Il ’77 avrebbe offerto le ultime sequenze colorate e anarcoidi di una protesta senza confini, prima che gli slogan mortiferi del terrorismo e il diluvio dell’eroina spegnessero quell’immaginario incandescente. Sulla fine degli anni ’70 la stagione delle conquiste civili e sindacali appare già lontana. La sinistra affonda nello stesso magma degli altri partiti, smarrisce qualunque carica utopica, abbandonando all’annientamento (fisico e psicologico) qualunque generazione futura che avrebbe provato a criticare le direzioni imposte dal neoliberismo. In molti hanno scritto di questa fine, rintracciandone i segni in alcuni momenti chiave: la morte appunto di Pasolini, quella altrettanto trucida di Moro, i fantasmi insonni dei morti di tante e troppe stragi (e quella di Bologna sarebbe stata l’ecatombe finale di un paese tragico e ridicolo come il nostro), il collasso del palco di Castelporziano sul litorale di Ostia come simbolo del tracollo della poesia. Anche Balestrini scrive il suo epitaffio partendo dal blackout di New York mescolato alla scomparsa dello stesso Stratos voce degli Area.
Scrivo di queste cose per introdurre tre figure poetiche a cui sono particolarmente legato. Spieghiamo: gli autori di cui parlerò non hanno certo bisogno di me per essere ricordati, tuttavia sento che su certe figure pesi quasi un’inevitabile spinta verso l’oblio. Nonostante le insperate riedizioni, l’opera di una come Patrizia Vicinelli è semplicemente incompatibile col mondo nel quale viviamo. Percorsi, tracciati di vita di cui, oggi, non è rimasto nulla, solo foto sbiadite, fantasmi, si, ancora fantasmi.
Perché Vicinelli, Costa e Reta? In parte perché sia Corrado Costa che la Vicinelli possono godere di una nuova edizione completa delle loro opere, cosa tutt’altro che scontata per autori così difficili e radicali, in parte perché ognuno di loro ha lasciato un segno indelebile sui miei gusti e la mia propensione alla poesia. Ho già scritto di come, per me, la migliore sia semplicemente quella sperimentale, quella dei vari protagonisti del Gruppo 63. Tuttavia, se proprio dovessi stringere il cerchio, è grazie alla Vicinelli e a Reta se mi sono avvicinato come lettore ai versi. In particolare è stata la scoperta del poeta genovese a folgorarmi, un po’ come da ragazzino quando scoprivo il cinema di Argento, di Bava, Fulci, etc. Partiamo da Patrizia Vicinelli.
Nel 2009 la meritoria casa editrice Le Lettere, nella collana sperimentale Fuori Formato, editò l’opera completa della Vicinelli, allestendo un percorso tra poesia, prosa e performance. Il volume, preziosissimo, era curato da Cecilia Bello Minciacchi, con un saggio importante di Niva Lorenzini. Il lavoro di Patrizia si muove tra frammenti, prose disperse, poesie visive, un romanzo notevolissimo e inedito, scritti letterari d’occasione, acquerelli, pezzi di un mosaico che compongono una personalità letteraria in fuga perenne dalle gabbie e dalle costrizioni, siano esse quelle biografiche, borghesi, della comunicazione indottrinata. Nelle sue opere tutto viene messo in discussione, bruciato, distrutto, disperso: la propria immagine, la famiglia, il lavoro, il denaro. Patrizia Vicinelli ha avuto un’esistenza febbrile che ha attraversato per intero il caos degli anni ’60 e ’70, fino al ripiegamento degli anni ’80. Giovanissima poetessa afferente al Gruppo 63, l’esordio nel ’67 per Lerici, musa del cinema sperimentale degli anni ’60, attrice nel teatro lunare di Aldo Braibanti, fuggiasca alla giustizia in Marocco, giramondo tossicomane e ancora poeta performer, detenuta, autrice teatrale, scrittrice di un informe romanzo sull’eroina che è tra le cose più belle dell’intera letteratura italiana degli anni ’80 (letteratura peraltro diventata bruttissima, incantata dalle sirene dei vari De Carlo, Tondelli, Lodoli); tutte queste cose insieme e mille altre fino alla morte per Aids nei primissimi anni ’90. La realtà biografica e storica nei testi della Vicinelli viene frantumata, così come l’io spezzettato in lunghe poesie visionarie infarcite di segni, scritture verbovisive, collage, montaggi mentali di un lungo viaggio scritturale e poematico da cui affiorano frammenti personali, ricordi, viaggi, dispersioni dell’inconscio.
Sulla poesia di Patrizia si avverte il peso di altre due figure indefinibili e gigantesche come quelle di Emilio Villa e Adriano Spatola, altri due poeti totali e irriducibilmente sperimentali. Fin dagli esordi questa poesia appare radicale, deflagrante, una commistione tipografica di segni, linguaggi, lessico quotidiano, collage musicali da cui fa capolino una voce limpidissima e scomposta. L’eco di fughe in Marocco, un’epica bassa e anarcoide popolata di figure sfuggenti, sconfitti, eroinomani, puttane, diseredati, matti dimenticati in qualche manicomio lager. La poesia della Vicinelli urtica/scortica si scontra col reale, lo trasfigura, smontando e rimontando il proprio vissuto o i testi altrui.
In Messmer, romanzo incompiuto e postumo composto tra il 1980 e l’88, la Vicinelli descrive le macerie psichiche di chi è sopravvissuto agli anni ’70. Una landa spettrale fatta di stazioni buie, una Roma burroughsiana desolata e apocalittica, un personaggio voce narrante che si aggira alla perenne ricerca di una dose, vende il suo corpo in orribili pisciatoi e si circonda di altri fantasmi derelitti come lei/lui (in una mutazione gender non lontana da certi passaggi del Petrolio pasoliniano). La prosa di Messmer contiene tutto: in qualche modo ha la grandezza di quelle ultime cose della nostra letteratura come Petrolio, L’odore del sangue, L’affaire Moro; è già un ritratto crepuscolare di un mondo di reietti, luci, cristalli, pozzanghere e letargo italiota. C’è già tutto Amore tossico in queste pagine, o l’atmosfera raggelante di certi docufilm di Giuseppe Bertolucci di quegli anni.
La scrittura di Patrizia - prosa, poesie, altro - è davvero un attrito urticante, un flusso mai domato del tutto, una forma comunque di resistenza ultima ed eroica alla follia di chi non riuscirà a fuggire e spezzare la propria gabbia sociale. C’è il senso di un viaggio assurdo e immobile verso una sconfitta (personale) inevitabile che riassume il tono generale di un’epoca (gli anni ’70 e quel che hanno rappresentato) e della sua rapida dissoluzione. Anche se Patrizia tocca direttamente episodi di cronaca (o lo fa di sfuggita), la sua scrittura emana dalla ferita aperta di una creatività non più conciliabile con il rientro all’ordine dei primi anni ’80. I punti più alti del suo lavoro (il poema Non sempre ricordano, Messmer, le poesie scritte durante la detenzione a Rebibbia nel ’77) si consumano mentre il terrorismo sferra il suo attacco allo Stato, mentre gli anni di piombo scivolano dentro l’anestesia dell’eroina e delle prime Tv private, mentre le ideologie del ’77 si sfrangiano sulla palus putredinis dorata del decennio a venire. Gli ultimi fuochi sono quelli sinistri del terrorismo di sinistra, oltre ai botti del terrorismo neofascista. Poi tocca all’euforia al neon degli anni ’80. Non ci sarebbe stato più spazio per una scrittura così autodistruttiva e visionaria, per versi così volutamente irriverenti e rivoltosi:
“si ri-compie
come un miracolo
come una dannazione
un back ground che resta unico
un flash back senza ritorno
Uccidimi una volta per tutte
o lasciami
andare via
via
da
te”
La nuova edizione di Argolibri racchiude nuovamente l’opera poetica della Vicinelli senza particolari aggiunte rispetto all’edizione de Le Lettere, se non la scansione (preziosissima) a colori delle pagine collage di Apotheosys of schizoid woman. La cura è di Roberto Bisogno e Fabio Orecchini. Bisogno firma la breve e puntuale nota introduttiva, descrivendo la poliedricità di un’artista che ha praticato le diverse forme della poesia verbo-visiva e fonetica, oltre a spaziare dal cinema sperimentale, al teatro e al romanzo flusso. Bisogno parla della poesia dell’autrice bolognese come di uno sconfinamento di tempo e memorie, luce e notte, un poema ininterrotto fatto di ritorni e ripetizioni intorno a immagini e luoghi simbolo. Sfoglio ora il volume sempre de Le Lettere su Vittorio Reta. Visas e altre poesie, a cura di Cecilia Bello Minciacchi, uscito nel 2006 e, ad oggi, esaurito. La lettura di questo volume e l’incontro con questo autore ha segnato un innamoramento per la poesia che prima era inibito dalla pratica scolastica. L'intero volume è una sorta di scrigno magmatico pieno di voci e inediti, un ritratto (per quanto possibile) nitido della figura del poeta ligure.
Vittorio Reta, lo apprendiamo dalla lunga e densissima introduzione di Cecilia Bello Minciacchi, era figlio di una famiglia agiata genovese, aveva vissuto con costrizione gli anni della scuola e si era laureato in lettere nel ’73. Lavorò per brevi periodi come supplente, nutrendo scarsa fiducia nel sistema scolastico, infine, affrancandosi parzialmente dalla figura protettiva della madre e delle sorelle; frequentò il centro sperimentale di Roma senza arrivare al diploma, lasciando anche un film incompiuto previsto come prova finale. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70 frequentò (e si infatuò) della Vicinelli, tanto da raggiungerla in Marocco dove lei era scappata per sfuggire all’arresto per possesso di droga. Di questo viaggio, di quel rapporto, le poesie di Vivas recano una traccia profonda.
Malgrado la sua inquietudine esistenziale, Vittorio non ruppe mai il legame con la famiglia e la città d’origine, infatti dopo la pubblicazione del suo primo e unico libro per Feltrinelli, nonostante i progetti, le letture febbrili (Derrida, Barthes, tutta la poesia sperimentale di allora, l’infatuazione profonda per Godard e Burroughs), la conoscenza e l’incoraggiamento di Edoardo Sanguineti (che di Reta, della famiglia di Reta, fu in quegli anni affittuario e vicino di casa), nel pieno della disperazione, il 6 settembre del ’77 sulle alture di Recco, con una P38 si sparò in testa. Uscì un trafiletto sul quotidiano locale, riducendo la faccenda a quella di un giovane disperato che non trovava lavoro e non riusciva a inserirsi nel mondo produttivo. Come spiega bene lo stesso Sanguineti nel volume, Vittorio era la tipica figura dell’inetto letterario, di colui che “la famiglia auspicherebbe diventasse un buon borghese capace di lavorare, mentre lui non doveva avere nessuna attitudine pratico-concreta. Allora la famiglia doveva essere portata, credo, a biasimarlo e nello stesso tempo a coprire al massimo le sue inclinazioni e inettitudini. Anche il suicidio, per come apparve sulle cronache dei giornali, ricordo, non fu la morte di uno scrittore”. Dopo la sua scomparsa anche Visas sparì dalla circolazione, le copie invendute mandate al macero. Di Reta e di Visas si persero le tracce per anni.
Qualcuno, prima del lavoro di restauro della Bello Minciacchi, provò a riesumarne la figura e l’originalità. Antonio Porta incluse alcune poesie in una antologia del ’79, Sanguineti ne parlò ancora con convinzione nel 2001, così come fecero Paolo Zublena e Niva Lorenzini. Che cos’è Visas allora? Un viaggio, un viaggio al termine degli anni ’70, al termine della vita potremmo dire oggi col senno di poi. Un viaggio denso ed esistenziale di un poeta che scontò la troppa vicinanza con la poesia sperimentale di allora in un momento in cui il fervore di quell’esperienza stava per essere sommerso dalla restaurazione e dalla cancellazione degli anni ’80. Ciò che non si colse allora (ma lo capì benissimo solo Sanguineti) era che Vittorio aveva preso tecniche e modelli di quell’avanguardia, ma ne rappresentava anche una forma di superamento. Dalle sue letture (lo stesso Reta pone l’accento su Burroughs, Beckett e Pound, oltre all’importanza del cinema) aveva imparato e sviluppato un metodo di lavoro fatto di découpage, tagli e assemblaggio di materiale altrui (in modi non diversi cominciava a lavorare anche una figura come Kathy Acker, per certi versi sovrapponibile alla Vicinelli).
Sempre nella preziosa intervista posta a chiusura dell’edizione del 2006, Sanguineti - in una conversazione con la curatrice Minciacchi - pone l’attenzione sul fatto che la poesia di Reta non sembra sentire il complesso della neoavanguardia che ha già detto e scritto tutto, ma persegue una sua visione che, da problemi di esistenzialità immediata, procede poi in modo meno impostato e falsamente universitario, recuperando una forma a suo modo romantica di fuga e rottura con l’ordine costituito. Pur rintracciando nelle poesie momenti di un vissuto in prima persona, la scrittura di Reta trova grande originalità nell’evolversi in una sorta di non-io visionario e inorganico, una specie di macchina da presa invisibile che riduce la densità esistenziale ad appunti slabbrati, cut up visivi di una quotidianità vorticosa, fatta di immagini che scorrono lateralmente come lunghissimi piani sequenza distorti e stravolti (in questo certe poesie mi hanno richiamato i lunghi piani sequenza a scorrimento laterale di un film come Fata Morgana di Herzog). La voce di Reta piove da un altrove alchemico, popolata da lampi al magnesio, date, paesaggi ridotti a segni rabbiosi (in cui si riconoscono scorci romani, Cinecittà, il Marocco, Genova). Ciò che mi colpì (in un me trentenne che detestava e rifuggiva la poesia come sfogatoio di un io piccolo borghese preso dalle sue beghe interiori, dai suoi scazzi, dal suo narcisismo autocelebrativo) era proprio questa concretezza di una lingua fatta di frammenti e atmosfere rarefatte, di spaesamenti ed ellissi interiori che restituivano precise sensazioni visive, quasi dei micro passaggi cinematografici deragliati di un film lisergico e anti-narrativo.
Ritrovavo, anzi trovavo per la prima volta in poesia, paesaggi che avevo assaporato soltanto nella letteratura di Burroughs: la dipendenza, i deliri fantasmatici chimicamente indotti dalle droghe, un anarchismo di fondo, un’insofferenza profonda e un desiderio di fuga che finiva per rivoltarsi nel suo contrario, in una impossibilità di qualunque fuga, in un senso di sconfitta opprimente e inevitabile. In Reta c’è già la premonizione della mia generazione vuota e sconfitta, di una sonnologia di provincia, la parcellizzazione minuta, biologica, di esistenze isolate, disciolte dentro le mura perimetrali del potere (qualunque potere) e della sorveglianza digitale. Le poesie di Vivas sono la trasfigurazione più bella (in poesia) degli anni ’70, un affioramento continuo di luoghi e immagini, un affastellarsi in fotogrammi di lacrimogeni, cariche della polizia, stelle a cinque punte, Tangeri, scomposizione smembrata di corpi femminili (quello della Vicinelli onnipresente), la dipendenza dall’eroina, siringhe, aghi, colori, ambienti metropolitani, stazioni sotterranee mescolate a parole inglesi, francesi, tedesche, arabe.
Il viaggio di Vittorio è un viaggio terminale che ha per meta la morte volontaria, un viaggio fisico che, ad un tratto, diventa mentale, fantastico. Reta aggiunge una rielaborazione di fantasie violente sconosciute nei poeti della sua generazione (e che trova forse solo anticipazione nei primi libri di Antonio Porta). Da allora ho cominciato a leggere in modo febbrile poesia e, anche se non ho più avuto una folgorazione come con Vittorio, non ho più smesso. Lo devo a lui e a lui soltanto. Ancora adesso, ogni volta che mi capita di passare dalle parti di Recco (e mi capita spesso) non riesco a smettere di pensare che è lì da qualche parte che il viaggio di Vittorio si è concluso. Da quel volume splendido curato da Cecilia Bello Minciacchi (e arricchito da una curatela degna di un classico e da un cd con le musiche che Stefano Scodanibbio, altro cultore di Reta, ha dedicato a Visas - una serie di composizioni introdotte da una lettura di Sanguineti che mette letteralmente i brividi per intensità e chiarezza) sono passati 18 anni, 18 anni in cui il volume è sparito dalla circolazione e di Reta, a cercare su internet, si trova praticamente nulla. Peccato. Per me è stata una delle letture più importanti della mia vita, qualcosa che ha cambiato la mia consapevolezza nella scrittura. Peccato perché questo poeta sconosciuto ha tracciato uno dei futuri possibili della poesia, “ha ridotto il pathos trattando la propria vita materialmente come un testo”.
“Il mio nuovo indirizzo è
Il mio nuovo indirizzo è
terre lontane Post office (…)”
Corrado Costa era amico della Vicinelli, si conoscevano. Non credo sapesse nemmeno chi fosse Reta. Tre poeti che sono vissuti e hanno lavorato in uno spazio temporale sovrapponibile. Reta ha occupato il segmento più breve, dai primi anni sessanta (le prime prove poetiche), con la fase maggiore (quella di composizione di Visas) che occupa gli anni dal 68 al 75. La pubblicazione nel ’76, la morte nel ’77. Costa e la Vicinelli si muovono dai primi anni ’60 e finiscono entrambi il loro percorso nel ’91, morendo a un mese l’uno dall’altra. Anche di Corrado Costa abbiamo un magnifico volume edito da Le Lettere nel 2007 nella collana fuoriformato; anche di Costa Argolibri fa uscire nel 2021 due volumi che ne raccolgono l’opera con l’aggiunta di numerosi testi sparsi e pubblicati su riviste di poesia dagli anni ’70 alla morte. Come Patrizia e Vittorio, Corrado Costa è una figura anomala e difficile da inquadrare.
Se Reta e la Vicinelli condividevano tematiche e una certa forma di scrittura, Costa non ha apparenti punti di contatto se non una assidua e convinta frequentazione della scena sperimentale dell’epoca. Amico di Spatola, marginale all’interno dell’esperienza del Gruppo 63, come la Vicinelli aveva risentito nei suoi anni di formazione dell’influenza di Emilio Villa; Costa scrive sulle principali riviste di ricerca dell’epoca (Malebolge, verri, Quindici, Tam Tam), esordisce nel 64 e alterna l’attività di artista poliedrico (poeta visivo, performance poetiche, libri d’artista in copia unica) a quella di avvocato (l’avvocatura lo porterà nel tempo a difendere alcuni terroristi, oltre a rappresentare Pier Vittorio Tondelli nel processo per oscenità intentato contro Altri Libertini nell’80) nel reggiano. Nato nel ’29 al Mulino di Bazzano, morirà improvvisamente a Reggio nel ’91.
Che poesia è quella di Corrado Costa rispetto a quella della Vicinelli e di Reta? Se comune è il desiderio di evadere (o forzare al massimo) i limiti della pagina scritta (vocazione comunque di fondo a tutta quella sperimentazione), oltre a una forte attrazione per il cinema (Reta frequentò il centro sperimentale e realizzò parzialmente un film saggio, la Vicinelli lavorò con alcuni registi underground), Costa aggiunge un inedito gusto per il gioco, la comicità, il nonsense. Senza mai considerarsi uno scrittore di carriera, Costa troverà nell’immaginario burlesco e nei giochi linguistici la sua cifra più matura e originale, proseguendo una tradizione che trova in Jarry, Queneau e Perec, oltre che Breton, i riferimenti più immediati. Naif, surrealista, patafisico, Corrado Costa usa una lingua marginale e semplicissima, piena di buchi, ripetizioni, assenze, allusioni, senza un vero io a riempire lo spazio del testo, in un gioco velato fatto di foglie, fiumi, oggetti e personaggi filmici. Le sue poesie somigliano a dei rebus senza soluzione, testi abitati da una malinconia nascosta e da un sense of humour fatto di frammenti simili a piccole fabule (piccoli rulli comici) senza un vero senso di fondo. Nelle opere della maturità (Le nostre posizioni del ’72 e i bellissimi The Complete Films dell’83) i versi di Costa sembrano giocare col silenzio, l’atemporalità e la frizione continua tra significante e significato delle parole disposte sulla pagina, dadi inafferrabili in cui paradossi e figure prese in prestito dalle pellicole cancellano qualunque discorso quotidiano.
Come certo cinema comico metanarrativo (certo Woody Allen, tutto il Mel Brooks di allora) Corrado si ritaglia uno spazio vivace e citazionistico in cui infanzia, adolescenza, surrealismo, linguistica e dadaismo convivono tra loro in un perfetto equilibrio di materiali e forme testuali. Come scritto nelle note di chiusura del secondo volume della Argolibri, la poesia di Costa si nasconde dietro a una maschera carnevalesca e comica per celare lo spettro dell’afasia, dell’incomunicabilità dei linguaggi, quasi ultimo presagio prima di una vera e propria poesia asemica. E gli arrabbiati, che fine hanno fatto? Gli anni che vanno dal ’79 (l’anno di Castelporziano, primo festival dei poeti) al ’92 segnano la fine di molte cose, molti percorsi, traiettorie. Sono gli anni in cui i poeti di cui si è parlato muoiono. Vicinelli e Reta in modi poco belli. Costa fulminato da un infarto sull’uscio del suo studio legale. Sono anni di ripensamento e finali di partita (lo spiega bene Eugenio Gazzola nella prefazione del suo Gli anni di milano-poesia, il verri 2023): la dissoluzione dei movimenti sotto l’urto delle leggi speciali antiterrorismo, un ripiegamento verso la sfera individuale, l’avvento di un nuovo fronte conservatore (Thatcher, Reagan) che si accanisce sullo smantellamento dello stato sociale e il superamento delle conquiste operaie, la progressiva pietrificazione della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista, la veloce ascesa di quello Socialista e del suo faraonico segretario Bettino Craxi, l’inchiesta 7 Aprile che pone fine alle organizzazioni extraparlamentari di sinistra, l’apocalittica sconfitta sindacale e la marcia dei 20.000 nel 1980, oltre a un progressivo scivolamento verso il disimpegno e il privato.
Il nucleo incandescente degli anni ’70 che ha portato (nel volgere di poche stagioni) a un riformismo d’avanguardia (lo Statuto dei lavoratori, l’istituzione del sistema sanitario nazionale, la legge 180 sulla malattia mentale, la riforma della casa, il diritto di famiglia, il divorzio, il voto dei diciottenni, l’aborto, l’istituzione degli asili-nido) è un ricordo. Anche la poesia sembra prendere altre strade. Vanno di moda le parole innamorate, un ritorno a un lirismo intimistico e rassicurante. Nuove voci, recupero della metrica e di tematiche soggettive (l’amore, l’eros). Sono gli anni dei nuovi comici rassicuranti (Pozzetto, Celentano, Verdone, Nuti, Nichetti, Benigni, Moretti), di nuove compagnie teatrali, della nascita delle televisioni private e una nuova forma di estetica che amplifica il desiderio di evasione leggera. Il terrorismo viene sconfitto, si spegne tra le varie galere, la droga innaffia le periferie e i piccoli borghi, smorzando ancor più le coscienze di chi aveva provato a immaginare altre chiese, altre tribù, altre classi sociali. La poesia rientra nei ranghi e i poeti sperimentali degli anni ’60 vengono mummificati, fanno altro, cambiano casacca, o finiscono in manicomio. I novissimi diventano materia da museo, arzilli vecchietti precocemente senescenti che si ritrovano a barbottare dei bei tempi andati ai tavolini di un baretto nei pressi di Cogolin. Non tutto si perde, non tutto finisce. C’è chi prova a resistere, a gettare nuovi semi, nuove radici.
La rivista Alfabeta, il festival di poesia di Milano (1984 – 1992) ponte tra quel che era rimasto e quel che sarebbe venuto dopo e che vedeva tra gli organizzatori figure come Antonio Porta e Gianni Sassi, la nascita del Gruppo 93 e di un lavoro di sperimentazione che coinvolge la poesia, il romanzo, la canzone e uno sfrenato plurilinguismo. Gli arrabbiati faranno ancora capolino nella Storia, nella bolgia furibonda di Tangentopoli, nella sanguinolenta protesta di Genova nel 2001. Poi ancora anni di silenzio. Oggi gli arrabbiati hanno altre facce. Non sono più gli hippy dadaisti del ’77, o i ragazzi della scuola Diaz. Oggi gli arrabbiati hanno la bocca piena di parole come sovranità e nazione, hanno bisogno di nuove forme di solidarietà legate alla difesa della vita contro le minacce dell’aborto, dei gender, dell’Islam. Si sentono lasciati indietro dalla globalizzazione, impoveriti e marginalizzati, nostalgici dei tempi in cui si andava in pensione a 60 anni. I nuovi arrabbiati non hanno più utopie. Solo paura e timori da proiettare sui migranti.
Leda prova con l'uomo invisibile
(da The Complete films, 1983)
Chiudo con un’ultima considerazione personale e mi rifaccio a Gilda Policastro e al suo recentissimo Il metaverso, appunti sulla poesia al tempo della scrittura automatica (Quodlibet Elements, 2024): oggi la poesia è lontana da quella bucolica e stilnovista che insegnano ancora a scuola (porto testimonianza di prima mano dalle trincee della scuola primaria di primo grado) ed è ancora radicata nella testa di un sacco di gente: oggi in poesia tutto è lecito dice la Policastro, si scrive al computer, si legge sui telefonini, in una continua evoluzione di gusti e forme. Tuttavia anche i poetry slam paiono appartenere ai primi anni zero. Quindi? Cos’è oggi la poesia? O dove viaggia? Dove si trova? In rete, nei remix, nella uncreative writing, nella poesia su Instagram, nel googlism, nelle reti neurali di ChatGPT? Chi sono oggi le Vicinelli, i Reta, Sanguineti, Costa, Cavallo, Giuliani e Gian Pio Torricelli1? Per rispondere credo sia giusto riprendere una considerazione preziosa e terminale di Valerio Mattioli, considerazione che, in realtà, si riferiva a tutt’altro contesto musicale, alle library e alla musica sperimentale degli anni ’70. Oggi, in questo presente di guerre, genocidi mascherati e nuovi populismi, anziché cercare le nuove Vicinelli e i nuovi Reta in qualcuno che legge e imita quei poeti o è imbevuto da quelle culture sessantottine, forse sarebbe meglio guardare altrove, a chi nemmeno sa chi cazzo siano Reta e la Vicinelli, a un giovane o una giovane a cui nemmeno frega nulla di leggere la poesia del passato, e che magari alla poesia arriva ascoltando altro, vivendo in qualche anfratto del metaverso, seguendo un proprio impulso, foss’anche negativo.
- Su Torricelli ci vorrebbe un articolo tutto per lui. Molti anni fa, da qualche parte, non ricordo, trovai due suoi libri, Dunque Cavallo e Coazione a contare. Me li tirarono dietro per un pezzo di pane. Li lessi, ricavando l’idea che Torricelli, chiunque fosse, era pazzo. Finita lì. Ellissi. Passano trent’anni. Sono appassionato di avanguardia e letteratura degli anni ’60, i novissimi, etc. Riemerge il nome di Torricelli, vado a cercare i libri e mi ricordo vagamente di averli regalati a qualcuno. Poi scopro che qualcun altro ha scritto finalmente un libro su questo figuro. Dunque Torricelli, Gian Pio Torricelli dal Gruppo 63 al manicomio criminale, di Caterina Fantoni, Artestampa edizioni 2015. Libro bellissimo, già nel sottotitolo. Fantoni ricostruisce nel dettaglio la parabola di un poeta/artista che, come e più della Vicinelli e Reta, la pagherà cara. Chi era Gian Pio? Modenese, classe ’42, Torricelli cresce in un contesto famigliare solido e laborioso, una bella villetta famigliare costruita col sacrificio del lavoro del padre calzolaio ambulante. Le stravaganze del giovane coccolato e viziato dalle donne di casa cominciano fin da subito: diploma in un istituto d’arte, Accademia di Belle Arti a Bologna, la passione per la musica e il pianoforte, gli anni ’60, l’energia culturale di un mondo nuovo che invade anche la provincia profonda e contagia i giovani. Torricelli legge di tutto, dipinge, ascolta la musica jazz, si interessa dello yoga, poi, l’uscita dell’antologia dei Novissimi nel ’61 ne infiamma ancor più la creatività. Gian Pio abbandona la pittura e si getta a capofitto nella poesia. Al ’64 risalgono i primi tentativi, i contatti con Adriano Spatola e l’ala parasurrealista di Celli e Corrado Costa e di tutto il gruppo della rivista Malebolge. Torricelli segue i consigli di Spatola e nel ’65 arriva il suo primo (e unico) libro di versi, Dunque Cavallo. La linea è quella di un altro grande outsider dell’epoca, Emilio Villa, non a caso tra i suoi maestri: versi anarchici, schegge, frammenti, rantoli, voragini, polvere, nulla sulla pagina. Poesie illeggibili, incomprensibili, criptiche oltre ogni limite. Dissolvenze allucinate che raccolgono l’interessamento di un po’ di gente di quel giro sperimentale: oltre al gruppo reggino di Corrado Costa e Adriano Spatola, Gin Pio entra in contatto epistolare con Sanguineti, Davico Bonino dell’Einaudi, pubblicazioni su una rivista di ricerca come Marcatrè, l’ipotesi di una collaborazione con Laura Betti, allora attrice sugli scudi del cinema impegnato. Poi l’apice della carriera di Gian Pio: la partecipazione al convegno di La Spezia del Gruppo 63. Siamo nel 1966. È in questo ciclo di letture pubbliche che scoppia la stella della Vicinelli. Gian Pio è, insieme a lei, considerato l’unica vera novità del convegno. Sull’Espresso del 26 giugno di quell’anno, Umberto Eco ne immortalerà le performance scrivendo dell’indubbia maestria vocale della Vicinelli e soffermandosi molto sulla performance di Gian Pio. Torricelli che apre a caso le pagine di un libro e salmodia a voce bassa, monocorde e litaniante, mettendo a dura prova le resistenze del pubblico e degli avanguardisti presenti. “Torricelli leggeva sulle pagine d’un libro che non poteva e non doveva diventare un libro; era forse un messale da Messa Nera, e una Messa Nera richiede tre condizioni sin qua non, la presenza di Dio e del Diavolo, una chiesa e un rituale. E dunque la pagina di Torricelli lasciava immaginare l’insorgere di una nuova comunità di consumatori della poesia totalmente al di fuori dell’ambiente librario, forse al di fuori dei riti sociali consueti (…) e su questo spiraglio di avvenire (…) si intrattengono Edoardo Sanguineti e Furio Colombo, il primo quasi leggendo segni del futuro nelle viscere degli animali (…)”. L’articolo di Eco genererà un breve carteggio di risposta di Gian Pio non propriamente soddisfatto, con Eco che risponderà ribadendo quanto le poesie di Torricelli siano da ascoltare e aprano la strada di una certa poesia sonora, ma che, sulla carta, siano illeggibili. Sia come sia, Torricelli porta le sue liturgie al festival di Fiumalbo nel ’67, ancora in compagnia della Vicinelli e del compagno di lei Alberto Grifi. I tempi sono maturi e Gian Pio abbandona Modena e fa il grande salto a Roma. Una discreta fama da performer lo precede nella capitale: qui frequenta Alfredo Giuliani, passa i pomeriggi al bar Rosati, si fa vedere in confidenza con Fellini, frequenta Grifi e il giro di Piazza Navona, diventa amico della Betti, incrocia Pasolini. L’incubo soffocante della provincia è lontano, ma il cordone con la famiglia, il padre, la madre e le sorelle non si rompe mai. Gian Pio non ha un carattere facile. Salti di umore, megalomania, scatti d’ira, poi l’uso degli stupefacenti ne peggiorano lo stile di vita. Vagabondaggi in Olanda e Germania, un arresto per aggressione nel ’70 lo spedisce prima a Regina Coeli, dopo all’Ospedale psichiatrico. Gian Pio ricompare a Modena, altri casini per possesso di droga, malmena dei poliziotti, nuovo ricovero questa volta nel manicomio di Reggio. Come avvocato ha l’amico Corrado Costa. Quando esce aggredisce il padre con un coltello alla gola. Altri crolli. Altri abissi. La stella di Torricelli si è già appannata. La Spezia, Fiumalbo, Roma e Fellini sono ricordi. Quando ricompare nel ’73 è già quasi irriconoscibile. I genitori cercano di aiutarlo, lo tengono con loro in casa, lo proteggono, ma lui continua a dare in escandescenza, li minaccia, è violento, sempre più chiuso dentro il suo mondo. Nella seconda metà degli anni ’70 Torricelli gira per Modena rapato a zero, con pelliccia e vestito leopardato, se ne sta fermo per ore a fissare il sole fermo al semaforo, oppure cammina a testa in giù reggendosi con le mani, poi parla con gli extraterrestri che gli dicono che è Dio. Lui ci crede, crede di avere dei poteri da guaritore. All’inizio degli anni ’80 del Torricelli poeta non è rimasto nulla. La sua opera più estrema (forse la più estrema di tutta la galassia sperimentale di allora) Coazione a Contare (uscito per Lerici nel ’68) è solo un lungo elenco di numeri scritti in lettera, dall’uno a cinquemilacentotrentadue. Gian Pio è un fantasma a Modena. Non esce più dalla villetta di via Serafini, fuma, guarda la Tv, si aggira per casa nudo tra la madre, sorelle, nipoti. Il padre muore. La madre e le sorelle continuano a occuparsi di lui. Gian Pio è solo. Nel ’96 muore la madre e le sorelle sono costrette a farlo ospitare in una struttura per anziani della bassa. Gian Pio, come Syd Barret, è fisicamente e psicologicamente irriconoscibile, distrutto dai farmaci, dai ricoveri, dall’isolamento, dal peso di una ricerca di liberazione dai condizionamenti che l’ha trascinato oltre il brusio dell’inconscio linguistico, in una prigione afasica e schizofrenica. Gian Pio ha smesso di parlare con gli extraterrestri nel 2018 e si è trasferito definitivamente su un altro pianeta. Il libro della Fantoni è davvero stupendo, ancora una volta la storia di un irregolare che mescola dentro le avanguardie degli anni ’60, la sperimentazione, le droghe, la fuga, il delirio e il riflusso di ogni utopia passando attraverso la riforma Basaglia e le vite invisibili di tante famiglie che devono attraversare il dramma della malattia psichica.
