Daniele Vacchino: Mi trovo in compagnia di Alfredo e vorrei che fosse lui stesso a presentarsi come scrittore:
Alfredo Palomba: Ti rispondo con un certo imbarazzo, rispetto alla parola “scrittore”: al quarto libro pubblicato non sono ancora riuscito ad abituarmici, non mi ci sento troppo a mio agio, dentro. Mi pare una parola usata da altri nei confronti di sé stessi con troppa sicumera, troppa disinvoltura, con un autocompiacimento che mi fa avvertire un terrore alieno. Non vorrei mai essere uno scrittore che “fa lo scrittore” o si sente parte di una “comunità di scrittori”, che avvertirei come una specie di setta di primi della classe. Ho alcuni amici scrittori, tra i miei migliori amici, con cui parlo pochissimo di letteratura. E, in verità, non ho capito neppure che tipo di scrittore dovrei essere. I miei libri sono tra loro molto differenti, sebbene accomunati da qualcosa che almeno io riconosco come la mia “voce”, il mio “stile”. Insomma, ecco: mi sento uno che, in qualche modo, ha a che fare con la scrittura e ha avuto la fortuna di pubblicare dei libri.
Daniele Vacchino: Quando le belve arriveranno è un testo ibrido, che guarda con estremo interesse sia al reale che alla sfera onirica. A quali modelli letterari ti sei rifatto nella stesura del libro?
Alfredo Palomba: Per quanto riguarda il tono, Il nano di Pär Lagerkvist ha avuto un impatto determinante, tanto da rientrare in Quando le belve arriveranno sottoforma di romanzo che il protagonista trova su una panchina e comincia a leggere, identificandosi con l’abietto nano di corte nel suo sentirsi radicalmente estraneo rispetto al mondo che lo circonda e alle persone che lo popolano, pur non condividendone l’odio. Poi, perlopiù, modelli visivi: mentre scrivevo alcune scene pensavo soprattutto a Eraserhead di Lynch e a Il seme della follia di Cronenberg. Marco Malvestio è stato il primo a notare e farmi notare, durante una presentazione nella sua Padova, come dentro ci vedesse anche alcune atmosfere di Dylan Dog, di cui sono un avido lettore fin da bambino. Nel romanzo c’è poi la peculiare realtà ipertrofica, urlata, a tratti mostruosa che ci siamo abituati a vedere sui social o su YouTube e a cui siamo ormai assuefatti. E anche la fase della mia vita in cui sono entrato per la prima volta nel mondo della scuola da insegnante di sostegno: un periodo in cui ho riflettuto molto sulla sofferenza che ci circonda, perché ho avuto a che farci in prima persona. Il seme di Quando le belve arriveranno nasce di certo da lì.
Daniele Vacchino: Mi piace insistere su un punto: il mondo editoriale italiano è di fatto derivativo e accetta a schiena bassa quanto proviene da oltre Oceano. In particolar modo, il mondo dell’editoria nel suo insieme guarda a King come a un vate da venerare. La tua opera guarda in un’altra direzione. Ritieni corretta questa mia interpretazione? Dacci una tua opinione sullo stato dell’arte del fantastico italiano e sui suoi possibili sviluppi in una nuova chiave.
Alfredo Palomba: A costo di indispettirti, devo dire che non condivido un giudizio così tranchant su King, del quale ho fatto scorpacciate fino ai venti, venticinque anni e che, peraltro, è stato rivalutato rispetto al suo status di scrittore di genere, dunque di serie B, nemmeno troppo tempo fa. È tanto, in effetti, che non lo leggo – eccettuata una rilettura de Il corpo un paio di anni fa, un racconto magnifico – né me ne viene voglia, ma sono d’accordo sul fatto che abbia contribuito a plasmare un immaginario da cui è difficile prescindere, nel bene e nel male.
Per tornare alla domanda precedente sulle influenze, credo che un certo King introiettato in anni di letture giovanili sia entrato in Quando le belve arriveranno, insieme a cose più classiche come La lotteria di Shirley Jackson, ma è verissimo pure che il romanzo si muove su tutt’altri binari. Un autore che non ti ho citato prima è Antonio Moresco: trovo delle somiglianze coi suoi primissimi libri, Clandestinità e La cipolla, per il senso di claustrofobia e per alcune descrizioni animaliche degli spazi urbani e delle persone. Moresco è un eccezionale autore del fantastico, nel suo modo esondante e inconfondibile. Ma ci sono autori giovani che stanno facendo un gran lavoro—spesso pubblicati da case editrici piccole e indipendenti: tra gli altri, Antonio Francesco Perozzi ha scritto un’ottima raccolta di racconti per Pidgin, Tranquillità assoluta, in cui la provincia si fa latrice di un fantastico normalizzato e disturbante che mi ha molto colpito. Per quanto riguarda lo stato dell’arte del fantastico italiano, ti rimando all’amico Malvestio, che di ipotesi simili ha fatto un mestiere (e ha scritto un ottimo romanzo fantastico per Voland, La scrittrice nel buio).
Daniele Vacchino: Il tuo lavoro affronta temi di scottante attualità come la disabilità, il bullismo, gli incel, l’isolamento. E lo fa eleggendo la scuola come luogo ideale di osservazione. Una sorta di deriva antropologica, che tu hai osservato in prima persona. La miscela che ne esce fuori è molto ben calibrata e interessante. La tua esperienza di docente di sostegno (come è accaduto e accade anche per me) è stata fondamentale in questo senso? In che termini? In molte parti narrative emerge la sensazione di avere tra le mani un libro a forti tinte autobiografiche. Mi sbaglio? Vuoi svelarci alcuni aspetti in tal senso?
Alfredo Palomba: Fare l’insegnante di sostegno per un anno, il primo da docente, è stato un percorso ad altissima intensità emotiva. Non conoscevo niente di quel mondo, ero stato chiamato il giorno prima – nel 2017 c’era ancora la chiamata casuale della segreteria da aspettare col telefono a portata di mano – e il giorno dopo ero la figura di riferimento di un ragazzino con la Sindrome di Down e di un altro con gravissimi problemi emotivi e relazionali. Naturalmente non sapevo nulla neppure dei bisogni educativi speciali. In quegli stessi mesi ho imparato a vivere per conto mio, sperimentando la particolare forma di solitudine del lavoratore fuori sede, e ho fatto una serie di incontri peculiari, alcuni dei quali sono finiti, trasfigurati, nel libro. Tutto ciò che viviamo finisce sempre nei libri, in forme più o meno fedeli: è inevitabile. Quel primo anno, in particolare, mi ha dato l’opportunità di riflettere sugli altri, sulle loro solitudini e sofferenze, e sulle mie. Questa è una storia di accumuli, che a un certo punto facevo fatica a trascinarmi dietro. Dopodiché, per fortuna, il protagonista di Quando le belve arriveranno mi somiglia solo in piccolissima parte; caso contrario, è verosimile che non sarei qui seduto a chiacchierare a distanza con te.
Daniele Vacchino: La psicosi, la mania, il deragliamento psichico: il testo tende a quello. All’insegna del trauma mai rimosso. La realtà si accartoccia e la personalità della voce narrante si inabissa. Tutto questo cosa simboleggia per te? Quale messaggio volevi trasmettere?
Alfredo Palomba: Il testo, credo, parla in fondo della difficoltà che abbiamo di entrare in connessione umana con le persone. La tragedia del protagonista senza nome è appunto sentirsi come un fantasma e, allo stesso tempo, continuare a cercare qualcosa che possa metterlo in contatto con gli altri, che possa svelargli il mistero che gli altri rappresentano. Il mio primo romanzo, Teorie della comprensione profonda delle cose, aveva un movimento centrifugo: era un romanzo comico, postmoderno, che sperimentava con stili e generi e apriva molte vie narrative; questre, alla fine, convergevano in una sorta di esperienza collettiva e, in un certo senso, affratellante. In Quando le belve arriveranno, invece, volevo andare a fondo: non per metafora, volevo letteralmente sprofondare nella tragedia di un’unica voce, di un unico personaggio in deragliamento che vede il mondo intorno a sé farsi sempre più bestiale, incomprensibile, sempre più lontano dall’idea di umano. Sopravviverci dentro significava andare alla radice del male. Il libro si apre con una frase tratta da Il Signore delle Mosche, cito a memoria: “Forse una Bestia c’è… forse siamo solo noi”.
Daniele Vacchino: L’ambientazione risente dei connotati della provincia cronica italiana. Possiamo svelare a quale città ti sei ispirato?
Alfredo Palomba: Il racconto intitolato Le belve, poi ripreso e trasformato nel romanzo in questione, è stato scritto a Forlì; fu un mese abbastanza febbrile, scrivevo nel tentativo di rispettare la consegna per un’antologia, su cui poi fu pubblicato nel 2018. Buona parte del resto è nato nella stanzetta in cui abitavo – similissima a quella del romanzo – e nella Malatestiana di Cesena, in cui mi rifugiavo dopo le lezioni: una serie di tremendi pomeriggi da cui uscivo col mal di testa e di pessimo umore. Ho terminato il romanzo nella mia cameretta di Scafati, durante il primo lockdown. Vi compaiono diversi angoli di Cesena (e, soprattutto, la trasfigurazione di un famoso caso di cronaca locale, la scomparsa di Cristina Golinucci), ma ci sono soprattutto molti luoghi forlivesi, riconosciuti da alcuni lettori del posto: porta Schiavonia, alcuni negozi, il parco urbano, il lungofiume. Del resto, anche se mai nominata, Forlì non è nemmeno troppo nascosta: il fiume Montone, molto presente tra le pagine, passa appunto di lì.
Daniele Vacchino: Sono evidenti i tratti distopici nella tua scrittura. Penso alla citazione della strage del liceo Columbine. Ti chiedi apertamente quanto tempo manca affinché anche in Italia si verifichi una catastrofe simile. Nei testi recenti di altri scrittori serpeggia una paura simile: siamo tanti spettatori sull’orlo di un baratro, assistiamo impotenti al disfacimento di una società e avvertiamo tutta la nostra impotenza. Cosa ci ha legato le mani a tal punto?
Alfredo Palomba: Ogni società ha la sensazione di essere in una fase terminale, in un lungo “fine impero” oltre il quale ci sarà una catastrofe: ambientale, morale, economica e così via. Per fare il solo esempio della letteratura: quante volte abbiamo sentito parlare di “fine del romanzo”? Auerbach scrive del frammento di un poeta sumero che recita, cito a memoria anche qui, “Non c’è più niente da dire, è stato già detto tutto”. In realtà credo che l’assetto più comune di una società sia la stasi, almeno nell’ottica dei settanta, ottant’anni di cui si costituisce la nostra esistenza. Mi pare ci sia una sorta di elasticità, nella fisiologia degli apparati umani evoluti. Si va avanti, ci si abitua, c’è qualche scossone, si torna un po’ indietro, si va di nuovo avanti, altro scossone, eccetera. Più che la catastrofe in sé, trovo interessante l’attesa in vista della catastrofe: il nuovo romanzo che con fatica sto provando a scrivere si interroga appunto su questo.
Daniele Vacchino: Il tuo è un testo è ossessivo. Personaggi ricorrenti. Frasi ricorrenti. Penso alla stanza che si accorcia di qualche centimetro. Penso alle frasi “Verità per Cristiana” che tappezzano i muri della tua città immaginifica. Vuoi spiegarci meglio il perché di queste reiterazioni?
Alfredo Palomba: Gli spazi – urbani, domestici, lavorativi – sono un elemento essenziale nell’economia del romanzo, contribuiscono alla costruzione di quel “mostruoso” percepito in maniera sempre più prepotente dal protagonista, di cui anche lui sente di far parte. L’associazione della stanza con una tana è più volte ribadita: ma è una tana spaventosa, opprimente, e anche la casa orrenda che il protagonista divide con Vanni e Patti diventa prestissimo un luogo ostile, in cui sentirsi braccati. Le iterazioni ossessive giocano nello stesso campionato, sono funzionali all’atmosfera sempre più paranoide che sfocia nell’impossibile: quando, ad esempio, nei video dei personaggi che il protagonista segue sui social si intravede “Verità per Cristiana”, è chiaro che i piani del reale e dell’immaginario si sono accavallati ed è diventato impossibile distinguerli. Tutto, insomma, contribuisce alla creazione di un mondo nel quale è impossibile trovare un vero rifugio, una pace duratura.
Daniele Vacchino: Ringrazio personalmente Alfredo Palomba per il tempo dedicato a Mattatoio e invito i lettori a scoprire questo interessante interprete giovane della nostra letteratura.
Alfredo Palomba: Grazie a te e a voi, soprattutto per il “giovane”.
