Dentro di noi: crepe abissali nelle opere di Silvio D’Arzo e Beppe Fenoglio

Opera letteraria, confessione involontaria, o documento proveniente da una zona oscura della coscienza? Casa d'altri di Silvio D'Arzo, pseudonimo di Ezio Comparoni (1920-1952), è un racconto lungo che presenta tratti di rarità all'interno della storia letteraria nostrana. Pubblicato postumo nel 1953, dopo la morte prematura dell'autore a causa di una leucemia, il racconto è stato definito da molti il testo perfetto della narrativa italiana del Novecento. Eugenio Montale lo considerava un capolavoro assoluto.

Eppure la sua grandezza non risiede soltanto nella precisione stilistica o nell'equilibrio formale. Vi è in esso qualcosa di inquietante, causato dalla percezione che dietro ogni parola si nasconda qualcosa che non viene detto. Qualcosa che riguarda la morte, il suicidio. Qualcosa che riguarda, forse, il rapporto dell'autore con la figura materna e con una paura tanto privata quanto indicibile. La trama si nutre del folclore e ambienta l'azione (o sarebbe meglio dire l'inazione) in un piccolo villaggio dell'Appennino emiliano (identificabile con Cerreto Alpi, dove Ezio trascorreva le sue estati in compagnia della madre Rosalinda) sospeso fuori dal tempo, dove vive un anziano sacerdote, un "prete da sagre". Una donna chiamata Zelinda, vecchia, sola, consumata dalla vita, gli pone una domanda equivoca: esiste una maniera lecita di uscire dalla vita? Esiste una porta concessa da Dio per andarsene? L'intero racconto ruota attorno a questo interrogativo. Ma più la domanda viene avvicinata, più si trasforma in un abisso.

Molti hanno letto Casa d'altri come un racconto sulla solitudine, sull'emarginazione, sul rapporto tra fede e disperazione. Eppure vi è una lettura ulteriore, sotterranea, psicanalitica, che continua a esercitare una potente fascinazione. Secondo questa interpretazione il testo rappresenterebbe una sorta di confessione mascherata dell'autore. Un'elaborazione narrativa di una paura personale. La paura del suicidio della madre. A sposare tale lettura è Alberto Casadei in La casa d'altri, una madre, un figlio, supportato da una confessione di Ezio all'amico Canzio Dasioli: "Avrai capito che è la storia di mia madre". Secondo Casadei, "Il prete-figlio... dovrebbe rinnegare sé stesso per soddisfare la richiesta della vecchia-madre, quella di consentirle di porre fine al suo male di vivere... Così era anche per Ezio, figlio di padre ignoto...". I

l racconto ruota attorno a una figura femminile che si presenta come incarnazione della pulsione di morte. Zelinda non è semplicemente un personaggio. È un'apparizione. Una presenza spettrale. Un'ombra che emerge dalla montagna per costringere il sacerdote a confrontarsi con ciò che non si può nominare. Da questo punto di vista il prete non è il protagonista del racconto. È il paziente. È l'individuo sottoposto a una lenta analisi. Zelinda diventa la domanda che ritorna. L'ossessione e il rimosso. La figura che obbliga la coscienza a guardare ciò che si era accuratamente evitato. Per tutta la durata del racconto il sacerdote cerca una risposta teologica, un appiglio alla dottrina, ma ogni tentativo fallisce. In questo svuotamento compare il perturbante. Qualcosa di demoniaco. Non il demonio tradizionale della cultura cattolica. Non il tentatore. Non il diavolo delle rappresentazioni popolari. Piuttosto una presenza che opera per sottrazione. Una forza che non possiede gli individui ma li svuota. Un principio entropico.  Un'assenza che si allarga.

Leggendo oggi Casa d'altri si ha l'impressione di trovarsi davanti a una delle più grandi narrazioni italiane sul Nulla. Un Nulla che non urla, sussurra. La montagna di D'Arzo è un territorio liminale dove il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti appare continuamente instabile. In questo senso il racconto anticipa molte delle atmosfere del cinema e della letteratura di Pupi Avati. Anche nei film e nei romanzi avatiani la provincia emiliana diventa una zona infestata. Da fantasmi che sono memorie, colpe, assenze, presenze. L'Appennino di D'Arzo e la pianura di Avati appartengono allo stesso universo simbolico. Sono luoghi dove il Male non irrompe. Sedimenta. E si manifesta sotto forma di malinconia.

Il Piemonte antico e consumato di Fenoglio è forse il riferimento letterario più importante per l'opera di D'Arzo. Nel racconto Il gorgo è reperibile una struttura emotiva simile. Anche qui il centro della narrazione è il suicidio. E il gesto estremo appare come il risultato di una chiamata oscura. Eclissate sono le spiegazioni razionali. Il padre del narratore tenta di lasciarsi trascinare dalle acque del Tanaro. L'immagine del gorgo assume immediatamente un valore simbolico, una figura dell'inconscio. Come Zelinda, anche il padre fenogliano sembra ascoltare una voce che gli altri non riescono a percepire, ad eccezione del figlio e voce narrante. Una seduzione invisibile. Fenoglio, tuttavia, mantiene un contatto più diretto con la materia del mondo. Le sue Langhe conservano una fisicità terrosa. D'Arzo invece procede verso una rarefazione quasi metafisica. I suoi personaggi appartengono al regno delle ombre. Eppure il nucleo profondo resta identico. L'idea che sotto la realtà ordinaria si nasconda una corrente nera. Una corrente che può emergere in qualsiasi momento e che non coincide necessariamente con la malattia mentale, né con il peccato o con la follia. Ma con qualcosa di più antico, misterioso. Più vicino al sacro. O forse al suo rovescio.

Per capire meglio l'embrione narrativo di D'Arzo va citato Il Maligno di Bruno Fonzi (1914-1976), altro scrittore dimenticato. Il Maligno è un romanzo breve ingiustamente poco frequentato, eppure straordinariamente vicino alle opere di D'Arzo e Fenoglio. Anche qui il Male non possiede una forma definita. Filtra e si insinua come acqua torbida, contamina. Quattro autori che sembrano condividere una stessa intuizione: il Male non coincide con la violenza, il sangue, il delitto, ma con la perdita di significato, il desiderio di sparire, la tentazione del nulla. È una concezione profondamente novecentesca. Dopo la morte di Dio annunciata dalla modernità, il demonio non scompare. Cambia semplicemente forma. Diventa deriva psicologica, esistenziale. Abbandona gli inferni teologici per occupare le stanze dell'inconscio. È una demonologia senza diavolo. Una demonologia della depressione. Da questo punto di vista D'Arzo sembra dialogare con certe pagine di Giorgio Manganelli, con alcuni racconti di Mario Soldati, perfino con le inquietudini metafisiche di Dino Buzzati.

Tutti autori, i sopracitati, che hanno intuito come il soprannaturale più autentico non sia necessariamente ciò che interrompe la realtà. Ma ciò che la abita silenziosamente. Ciò che si nasconde dietro la sua apparente normalità. La stessa intuizione attraversa un film apparentemente lontanissimo come Malice - Il sospetto, diretto da Harold Becker. A prima vista il thriller di Harold Becker non potrebbe essere più distante dai paesaggi di D'Arzo. Da una parte la campagna appenninica, dall'altra la provincia americana all'apice del dominio imperiale. Anche in Malice il Male non irrompe sulla scena, perché è già presente. Il personaggio interpretato da Alec Baldwin rappresenta una delle più efficaci incarnazioni moderne del demoniaco. Rappresenta il vuoto di Narciso, scevro di  qualsiasi principio morale. Possiede l'inquietante capacità di simulare l'umanità senza parteciparvi realmente. La sua celebre dichiarazione di essere Dio non è soltanto una celebre battuta, ma il ritratto del genere psichico a cui l'uomo del secolo successivo apparterrà. In questo senso il personaggio di Baldwin rappresenta il volto moderno di quella stessa oscurità che in D'Arzo assume la forma della domanda di Zelinda. La differenza è che il cinema americano la traduce in termini psicopatici, mentre la letteratura italiana continua a percepirla come un mistero spirituale. Ma persiste l'esistenza di una forza negativa che si annida dentro l'essere umano. Opere che mostrano una perfezione stilistica, sotto cui si agita qualcosa che non è mai stato davvero risolto. Una colpa, una memoria, una voce notturna. Quella che nelle ore più silenziose continua a formulare la stessa domanda.

Esiste una porta per uscire?
D'Arzo non risponde.
Fenoglio non risponde.
Fonzi non risponde.
Nemmeno il cinema di Avati e Becker risponde.
Tutti si limitano a mostrare il bordo dell'abisso. Il Male più autentico resta in ombra, dentro tutti noi.

Scheda del libro

  • Titolo: Casa d'altri
  • Sottotitolo: Racconto lungo
  • Autore: Silvio D'Arzo
  • Pagine: 90
  • Editore: Sansoni
  • Anno: 1953
  • Anobii: scheda del libro