
Nel 2009 uscì per il Giallo Mondadori una preziosa antologia thrilling curata da Stefano Di Marino intitolata Il mio vizio è una stanza chiusa. L’antologia aveva il merito di raccogliere scrittori come Claudia Salvatori, Andrea Carlo Cappi, Alda Teodorani, Barbara Baraldi, Danilo Arona; l’intento era quello di riportare la scrittura alle radici di un genere che aveva trovato nel cinema il suo terreno d’elezione.
Ricordo la provincia. Era una, erano tutte. Ab uno disce omnis, scriveva Virgilio. Per me era la provincia di Vercelli, landa annerita, terra gotica intarsiata nel continuum della Pianura padana tra Torino e Milano. Ci si sentiva in una terra protetta e appartata, era la culla ammantata di misteri cantata da Piero Chiara in Il piatto piange, ma anche nei suoi gialli metafisici ispirati al Dürrenmatt de La promessa: I giovedì della signora Giulia e Saluti notturni dal Passo della Cisa.
Scrivere una riflessione su Stephen King dopo il bellissimo articolo di Nicola Lagioia apparso l’anno scorso su Internazionale, sembra un’impresa estremamente ambiziosa, tuttavia, in concomitanza con l’uscita nelle sale italiane del primo dei due film tratti da It, vale la pena di provarci, magari con l’intento di offrire nuove chiavi di lettura sul capolavoro del Re dell’horror.