Un genere, il thrilling, che viveva (come sottolineato dallo stesso Di Marino nell’introduzione) di ripetizioni, feticci, vizi, rituali e che nella diffusione delle videocassette e dei dvd (soprattutto negli anni Duemila) aveva ripreso ad accendere la fantasia di nuovi lettori e spettatori. Quell’antologia è stata importante per il tentativo di rinnovamento di un genere e per l’intuizione di base che le radici del genere thriller letterario degli ultimi vent’anni siano più nel cinema che nella letteratura. Nel 2014 per Cordero Editore, Di Marino pubblica il romanzo breve Mosaico a tessere di sangue, un thriller serratissimo che si snoda tra Milano e il litorale pontino, incentrato sulle gesta di una letale serial killer donna (conosciuta come la Mantide della Brianza) arrestata e poi evasa. Da questa semplice premessa Di Marino rilegge il genere spostando la vicenda nel mondo contemporaneo, muovendosi tra personaggi viscidi (presentatori televisivi falliti, criminologi invasivi), una cultura televisiva onnipresente e tinte noir. Il personaggio principale è Franco Belli, sbirro d’azione pieno di cicatrici, degno erede di certi personaggi portati sullo schermo da gente come Luc Merenda o Franco Nero. La partenza d’azione prosegue in un romanzo contratto e senza tregua, dove i vari personaggi che hanno avuto a che fare con la mantide si ritrovano (per un motivo o per l’altro) rinchiusi in un albergo sul litorale pontino, pedine nelle mani di un’assassina onnipresente e spietata. Personaggi ben caratterizzati per il genere, una violenza visiva che deriva dal cinema, una prosa veloce e precisa che non ha cedimenti dalla prima all’ultima riga, insomma una storia ben raccontata, senza la prolissità di tanta letteratura recente. Di Marino conosce il genere ed è bravo a contornare la vicenda di personaggi che provengono da un mondo televisivo vacuo e inconsistente rispetto ai trascorsi lavorativi dell’ispettore Belli. Ne esce un affresco efficace di una società opacizzata e superficiale, votata all’apparenza e alla falsità, dove solo la morte (violentissima) sembra l’unica cosa che conta.
La casa delle Salamandre esce postumo per il Giallo Mondadori nel 2023. Ultimo libro di Stefano Di Marino e ultima avventura per Bas Saleri, esperto di occulto e illusionista di professione, protagonista di altri tre libri e alcuni racconti. Vado al nocciolo: La casa delle Salamandre è il capolavoro letterario dello scrittore milanese: una strega bruciata sul rogo nel ‘600, maledizioni, eredi tarati, notabili bolognesi, collezionisti, pittori inquisitori, un quadro maledetto sul rogo di Valyssa Vardi, detta la Regina Rossa, omicidi a cascata, sedute spiritiche, vecchie contesse. Di Marino mescola ancora le carte e ripete la formula di successo dei precedenti libri con protagonista Bas Salieri. Tuttavia la Casa ha qualcosa di più. O di meno, dipende dai punti di vista. Bas, rispetto al primo romanzo, appare invecchiato, malinconico, quasi in balia degli eventi. Una grossa delusione sentimentale, l’abbandono dei palchi come illusionista, il lavoro da studioso di cose dell’occulto. La figura di Salieri sembra immersa in una malinconia che ben si sposa con quella agrodolce della scrittura, infittita di richiami al cinema gotico italiano degli anni ’60, in particolare quello di Bava e Margheriti. L’insistenza sugli elementi gotici è corroborata da personaggi che ammiccano a quel sottobosco di studiosi e appassionati di genere. Negozietti specializzati pieni di dvd e libri, manifesti, vecchi cinema, pellicole in bianco e nero e l’onnipresente maledizione della strega. Di Marino si identifica nel suo personaggio e si lascia cullare da una nostalgia per un genere (il gotico) e un tempo (gli anni ’60) da cui si sente irrimediabilmente strappato. La nostalgia che affiora nel libro è quella di molti appassionati, insoddisfatti da un cinema (e da una letteratura) contemporaneo privo di fascino, di libertà, di sperimentazione. La casa delle Salamandre è un romanzo saggio, uno scrigno dolce e amaro pieno di sogni e suggestioni, un vortice liberissimo di associazioni, rimandi e riscritture senza freni, un rogo immaginifico di parole che brucia nella notte della letteratura.
Anche la parabola letteraria di Luca Di Fulvio si consuma in quegli stessi anni. Romano, classe ’57, Di Fulvio è partito dal teatro per approdare alla scrittura nella seconda metà degli anni ’90. Un primo romanzo, oggi dimenticato, tratta in modo originale il tema del vampirismo. Poi il successo con L’impagliatore, uscito per Mursia nel 2000 e ristampato in economica da Einaudi nel 2004. Sull’edizione Einaudi c’era una fascetta nera che reclamizzava il film Occhi di cristallo, tratto dal romanzo. L’impagliatore è il secondo romanzo dello scrittore romano: un assassino sadico e spietato col pallino della tassidermia, una coppietta che amoreggia nei pressi di una risaia che viene maciullata a fucilate insieme a un vecchio guardone. Poi l’assassino che si sofferma a rammendare il seno dilaniato della ragazza.
Quali gli elementi di pregio? La scrittura: Di Fulvio non tira via le pagine con fiumi di dialoghi ripetitivi e ininfluenti. Scrive, costruisce, cesella. Il personaggio dell’ispettore Amaldi è lontano dagli stereotipi del poliziottesco anni 70: bravo, minuzioso, di poche parole, a suo modo uno sbirro con la schiena dritta e un piccolo bagaglio di disillusioni e malinconie, un mix tra lo sbirro di testa e quello emotivo. Poi un professore universitario ambiguo, una giovane studentessa, antiquari e lunghe parti con ambientazione ospedaliera. Un vecchio orfanotrofio andato in fiamme, traumi sepolti nell’infanzia, bambole da costruire coi cadaveri e una madre muta e castratrice a sigillare il tutto. Elementi classici del genere ricombinati in modo intelligente e collocati sullo sfondo di una città senza nome, una città di mare paralizzata da uno sciopero a oltranza degli spazzini. Lo sciopero e la città di mare rappresentano gli elementi più interessanti del libro (elementi completamente eliminati dalla pellicola): cumuli di rifiuti che inondano le strade, topi, olezzi, la rabbia che serpeggia nei quartieri. Poi scoppiano le prime proteste, scontri, violenze, con cittadini e vigilantes improvvisati che si danno battaglia nelle vie come in un romanzo distopico di James Ballard. In questi vicoli, mentre tutto sembra sul punto di collassare in un clima di violenza, Amaldi conduce la sua indagine.Un’indagine che poi è indagine letteraria, indagine costruita con perizia da Di Fulvio e che fotografa alla perfezione il riaffacciarsi sulla pagina di quel vizio perverso e delirante che aveva animato le pellicole thrilling degli anni 70.
Chiunque poteva commettere un delitto. Perfino una strage. Era lo stesso impulso che portava qualcun altro a buttarsi da una finestra, in fondo. Ma mettere ordine, sistemare il mondo, quello era un segno che avrebbe dovuto far accapponare la pelle a qualsiasi poliziotto. L’assassino aveva messo a posto il seno della ragazza. Il conto alla rovescia era iniziato. Come il germe di una malattia. L’organismo era stato contagiato e non c’era antidoto che avrebbe potuto debellare il morbo. L’uomo avrebbe messo insieme i pezzi, magari dimenticando i morti, magari sarebbero trascorsi degli anni. Avrebbe ricordato solo l’atto, in fondo gentile, di ricomporre il seno. E da lì chissà dove sarebbe potuto approdare
Mettere a posto il mondo. Il proprio mondo interiore. Una cura. Un morbo. Una malattia dell’anima. Ecco: il thrilling! Una scrittura che scava nelle pieghe di questo morbo senza nome e che mette in fila fatti ingialliti nel tempo e casi di cronaca recente. Il thrilling per Di Fulvio è uno scavo antropologico, una ricerca in punta di penna sulla pelle dei suoi personaggi, in una città sommersa dai rifiuti e dai tratti apocalittici: non c’è spazio per giocare al gatto col topo col lettore o per imbastire citazionismi inutili e dialoghi fiume che servono solo ad alzare la parcella dello scribacchino di turno. L’impagliatore raccoglie l’essenza di un genere (re)inventato in Italia negli anni ’70 e lo proietta nel contemporaneo, fregandosene anche di certe regole (per esempio, a metà libro, l’identità dell’assassino viene svelata senza preavviso, contrariamente a quanto avviene nel film).
Nel 2008 Einaudi edita il romanzo Demonio, scritto dallo sceneggiatore e regista Graziano Diana. Un libro stupefacente e originale. Un uomo rientra nella casa dei suoi genitori e li ritrova in un lago di sangue. Il padre, la madre, la sorella. Fa in tempo a vedere un’ombra che si dilegua. Una figura demoniaca. Da questa premessa si dipana un romanzo senza fronzoli, cesellato in modo perfetto. Gabriele, il protagonista, si ritrova ad un passo dall’abisso: deve dare una ragione al dolore che lo inghiotte. I video di sorveglianza sembrano incolpare il padre: è stato lui, fucile in spalla, a massacrare la famiglia. Possibile? E la figura demoniaca che ha visto? L’indagine di Gabriele si spalanca subito su altri universi. Il protagonista scopre altre stragi di famiglia inspiegabili. E perché il padre, poco prima di morire, si era interessato all’opera di un pittore che si è dedicato in modo ossessivo al tema demoniaco? Tra Roma e Bologna, tra manicomi di provincia e gallerie d’arte, Diana svela una vicenda che fa veramente paura, perché fa saltare le coordinate logiche su cui si fondano le nostre esistenze. Perché persone all’apparenza anonime e tranquille iniziano a massacrare le proprie famiglie? Cosa c’è dietro a certe terrificanti notizie di cronaca a cui dedichiamo poca attenzione? Che cos’è il male? E il Demonio? Diana suggerisce, nelle pagine finali, che l’essenza della malvagità è già dentro di noi. Una volta i dipinti, le immagini, oggi i video e i bagliori del web filtrano prepotenti dentro i nostri occhi e ci contagiano. Il contagio attraverso gli occhi. Attraverso il dolore del mondo. Che non capiamo. Che non vogliamo vedere. Una curiosità: Diana, rispondendo per mail a chi scrive, spiegò che in origine Demonio doveva essere un film di cui avrebbe curato la regia, un ritorno a quelle atmosfere thrilling e orrorifiche degli anni ’70. Era tutto pronto: sceneggiatura, casting, location. Poi, misteri del cinema, la cosa saltò e Diana, conoscendo qualcuno all’Einaudi, decise di ricavarne un romanzo.
Nel 2020 il regista Aldo Lado licenzia per le edizioni Angerafilm il romanzo Il rider. Molti registi degli anni ’70 hanno ripiegato sulla pagina scritta, sia al termine della carriera che nel corso di essa. Tra questi anche Fernando Di Leo. Ho usato la parola “ripiegato” non a caso. Buona parte di questi lo ha fatto per disperazione, senza particolari talenti letterari. Lado è un’eccezione luminosa. Il rider è un libro splendido, un thriller originale che racconta le disavventure di un ragazzo africano fuggito dagli orrori del suo paese e approdato in una Milano labirintica e indifferente. Sopravvive lavorando duramente come rider, facendo consegne a domicilio, pedalando, chilometro dopo chilometro con la sua bicicletta. Attorno a lui un prete di periferia, una professoressa che insegna italiano per stranieri, una serie di personaggi supponenti che si muovono nel sottobosco delle gallerie d’arte e un giornalista investigativo caduto in disgrazia. Per caso André, il rider, si trova coinvolto in una serie di delitti ai danni di alcuni galleristi. Un assassino freddo e spietato che rimanda a quelli nerovestiti degli anni ’70. Un’altra anima dannata in preda ai suoi vizi, ai suoi traumi. Bene. Lado scrive benissimo. Il punto è un altro: ciò che colpisce è la capacità di aver dato voce a una categoria marginale di ragazzi in fuga da guerre civili, costretti ad affrontare viaggi disperati pur di approdare in paesi che li marginalizzano, li chiudono in centri di permanenza o li costringono a lavori sottopagati. Aldo Lado, in vecchiaia, si cala di peso nelle pieghe di un paese sottopelle razzista e infiammato da populismi reazionari come l’Italia di questi ultimi anni. E lo fa col piglio di un ventenne e la sincerità di chi vuole raccontare senza finzioni il presente nel quale siamo immersi, assumendo il punto di vista di chi, per guadagnarsi da vivere, deve confrontarsi con una precarietà e parcellizzazione del lavoro che conosce soltanto chi la vive quotidianamente. Ricordo, non a caso, un’intervista dello stesso Lado in cui, con grande sincerità, accusava la sua generazione di aver vissuto anni irripetibili dal punto di vista economico e culturale e di aver lasciato altro che briciole ai giovani di questi ultimi anni. Lucido, appassionato e coinvolgente: questo, in ultimo, il rider.
