Intervista a Leonardo Tonini

Questa intervista nasce da una chiacchierata serale tra Max Boschini e Leonardo Tonini, poeta e collaboratore di Mattatoio n.5. A far scattare la conversazione è stata la notizia che The Massachusetts Review pubblicherà alcune poesie di Leonardo tratte da Siriana, silloge dedicata alla Siria.

Max: Leonardo, partiamo dall’attualità. Sono curioso. Mi dici qualcosa di più sulla tua pubblicazione in questa prestigiosa rivista letteraria statunitense?

Leonardo: La notizia è arrivata il primo di gennaio, del tutto inaspettata, con un messaggio di Melissa Melpignano, amica e docente alla UTEP di El Paso. Melissa è stata una delle mie prime lettrici. Avevo scritto Siriana insieme alle poesie di Megalopoli nel 2012, di ritorno da un viaggio in Siria, subito prima della guerra. Non pensavo di pubblicare perché erano le prime cose che scrivevo e non mi vedevo come poeta, erano degli appunti che andavo scrivendo, cercando per lo più una forma che rappresentasse il mio sconcerto di fronte alle notizie della guerra, ma le pensavo come una scrittura privata. 

Max: Come sei poi arrivato a pubblicarle?

Leonardo: Le poesie piacquero a Melissa che le portò in Svizzera dove a quel tempo studiava. Qualche settimana dopo, mi chiamò Mauro Valsangiacomo della casa editrice Alla Chiara Fonte e nel 2014 uscì proprio a Lugano il mio primo libro che fra altre cose conteneva 5 poesie prese proprio da questa serie sulla Siria. Per la versione in inglese, l'avevamo spedita a una rivista che però ci aveva risposto di no. A quel punto, Melissa ha pensato di alzare la posta e spedire direttamente alla Massachusetts Review, senza dirmi niente. Io non conoscevo questa rivista, mi sono informato e ho capito l'entusiasmo della mia amica, ha ospitato nomi come Sartre, Robert Frost e Louise Glück, qualcosa come 23 premi Pulitzer e 10 Nobel. Chiaramente, io mi sento come quello che ha sbagliato festa e si chiede: che ci faccio qui? 

Max: Te lo chiedo anche io. Che ci fai lì?

Leonardo: Siriana ha una storia particolare, è il mio "long seller", per così dire. Nel 2016, dieci anni fa, fui invitato al Seetaler Poesiesommer Festival dove lessi proprio queste poesie con l'accompagnamento del Maestro Elena Bittasi all'arpa; fu poi la volta di Lino Sibillano che tradusse in tedesco per la rivista Orte. La vera sorpresa fu quando mi chiamò Amal Buochareb, una giornalista algerina del quotidiano panarabo Alaraby Aljadeed (The New Arab); confesso che in un primo momento ho pensato a uno scherzo. Nel 2022 è uscita la sua traduzione in arabo, così come nel 2024 è arrivata la traduzione in spagnolo di Aldo Villagrossi con il poeta argentino Esteban Charpentier. A oggi, l'ultima traduzione è in greco per la rivista Fractal ad opera di Konstantinos Moussas. 

Max: Insomma, vedo che non sono mancate le soddisfazioni. Ce n’è una più particolare di altre?

Leonardo: Una gioia particolare me l'ha data la messa in musica di Siriana da parte del Maestro Stefano Ghisleri con il quale collaboro da ormai diversi anni. Nel 2020, ai tempi del Lockdown, Ghisleri prese in mano il testo di Siriana e lo trasformò in un melologo, un tipo di rappresentazione che unisce il parlato alla musica; due anni dopo, nel 2022, divenne un album che prende proprio il titolo di Siriana. Quindi, forse, sono io che dovrei smettere di essere sorpreso della fortuna di questo testo. 

Max: Ne approfitto per allargare l’orizzonte. Su Mattatoio n.5 abbiamo sempre trattato poco la poesia, ma l’idea è quella di trattarla meglio. Che ne pensi del suo stato di salute?

Leonardo: Sai, in Italia escono migliaia di libri di poesia ogni anno. Viene percepita come un'arte semplice, molti scrivono direttamente sul telefono e pubblicano istantaneamente sui social, i risultati sono ovviamente agghiaccianti. La tecnica della poesia viene vista come una limitazione, c'è questa illusione che la poesia sia una libera espressione dei propri sentimenti, come se questi dovessero interessare a qualcuno. In realtà ogni arte è tecnica ed è la tecnica che ci dà la libertà. E' come ballare, più uno è bravo e più i suoi movimenti sono sciolti e aggraziati. La grazia di un ballerino non è mai frutto della spontaneità, ma di un addestramento quotidiano e feroce. La semplicità non è il punto di partenza, ma il punto d'arrivo di una lunga sottrazione. Così è per la musica e per ogni arte. Pensa se mi mettessi a suonare io il pianoforte senza aver mai preso una sola lezione! Ma non gliela fai capire ai poeti social di oggi. 

Max: Alla luce della tua risposta, come ti collochi lontano dalla poesia? Sei tante cose, hai tante sfaccettature, ti senti sempre abile pianista in tutto quello che affronti?

Leonardo: Qui tocchi un punto centrale della riflessione letteraria: il rapporto tra l'autore e la propria opera. Per quanto mi riguarda, io resto sempre quello del "Che ci faccio qui?". Come ti dicevo, ho iniziato a scrivere poesie senza sentirmi poeta. Come sai, ho fatto Lettere e quindi studiavo quelli veramente bravi, i grandi: Dante, Petrarca, Leopardi… quindi capisci che di fronte a questi, mi viene da dire: "Non c'è bisogno di un altro poeta mediocre!". Se non fosse stato per Melissa, non avrei mai mandato le mie poesie ad un editore. Sua è stata anche l'idea della traduzione e dell'invio alla rivista americana, e a me viene il sospetto che abbiano valutato la sua traduzione più che le mie poesie. 

Max: Io che ti conosco da tempo, so di quanto ti infastidiscono i “poeti social". Come mai?

Leonardo: Quando me la prendo con i "poeti social" non ce l'ho con il fatto che la gente scriva, che si esprima, e nemmeno il mio è un giudizio di valore: ognuno fa quello che può, secondo le sue capacità. La cosa che mi rattrista è l'ostilità verso l'esercizio critico, il fatto cioè che oggi si scrive senza mai tornare su quello che si è scritto: è tutto perfetto come è venuto. Non c'è una ricerca, un confronto, una attenzione al testo, una selezione. Tutto è semplicemente perfetto così come è arrivato al primo colpo. Questo meccanismo del consumo immediato sempre di più si sta insinuando nell'arte. Stefano Ghisleri mi diceva che questa tendenza c'è anche nella musica classica contemporanea, ma almeno nella musica c'è il filtro dello strumento, in qualche modo sei obbligato a saper suonare e quindi da qualche parte hai imparato. Il rapporto oggi è di consumo e, aggiungo, anche di narcisismo: una continua ricerca di conferme immediate.

Max: Quindi il problema, più che il fatto che oggi tutti scrivano, è l’assenza di riscrittura e di confronto critico? 

Leonardo: Esatto. Io faccio sempre l’esempio di Ungaretti, che ha pubblicato il suo primo libretto, Il porto sepolto, otto volte nel corso della sua vita, cambiando sempre qualcosa: sostituendo una parola, togliendo un verso, spostando una virgola. Noi leggiamo l’ultima versione, arrivata decenni dopo la prima stesura. In definitiva, la lezione che viene dai grandi è solo una: non essere mai contento di quello che hai fatto. La parola fine avviene solo alla morte dell’autore. E poi c’è il confronto: io ho i miei lettori, gente che ne sa più di me, che mi dice “questa è un po’ fiacca”, “qui cambierei il finale”, “questo verso non funziona”. Ho bisogno di questi lettori forti, come si diceva una volta. Se prendiamo i carteggi di Montale, vediamo che anche lui aveva i suoi lettori con cui si confrontava, magari su una singola parola. Prima di finire in un libro, una poesia passava per le riviste e muoveva un dibattito, anche con toni feroci. La scienza, in questo, ci è maestra: dibattito, confronto, scontro persino. Ungaretti e Bontempelli si sfidarono addirittura a duello, alla spada, per divergenze letterarie. Qualche giorno prima erano venuti alle mani perché Bontempelli aveva criticato l’ermetismo di Ungaretti. Finì che vinse Bontempelli, ma i due si riappacificarono subito e Pirandello, nel giardino di casa sua a Roma, offrì da bere a tutti. Ecco, se manca questa disponibilità a “incrociare le lame” della critica, la poesia smette di essere arte e diventa puro rumore di fondo.

Max: Dopo Siriana, e dopo aver raccontato una Siria sospesa tra rivelazione, memoria e distruzione, ti è rimasta più la sensazione che la poesia possa salvare qualcosa, o soltanto testimoniare ciò che gli uomini cancellano?

Leonardo: Per puro caso, la tua domanda mi arriva oggi 9 marzo. Un quarto d’ora fa mi è stata recapitata una mail dalla giornalista Amal Buochareb, dal Libano. In questi giorni sarebbe dovuto uscire un mio contributo su una antologia di poeti europei, curata da lei. Sono sconcertato, in questo momento ti direi che è difficile pensare che la poesia possa salvare qualcosa. Riporto qui la lettera per intero perché è una testimonianza della situazione.

Care autrici e cari autori,
avrei desiderato scrivervi per annunciarvi l’uscita della nostra antologia dedicata a Gaza, prevista per il mese di marzo a Beirut. Purtroppo, come avrete certamente appreso dalle notizie che giungono dal Medio Oriente, la situazione in Libano è precipitata: Beirut è sottoposta a continui bombardamenti da parte di Israele e il numero degli sfollati libanesi ha ormai superato le 500.000 persone. In questo contesto, la casa editrice Marfaa ha comunicato, anche attraverso i propri canali social, la sospensione delle attività editoriali, compresi i libri attualmente in lavorazione e in fase di stampa, rivolgendo le proprie scuse ai lettori e agli autori coinvolti.

Al momento non è possibile prevedere quando il lavoro potrà riprendere né quando sarà possibile riprogrammare l’uscita dell’antologia. 

Resta tuttavia viva la speranza che questa guerra giunga presto alla fine e che i nostri fratelli e le nostre sorelle in Libano possano attraversare e superare anche questa prova. Non appena la situazione lo permetterà, valuterò insieme all’editore come procedere e vi terrò aggiornati.

Possa la pace tornare a fiorire e le vostre parole continuare a testimoniare la forza della vita.
Amal