Killing e l’Italia nera (prima) di Piazza Fontana - Parte I

Il dossier della rivista Nocturno dell’ottobre 2013, dedicato ai fumetti neri italiani, era curato da Giuseppe Lippi, con un importante contributo di Stefano Di Marino, oggi entrambi purtroppo scomparsi. Se nel suo articolo Di Marino paragonava i vari personaggi dei fumetti tascabili a un equivalente in negativo degli agenti segreti che imperversavano sugli schermi e nei fumetti di allora, Lippi, nel ricostruirne la geografia morbosa, arrivava a collegare quel magma oscuro di malavitosi e cattivi in calzamaglia con la violenza che era già nell’aria e sarebbe dilagata dopo la bomba di Piazza Fontana, nel dicembre del ’69, non a caso in coincidenza con la chiusura di Killingstorica testata di fotoromanzi neri ed erotici. Ed è proprio di Killing che vorrei tornare ad occuparmi. 

Sul fotoromanzo edito dall’editore Ponzoni, dopo anni di silenzio, un documentario di Ss-Sunda, edito dalla Cinekult, ne ha reso giustizia. In questo contributo, più che parlare di chi ha realizzato i volumetti della serie, vorrei addentrarmi in quelle pagine, cercando di portare alla luce strutture ricorrenti e meccanismi narrativi. Prima però, anche se potrà sembrare inutile, vorrei ricostruire brevemente il panorama di allora, in particolare quello legato appunto ai fumetti neri. Lo faccio sfogliando Avventure Noir vol. 1 e 2 curati da Luca Mencaroni e dedicati proprio a quel tipo di prodotti. I pocket da edicola neri nascono nell’Italia del boom con l’uscita del primo numero di Diabolik, nel pieno dei fermenti culturali e di costume degli anni ’60, per la precisione nel novembre del ’62. A far dilagare la rivoluzione in atto saranno poi le nuove testate di Kriminal e Satanik, create dal duo Magnus & Bunker (e siamo già nel ’64 e ’65). Da qui in avanti è un diluvio di pubblicazioni similari che vedono giustizieri (o criminali) mascherati alle prese con la criminalità organizzata, colpi, furti, rapine, belle donne, omicidi, ricatti, vendette. Il nero da edicola spreme lo spremibile dal modello originale delle sorelle Giussani e del loro Diabolik e spinge al massimo l’acceleratore sulla violenza. Magnus, col suo segno grafico raggiunge vette ineguagliate da chiunque. Il fumetto si contaminerà col cinema popolare di genere del periodo, con gli horror, i gialli e i proto-gialli, in attesa dei thrilling degli anni ’70.

Da non trascurare il fenomeno dei fotoromanzi, purtroppo considerati dei prodotti subculturali. I cineromanzi (quando le foto sono tratte da un film) e i fotoromanzi (quando le fotografie sono originali e non si rifanno a un film) hanno una loro grammatica, una meccanica che riprende i procedimenti di lettura del fumetto (con gli interstizi tra le varie immagini, i dialoghi, le didascalie per riempire i momenti di silenzio) e sfrutta i paratesti interni del fascicolo, spesso con rubriche per il lettore, concorsi a cui partecipare, o inserti redazionali su eventi, fatti cinematografici, approfondimenti e foto di qualche diva del cinema. Il fotoromanzo ha alle spalle, fin dalla fine degli anni ’30, una tradizione specialmente legata al racconto rosa o sentimentale (si pensi a testate storiche come Grand Hotel, Bolero Film, Le Grandi firme). La troupe di un fotoromanzo era simile (anche se ridotta di numero) a quella cinematografica, con la presenza di sceneggiatori (il grande regista Damiano Damiani iniziò proprio coi fotoromanzi), parrucchiere, truccatori, costumisti, fotografi, registi, segretarie di produzione, oltre a sfondi, ville, interni in cui ambientare le varie storie.

I fotoromanzi venivano visti dalle classi borghesi come dei prodotti sciocchi, di un intrattenimento basso, volgare, popolare, ostracizzati da destra e da sinistra, esattamente come i fumetti. PCI e DC li demonizzarono in egual maniera, col Partito Comunista che arrivò persino a vedere in questi prodotti pieni di brutalità e violenza la mano lunga degli Usa e della loro colonizzazione culturale sui bambini italiani ed europei. Nonostante le scudisciate dei censori il fenomeno continuò a dilagare, accompagnando i cambiamenti sociali dell’Italia degli anni ’50 e ’60. Gli anni ’60 furono la golden age per quelle pubblicazioni sempre più al maschile, contaminate dal western, dall’horror e poi dal filone sexy: una rivista come Malìa era dedicata al cinema horror italiano e non e alternava numeri con fotoromanzi originali a cineromanzi presi da pellicole allora in distribuzione nel nostro paese. Seguirono altre testate come Wampir, Suspence fino ai cineromanzi pubblicati su testate come Bigfilm, Cinestop, Erosfilm, Cinesex, etc. Purtroppo, nonostante vari studi dedicati a queste collane, è difficile ricostruire il sottobosco di consumatori di queste pubblicazioni. Il terreno comunque era fertile per un albo curato come Killing, fotoromanzo originale che miscelava ad arte gli aspetti più neri di Diabolik, Kriminal e di tutti i fumetti neri visti fino ad allora.

Il fotoromanzo della Ponzoni aggiungeva però un crudo realismo, esasperato dalla resa fotografica e dagli interpreti convincenti. Sicuramente Killing riprende ed espande le atmosfere grondanti perversione degli albi migliori di Kriminal, in particolare penso al n. 5, Omicidio al riformatorio, fumetto pieno di ragazzine viziose, ninfette che vendono il proprio corpo per denaro, aborti clandestini, violenze varie su un corpo femminile che si mostra sempre più nudo o ammantato dagli strumenti della seduzione (sottovesti, calze di nylon, reggicalze, pizzi) che ne esaltano le forme. Il segno di Magnus è una deformazione grottesca dell’iper-realismo fotografico, con le vignette tagliate da bianchi raggelanti e neri inchiostro che sembrano guardare più all’horror gotico che al noir. Di questo albo Magnus ne farà un quasi remake nel marzo del ’75 in un numero della collana Il vampiro presenta: Quella sera al collegio femminile: la trama riprende le tematiche del n. 5 di Kriminal e aggiunge una rappresentazione del sesso quasi pornografica, con le ninfette del collegio nelle mani di un finto medico dalle ruspanti voglie. Killing riplasma e fa sua l’esaltazione anarcoide per la violenza e il sesso, uscendo nelle edicole nel marzo del ’66 e segnando l’inizio di un nuovo genere di pubblicazioni per adulti. Edito da Gino Ponzoni, diretto da Rosario Borelli (anche lui attore di fotoromanzi), ideato da Luigi Naviglio (anche creatore della serie concorrente di Genius) con le sceneggiature di Rocco Molinari, Attilio Mazzanti e dello stesso Naviglio. La fotografia è di Lorenzo Papi, allora fotografo di set importanti del cinema italiano. Tra gli attori anche dei volti che venivano (o sarebbero transitati) nel cinema di genere: generici, stuntman, cascatori, caratteristi. Gente come Rico Boido, Erna Schurer, Paul Muller, Liliana Chiari, Aldo Agliata (che interpreta il personaggio di Killing), George Hilton.

Bene. Sfogliamo adesso qualche albo. Le strutture narrative sono fortemente ripetitive, cosa che mi permette di mettere a fuoco alcune delle ossessioni ricorrenti. Prendiamo il n. 6 dell’ottobre 1966 intitolato 7 donne per un rajah. La trama verte sul traffico delle donne bianche, rese schiave e trasferite all’estero, tematica affrontata anche da diverse pellicole degli anni ‘70, penso al film di Pierre Chevalier La casa delle bambole crudeli, o al film di Joe D’Amato Emanuelle - Perché violenza alle donne? Il tema della tratta delle schiave si amalgama a quello di un gioiello dal valore incommensurabile che muove le varie pedine della trama: il personaggio di Killing (e la sua compagna di vita Dana) deve vedersela con una organizzazione di malavitosi marsigliesi in combutta con un perverso rajah. Killing inizia subito la sua partita mascherandosi da turista per abbordare una delle pupe della banda. La poveretta è una delle tante donnine dei capi che si vedranno negli albi, femmine giovani e avvenenti, bei fisici e vitini da vespa, faccine d’angelo che celano personalità sadiche e arriviste, mosse soltanto dal desiderio di fare la bella vita, accompagnarsi a loschi malandrini e arraffare soldi e gioielli. La poveretta farà una brutta fine, con Killing che dopo averla tramortita le infilerà in bocca un tubo di gomma collegato al tubo di scappamento dell’auto, per poi lanciarla giù da una scogliera. L’ambientazione è quella di Marsiglia, collocazione ideale per le trame noir mediterranee del fotoromanzo. Subito dopo Killing prende le sembianze di uno degli uomini della banda (capeggiata dall’intramontabile Jamonte) e li segue in una villa isolata piena di cani pastore addestrati per uccidere. Sotto le mentite spoglie dell’algerino (Killing sembra avere con sé una serie infinita di fogli di plastica con cui modella velocemente maschere d’ogni tipo) trova in camera da letto una giovanissima e disinibita Gabriella Giorgelli, altra femme fatale che farà subito una brutta fine, sbranata dai cani pastore di Jamonte. La vicenda prosegue in modo schematico ma ben costruito, con la banda di malavitosi che intuisce la presenza del criminale e la polizia che infiltra una poliziotta nel giro delle ragazze sequestrate. Il rajah e i malavitosi mettono in scena un siparietto niente male: sequestrano Dana, la legano davanti alle altre malcapitate, poi a turno, ogni sgherro della banda prende a frustarla a morte. In realtà Killing aveva già liberato la compagna e aveva scambiato la finta Dana con una aguzzina armata di frusta che soggiogava le ragazze.

Le trame di Killing mescolano liberamente elementi che provengono dalle spy story (le maschere, le organizzazioni criminali, gli aggeggi tecnologici con cui il super criminale si toglie dagli impicci, i radar, i monitor, gli ordigni esplosivi), dall’hard boiled, fino ad elementi gialli o thrilling (le morti violente, gli omicidi fantasiosi) che costituiscono l’amalgama spuria di questi tascabili neri degli anni ’60. Sfogliamo velocemente il n. 7 del novembre ’66, Notte di terrore. La vicenda prende le mosse ancora a Marsiglia: Killing e Dana se ne stanno per i fatti loro, con lei che fa il bagno e lui che la osserva vestito di tutto punto con la sua tuta da scheletro; tuta da cui non si separa quasi mai, tanto che in molti siparietti domestici il nostro appare tranquillamente nel letto o in poltrona con la sua calzamaglia da lavoro. Se la toglie soltanto per fare all’amore con Dana o con altre sventurate che finiscono sul suo cammino. Dana è una curiosa compagna. Affidata alle forme burrose della brava attrice cinematografica Luciana Paoli: Paoli riesce a suggerire (anche negli scatti del fotoromanzo) i contorni di un personaggio femminile contrastato. Dana è la fedele compagna di Killing, ne appoggia le gesta e le efferatezze, tuttavia coltiva un animo da casalinga, vorrebbe che Killing si fermasse, la smettesse con i suoi intrighi di sangue, restasse con lei a casa e nel letto. Dana coltiva il sogno di una vita meno avventurosa ma agiata, da spendere nei luoghi più belli del mondo senza il bisogno della febbre demoniaca dell’adrenalina. Purtroppo Killing è una macchina compulsiva di morte e in questo presenta dei caratteri psicologici quasi azzerati, come se divenisse un tutt’uno con la calzamaglia che ne cela le vere fattezze, quasi a suggerire che in fondo, maschera dopo maschera, travestimento dopo travestimento, la vera faccia del super criminale sia quella della morte stessa! Più volte Killing trafuga, maneggia, sbuca da bare e cimiteri (caratteristica che collega questo personaggio e la sua matrice di partenza Diabolik a quella del personaggio da cui tutto è partito, ossia Fantomas, altro super criminale sanguinario e spietato che ha molti tratti in comune con questi antieroi dei tascabili neri), si finge morto o viene dato per morto, risorge dalla morte e diventa una presenza quasi ubiqua, invincibile.

La trama di Notte di terrore mescola come sempre vari spunti: un traffico di stupefacenti, un carico di lingotti d’oro da trafugare, un misterioso ricattatore che minaccia la polizia di rilasciare dell’LSD nelle falde acquifere se non gli verranno consegnati i lingotti. Killing, al solito, si inserirà nella partita per sbaragliare tutto e tutti e lasciare la polizia con un palmo di naso. In una delle prime scene, il super criminale si aggira di notte intorno alla villa del capo della polizia, ci si intrufola e scopre come l’uomo sia ricattato per via della figlia drogata e ninfomane. La ragazza, mezza nuda, viene trovata in reggiseno e mutande accanto al cadavere di un cameriere. L’uomo ha la testa spaccata. La giovane si avventa su Killing come una furia, e lamenta le incapacità del pover uomo di servizio nel soddisfare le sue voglie di droga e lussuria. Poche pagine dopo Killing si sbarazza di un’altra belloccia (Janet, amica del capo della polizia, in realtà in combutta con il gruppo di malavitosi della droga), legandola in uno scantinato e appendendole sopra la testa una mannaia legata a una corda che, lentamente, viene bruciata da una candela. Alla fine si scopre che il misterioso ricattatore è il dottor Rasmaille, amico del capo della polizia, direttore di una clinica privata, doppiogiochista che cerca di fregare la gang della droga e la polizia stessa. Questi intrighi (da riassumere sono alquanto noiosi e in fondo ripetitivi) costituiscono l’elemento noir d’appendice che le trame del fotoromanzo nero ripropongono numero dopo numero.

Nell’universo in bianco e nero del serial Ponzoni tutti sono dei doppiogiochisti, degli arrivisti. Le donne, specialmente, pur essendo vittime, recitano anche la parte delle sadiche assassine senza scrupoli, ragazze solitamente di facili costumi pronte a tutto pur di diventare ricche, disposte ad accompagnarsi a uomini maturi e poco avvenenti, loschi malavitosi, poliziotti o dottori corrotti. L’universo noir di Killing è amorale al 100%, quasi una farsa da grand guignol (la sensazione è accresciuta dalla presenza, numero dopo numero, degli stessi attori, degli stessi caratteristi che ritornano, cambiano nome e abiti, ma ripropongono i medesimi personaggi fissi). Oltre ai modelli fumettistici, l’albo di Killing trae sicuramente ispirazione dall’umorismo nero di Mario Bava e dal suo 6 donne per l’assassino, sorta di prototipo per il thrilling a venire, dove, in modo similare al fotoromanzo, un assassino senza volto uccide e tortura in modi pittoreschi donnine discinte e arriviste. Lo sfondo dell’atelier di 6 donne per l’assassino è riempito da figure maschili ambigue, uomini drogati, deboli, viziati, a loro volta circondati da donne spietate, esattamente la fauna di belve che riaffiorano nelle pagine di Killing.

Faccio una breve pausa. In ogni albo Killing deve sgominare degli avversari, altri malavitosi come lui, gang, bande di trafficanti, racket della prostituzione, della droga. Da dove pescavano gli sceneggiatori? Potevano ispirarsi alla realtà criminale di quegli anni del boom? O cos’altro? I banditi dell’Italia reale assomigliavano a quelli dei fumetti neri e dei fotoromanzi del brivido? In realtà i criminali di Killing copiano quelle prime bande criminali che si erano formate nell’Italia del dopoguerra, quando una nuova generazione di giovani scoprirono la passione per le automobili, le belle ragazze, il ballo, il lusso, i soldi, tutti ingredienti per sfuggire da una miseria e dalle macerie ancora esibite di un paese che si sarebbe rimesso velocemente a camminare verso il progresso. Sfoglio il seminale Italia Nera di Franco Di Bella. Bande di pericoli pubblici che si scatenavano in apocalittiche ed inutili rapine, azioni di bassa criminalità dove esplodeva un desiderio bestiale di violenza. Penso ad Ezio Barbieri, il bandito di Milano, alla Volante Rossa, alla banda Casaroli che inondò di sangue le strade della provincialissima Bologna. Il settentrione del dopoguerra era infettato da bande di imitazione americana che avevano come obiettivi istituti bancari e prendevano ispirazione dai film di gangsters. Nel sud Italia la delinquenza sfociava nel banditismo che trovava facili proseliti tra pastori e contadini. E le donne del vizio? In un paese ancora mentalmente arretrato come l’Italia del dopoguerra, molte ragazze, per sfuggire alla miseria o a vite d’incubo e solitudine, scelgono le città del nord per entrare nel sottobosco delle passeggiatrici e delle case d’appuntamento. Tante Cenerentole che si infilano nel mondo dell’erotismo proibito tra Milano, Roma, Torino, Firenze, dentro appartamenti per squillo, alcove mercantili dello sfruttamento.

Gli anni sessanta in cui esce Killing sono quelli del caso Bebawi, del rapimento Lavorino e della successiva caccia alle streghe. C’è insomma nelle vicende di carta di Killing un clima passatista, ancora legato a un’Italia fatta di chirurghi in preda all’alcool, bande di marsigliesi, vamps bramose di una qualche scorciatoia per l’inferno. Il n. 14 (marzo ’67) intitolato Le maschere della morte si apre in una New York notturna immersa nelle atmosfere cupe di un noir anni ’40. Una banda di malavitosi fa irruzione in un bar e pesta il gestore, costringendolo a piegarsi ai loro ricatti. Killing, mascherato da passante qualunque, spia il losco giro dei racket e sente pane per i suoi denti. Le motivazioni che muovono Killing sono sempre basilari, direi alimentari, al contempo chiare ed oscure. Killing, normalmente, si inserisce in giri criminali preesistenti, li lascia trafficare e far soldi per poi intervenire, ammazzarli tutti e portarsi via il malloppo. Tuttavia, se la ragione economica è la molla, il nostro non trascura di lasciarsi alle spalle il maggior numero di cadaveri possibili, perdendo tempo nel torturarli fisicamente e psicologicamente, cosa che denota un’inclinazione naturale, quasi un istinto animale, a cui non riesce a sottrarsi. Spesso la sua compagna di vita Dana vorrebbe soltanto restarsene in abitini intimi sul letto e godersi la bella vita e i quattrini, ma Killing non riesce a starsene con le mani in mano, quasi trascinato da un’eccitazione che lo spinge a lanciarsi in nuove e pericolose imprese. In questo Killing assolve quasi la funzione di un insetto predatore che non può far altro che ubbidire ai comandi inconsci irrisolvibili della sua natura omicida.

Torniamo al n. 14. Già da questo numero analizzato è possibile notare come in Killing la figura femminile è visivamente sfruttata in maniera analoga a quel che farà anche il cinema thrilling di lì a pochi anni. Spiega benissimo la cosa Giovanna Maina in un articolo intitolato Lucertole con la pelle di donna e sottotitolato mostruosità e mancanze del femminile nel thriller italiano degli anni Settanta. La Maina, partendo dal cinema di Argento, traccia delle caratteristiche nell’uso del corpo femminile da parte del genere thrilling italiano. La studiosa parla giustamente di sensibilità camp di quel genere, del glamour delle attrici, della presenza del killer nerovestito reso quasi come una presenza sovraumana, metafisica, ubiqua, oltre al morboso catalogo di coltelli e armi utilizzate per eliminare e torturare fantasiosamente le vittime femminili. Tutte considerazioni che potrebbero benissimo accostarsi ai volumetti su carta di Killing.

Un altro accostamento è dato dall’enfatizzare le ferite, le mutilazioni, tutte morbosamente esibite. La Maina parla di un’ossessione nell’esibire il corpo femminile anche dopo la morte, in una ricomposizione cadaverica offerta all’occhio scopofilo dello spettatore, con la donna adagiata in pose mai scomposte, col corpo rivolto verso l’alto, spesso con le gambe a compasso, le braccia scostate, i seni e i genitali esposti agli sguardi prolungati di chi si affaccia sulla scena. Corpi di bambole, suggerisce la Maina, come le bambole di Hans Bellmer dissezionate dall’occhio di chi guarda, enfatizzate in immagini dettaglio raggelate sullo schermo e ancor più nei volumetti tascabili di Killing. Nel fotoromanzo della Ponzoni questo discorso di esibizionismo necrofilo è già in atto, in una schizofrenia omicida che come scusa accampa i gioielli e altri preziosi da accaparrare, ma che nasconde una volontà omicida fine a se stessa, una psicosi pornografica per cui le foto vignette sono parti di un tableaux vivants che tornerà ancora e ancora nel cinema, nei fumetti neri, horror e pornografici di allora, finendo persino per uscire dallo schermo e affacciarsi anche nelle tragiche “bambole” ricomposte dal Mostro di Firenze, maniaco reale della cronaca che sembra risentire dell’influenza arcana di certi fumetti e fotofilm di un immaginario pornografico dell’epoca (il bisogno di lasciare le proprie vittime in posa, esattamente nella maniera descritte dalla Maina nel suo splendido contributo).


L'articolo proseguirà con una seconda puntata, in uscita tra non molto.