Colto e letterario, Fritz Leiber ridisegna l’immagine canonica del fantasma, non più morto che ritorna, cadavere mascherato sotto un lenzuolo, bensì emanazione delle paure che si celano nelle metropoli contemporanee. “No, non dico quel tipo di fantasma. Voglio dire, un fantasma del giorno d’oggi, con lo sporco della fabbrica sulla faccia e il rumore dei macchinari nell’anima. Il tipo di fantasma che potrebbe annidarsi nei depositi di carbone e che di notte si intrufolerebbe negli uffici deserti (…) Si è mai chiesta che aspetto potrebbe avere un fantasma del nostro tempo? Provi a immaginarselo. Una faccia stravolta, annerita dal fumo, l’inquietudine nevrotica di chi si agita senza uno scopo, la tensione di chi lavora nello stress di una grande città, il desiderio di rivalsa dello scioperante, l’opportunismo incallito del crumiro, l’aggressività dell’accattone, il terrore delle vittime civili dei bombardamenti, mille altre possibili emozioni devianti, che si mescolano come una serie di maschere trasparenti”. Queste righe spiegano bene il modo di vedere la questione di Fritz Leiber.
Nel 1978 l’autore americano scrive il romanzo Nostra signora delle tenebre, tradotto da noi per la prima volta dall’Editrice Nord nel maggio del 1980. Per Leiber gli spettri e i fantasmi sono dei prodotti del mondo contemporaneo, nascono non dalle rovine del passato, bensì dagli sfolgoranti palazzi e grattacieli di una San Francisco ancora impregnata dalla sbornia magica e psichedelica degli anni ’60.
Il romanzo, curiosamente, si apre con una lunga citazione da De Quincy e dal suo Suspiria. La Signora delle Tenebre di Leiber allude alla Mater Tenebrarum di cui parla De Quincy e a cui attingerà anche Argento. Restiamo nei confini letterari. Nostra Signora è un libro stratificato e colto, una sorta di summa di quanto era stato fatto fino a quel momento dai maestri della letteratura del sovrannaturale del primo novecento; allo stesso tempo il romanzo è anche un superamento di certi limiti del weird.
Uno scrittore di romanzi horror (in cui non è difficile leggere i tratti dell’autore) di nome Franz Westen vive in un complesso residenziale moderno che si affaccia su una zona rocciosa e desolata chiamata Corona Heights. Westen, per farla breve, vede dalla sua finestra una strana forma brunastra ballare sulle rocce delle Heights. Un sacerdote drogato, un rimasuglio pallido di qualche adepto votato al culto del sole? La cosa accende la curiosità dello scrittore, oltretutto stuzzicato dalla lettura di un libro di un certo Thibaut De Castries, occultista di inizio secolo.
La lettura del libro e l’apparizione su Corona Heights precipitano Westen in una vicenda sinistra e pericolosa. Westen e la sua combriccola (un gruppo di condomini del suo palazzo, oltre alla bella e giovane musicista Cal, musa amante del vecchio scrittore) scoprono che il libro di De Castries è uno dei tanti tomi maledetti che infestano questo genere di letteratura e parla dell’energia sovrannaturale che si accumula nei palazzi e nelle geometrie delle città. Un nuovo genere di fantasmi generati dagli edifici stessi, sorta di maestosi templi di cemento e acciaio capaci di assorbire le energie e i sogni di chi li abita.
La cosa può sembrare strana e confusa, ma è originale e interessante. Il mondo della metropoli si apre a un paesaggio oscuro e pieno di presagi, dove le scritte con le bombolette spray sui muri diventano una sorta di premonizione che sostituisce le vecchie stelle a cinque punte della stregoneria (sui graffiti tornerà in modo stupefacente anche Clive Barker nel racconto Il proibito). Westen cerca di andare nel punto in cui ha visto la figura agitarsi sulle Corona Heights e col cannocchiale cerca la sua abitazione: orripilato scopre che ora la figura è ben visibile all’interno della sua finestra! Intanto continuano le ricerche ossessive sulla figura di De Castries, mago ricercatore dell’occulto che, parallelamente a Madame Curie, Marconi, Blavatsky, Freund e Jung ha indagato le forme e le energie dell’invisibile.
Sorta di redivivo Aleister Crowley, De Castries, come Lovecraft e Aston Smith, crea una propria mitologia dello spettrale con cui affascinare un ristretto cenacolo di adepti pronti a seguirlo in una serie di azioni terroristiche che hanno come disegno quello di precipitare le città e le metropoli in un buio fatto di follia e isterismo.
Leiber gioca le sue carte affastellando le pagine a scapito della chiarezza narrativa. Quel che interessa è lo sforzo di inoculare la materia spettrale dentro il perimetro ipermoderno della civiltà consumistica. Westen insegue le orme della stregoneria dentro i muri e i graffiti che costellano gli spazi in cui abita.
De Castries si accompagnava a una dama velata, un’amante misteriosa che sembra uscita da una festa satanista di inizio ‘900. Che sia la Signora delle Tenebre sussurrata nelle pagine di De Quincy, o suggerita in certi passaggi di Lovecraft, di James, di Smith, di Lovecraft e mille altri autori che hanno nutrito l’immaginazione di Westen? Come in una sorta di originalissima evocazione, lo scrittore prova ad evocare la figura dell’amante velata e lo fa allineando sul letto i volumi di narrativa e di occultismo che hanno alimentato le sue ricerche. E la Signora delle tenebre si leva nella sua mortifera bellezza, con fianchi snelli e gambe eleganti dalla consistenza della carta lacerata di mille riviste.
Un’evocazione letteraria nutrita dalle letture e dall’ossessione di uno scrittore immaginario (Westen) che allude allo scrittore vero (Leiber) e al suo desiderio di erigere una sorta di altare letterario alle sue passioni e ai suoi maestri di tanta letteratura weird degli anni ’40. L’esorcismo di Leiber è un rito letterario e la Nostra Signora non è altro che una dama misteriosa formata da tutti gli scritti e dalla forza mentale di chi l’ha generata e immaginata. La fantasia e le ossessioni dello scrivere nascondono pallidi fantasmi che si sfaldano come una nevicata di carta sotto le torri sinistre dei ripetitori delle Tv. Leiber cerca davvero di aprire una nuova strada alla letteratura del soprannaturale, una strada che alcuni anni dopo riprenderà anche T.E.D. Klein.
Nell’antologia Gli dei delle tenebre (pubblicata in inglese nell’85 e tradotta negli Oscar Mondadori nel ’90) è possibile leggere il racconto lungo Il Dio di Nadelman. Nadelman è un pubblicitario con moglie e figlio, un uomo benestante che, negli anni ’70, quando era ancora sprovveduto e squattrinato, ha scritto un poemetto promettente e cosmico finito su qualche rivista underground dell’epoca. Il poemetto poi è stato messo in musica da una band di musicisti intrisi di decadentismo psichedelico. Quando Nadelman evoca la sua giovinezza, dipinge una Manhattan bohémien ancora piena di magismo, superstizione, locali sadomaso e fiumi di letteratura (Swinburne, Huysmans, Lautremont, ancora e sempre Lovecraft).
Il rampantismo degli anni ’80 ha spazzato via tutto e lo stesso Nadelman ha dimenticato i sogni da poeta per mettersi al servizio della vile pubblicità. Un giorno uno scriteriato di nome Huntoon gli scrive confessando di aver intravisto il volto dell’unico vero dio nel poemetto che Nadelman ha scritto negli anni ’70. Un dio che ha intenzione di evocare proprio seguendo i versi del poema. Nadelman liquida il pazzoide con una lettera di scherno, ma il tizio tornerà a tormentarlo, rivelandogli il particolar di essere riuscito ad evocare l’entità e che questa vuole mettersi in contatto con Nadelman stesso. E qui il racconto comincia a prendere davvero alla gola. Nadelman cerca l’indirizzo del pazzoide, vuole convincerlo a smetterla di telefonargli nel cuore della notte. Ma è lui a telefonare? Gli eventi portano Nadelman a ripensare alle letture e alle suggestioni che lo hanno ispirato nella composizione del poemetto e che gli hanno suggerito la creazione di un dio pazzo e crudele precipitato dentro i grattacieli e le sopraelevate di una Manhattan decadente e rumorosa.
È possibile che la fantasia di Nadelman abbia intuito l’esistenza di qualcosa oltre il velo del visibile? Qualcosa che poi un pazzoide di nome Huntoon (una sorta di metallaro disoccupato che vive in un monolocale sporco e puzzolente con la vecchia madre e desidera vendicarsi dei datori di lavoro che lo hanno licenziato) è a sua volta riuscito a costruire mettendo insieme pezzi presi alla rinfusa da una discarica. Il dio pazzo di Nadelman potrebbe sembrare uno spaventapasseri che ballo sui tetti e abbaia alla luna, una calamità antica e cattiva che vuole esistere ed esige il suo tributo di sangue. Non dirò altro, se non che Nadelman, come lo scrittore di Lieber, si fa irretire in un reame inquietante dove anche nelle luminarie e negli addobbi delle vetrine è possibile scorgere l’ombra sfuocata di qualcosa che non dovrebbe esistere sul nostro piano della realtà. In modo più netto e preciso rispetto a Leiber, Klein ci racconta come la forza della fantasia possa prefigurare l’esistenza di qualcosa di oscuro e malvagio che ha bisogno di noi per esistere.
Ancora fantasmi moderni, prodotti ed evocazioni della mente. A portare a compimento questa traiettoria è David Ambrose con quello che a mio avviso è il più bel romanzo dell’orrore di questi ultimi trent’anni: Superstizione, scritto nel 1997 e tradotto dalla Meridiano zero nel 2004. Qui, quello che in Leiber e Klein rimaneva non detto trova piena espressione. Joanna Cross è una giovane ricercatrice interessata a smascherare i finti fenomeni paranormali, Sam Town un ricercatore della Manhattan University che vuole riproporre un esperimento di psicologia già tentato negli anni ’70: creare un fantasma immaginario, mettere insieme un gruppo di volontari e seduta dopo seduta immaginare i particolari di un personaggio mai esistito.
Il gruppo di Sam Town immagina una figura singolare che si muove sullo sfondo della rivoluzione francese e frequenta personaggi come Cagliostro e De Sade. Dopo aver costruito la biografia immaginaria del personaggio, il gruppo comincia ad evocarlo, sotto lo sguardo scettico di Joanna Cross. Immaginare qualcosa nel modo giusto per renderlo reale. La forza del pensiero e della fantasia, perché, in fondo, i fantasmi altro non sono che proiezioni del nostro cervello, del nostro inconscio. Bene. Trattandosi di un romanzo di genere le cose prendono una brutta piega: prima strani colpi, rumori, mani impresse nella cera, bisbigli. Alcuni partecipanti dell’esperimento fanno una brutta fine. Il fantasma immaginario sembra essere diventato qualcosa di reale e malvagio, una forma non ancora definita che vuole prendere forma e sostanza.
Ed è quando Sam e Joanna cercano di fermare l’esperimento che il romanzo di Ambrose prende il volo. Adam, il nome del fantasma, ormai è diventato una figura storica, un avventuriero a cui sono stati dedicati tomi e studi universitari. Al contrario la vita dei due ricercatori superstiti sembra precipitare nell’irreale: Joanna non viene riconosciuta sul posto di lavoro, la sua famiglia le sbatte la porta in faccia dicendole di non aver mai avuto una figlia. Sam al contrario continua ad essere riconosciuto all’Università, ma si accorge di come Adam non sia più un prodotto delle loro menti ma un’entità autonoma che li vuole cancellare per affermarsi definitivamente. In questa torsione tra mondo reale e immaginario Ambrose porta a compimento le intuizioni di Leiber e Klein e ci consegna uno dei libri più originali e complessi: un gotico che non ha più bisogno di lande spettrali, rovine e castelli per produrre i suoi effetti perturbanti. Un libro intelligente sui confini sottili tra realtà e finzione, tra razionalità e l’ambiguo reame della superstizione contemporanea.
