere c’era, così le morti, il mistero, gli ammazzamenti, i personaggi, però c’erano anche le idee, la passione, la libertà di un’autrice che si metteva in gioco con tutta la sua creatività e non seguiva facili mode editoriali. Il sospetto, La colpa, La paura sono una trilogia romanzesca ben lontana dai prodotti serializzati di oggi, di scrittori anche carini che altro non sono che carrieristi delle classifiche buoni per una lettura di cui non serbi ricordo nemmeno dopo un giorno che li hai finiti. Laura è stata altro, tanto che sono ancora qui a scrivere.