Attualità

Intervista a Omar di Monopoli, una delle voci più originali del noir contemporaneo

Sabato, 31 Gennaio 2026

Questa intervista nasce per caso, grazie a un incontro virtuale su Instagram. Un pomeriggio ho notato un like a una delle mie foto: era di Omar Di Monopoli, una delle voci più originali del noir contemporaneo Gli ho scritto subito un messaggio per chiedergli se potevo fargli qualche domanda, ed eccoci qui… 

Max: Omar, vorrei partire dal tuo account Instagram. Guardando le foto che pubblichi, da lettore e fotografo mi sembra di ritrovare lo stesso sguardo che poi riconosco nei tuoi romanzi. È una percezione che senti anche tu, o è una coincidenza?

Omar: Devi sapere che in realtà il mio profilo Instagram è il sostituto - ahimè, in sedicesimo - di un account più vecchio e molto seguito che mi hanno hackerato un annetto fa. Lì, proprio in un'ottica perfettamente conseguente a ciò che scrivo, raccoglievo scatti del "mio" Sud diruto e decadente. Fotografie che poi la casa editrice Low Edizioni ha antologizzato in un libro dal titolo Troppo sud.

Max: I social, oltre alla funzione pubblica, finiscono spesso per diventare un archivio personale: a volte sono l’unico posto in cui restano foto che altrove si sono perse. Per questo capisco bene la tua “perdita”. Dalle prima risposta mi sembra di intuire che, per te, l’immagine sia una scintilla, un’ispirazione che accende le parole. È così, oppure è una consonanza più profonda, semplicemente parte del tuo modo di essere?

Omar: Parto sempre da quella scintilla perché sono uno scrittore "visivo", non a caso molto legato alle descrizioni, alla resa grafica delle mie trame. Per me di una scena diventa quasi più importante il "come" si racconta ancorché il "cosa", è un processo che deriva dal mio essere un aspirante fumettista: da ragazzo mi vedevo come un disegnatore, solo più tardi ho accantonato la matita in funzione della penna. Ma la rappresentazione scenica, e quindi anche quella fotografica, è da sempre parte integrante del mio background. Prima di cominciare a scrivere un romanzo spesso mi preparo delle referenze visive di cui so avrò bisogno e che mi sono fondamentali per la stesura.

Max: Sì, da lettore di Uomini e cani e di Ferro e fuoco, non posso che confermare quanto hai appena detto. Le immagini che scatti non entrano nel testo come fotografie, ma si “leggono” nella scrittura in modo riconoscibile: negli ambienti, nelle inquadrature, in certi movimenti di “camera”. Forse il tuo essere stato un aspirante fumettista - me ne accorgo mentre te lo chiedo - ti ha aiutato a costruire questo punto di contatto tra fotografia e parola. Quando scrivi, pensi anche in termini di montaggio, di stacchi, campi e controcampi, come se stessi disegnando una sequenza?

Omar: Mettiamola così: il cinema ha sicuramente influenzato parecchio la mia prospettiva narrativa. Faccio parte di una generazione, forse l'ultima, per la quale la Settima Arte era ancora al centro della discussione culturale; oggi purtroppo il Grande Schermo rischia la marginalità, ma questa è faccenda di tutt'altra complessità. Nondimeno le esperienze da fumettaro hanno contribuito a formulare in me un'idea precisa di come raccontare una storia, ma, nella medesima misura, credo conti molto anche l'affezione profonda per certa letteratura d'oltreoceano: gli scrittori americani sono ad esempio inarrivabili nel concepire il paesaggio come un perfetto contraltare dell'interiorità dei personaggi; loro hanno la "wilderness" con cui confrontarsi, la natura selvaggia che è al tempo stesso nemico da combattere ma anche Grande Madre, e io ho imparato tanto da Faulkner e consimili. Senonché poi, vivaddio, ho avuto modo di filtrare quel genere di insegnamenti attraverso la tradizione - altrettanto sublime - delle grandi penne meridionali: Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Stefano 'Arrigo ma non dimenticherei la straziante, dolente estasi lirica di un poeta salentino che resta un faro per tutti i nuovi narratori che vengono dalla Puglia, parlo di Vittorio Bodini.

Max: William Faulkner da una parte, Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo dall’altra. Sulle tue pagine come convivono queste due eredità? Ti senti più attratto dalla densità lirica o dalla precisione morale del racconto? E poi, a proposito di etichette, più che il western, spesso associato alla tua scrittura, quando ti leggo mi viene da pensare all’hard boiled, a quella tensione secca e notturna. Ti ci ritrovi? Non ti sembra un paradosso, vista la "solarità" della Puglia?

Omar: La questione della convivenza è argomento assai ampio e articolato, che credo attenga alla formazione ma anche alla sensibilità di un autore. Io ho scoperto la grande letteratura a stelle e strisce quasi per reazione, per ripudio verso quella nostrana, ma poi attraverso Faulkner (e successivamente anche Flannery O'Connor, John Steinbeck, Truman Capote, ...) sono ritornato alle nostre penne, scoprendo che la scuola mi aveva fatto odiare capolavori inarrivabili, esperimenti linguistici ancora oggi seminali - penso ai veristi, alle intuizioni di Manzoni - e quindi nel calderone delle mie influenze ci metto davvero di tutto.
Volendo legarsi alla questione del "genere" è per me un punto di rilevanza in fondo minima, se penso ad esempio che Capuana, amico di Verga, fu tra i primi a scrivere di vampiri, oppure basti pensare al fatto che tutti i grandissimi a un certo punto si siano cimentati con un western o un horror o un romanzo di fantascienza (Cormac McCarthy, Saramago, Vonnegut, per dire, ma anche Philip K. Dick e lo stesso Faulkner, che decise con Santuario di scrivere un "giallo" alla sua maniera) perché non è importante la gabbia stilistica entro la quale uno scrittore lavora ma, naturalmente, la ragione per cui lo fa. Io non disdegno il genere (anche l'hard-boiled, certo, James Cain per me è stato un gigante) e anzi ne abbraccio sovente i cliché, perché ciò che voglio, prima ancora che parlare di Sud e marginalità, è fare una riflessione sul Male. Un Male che nella mia opera si srotola nel Meridione, va da sé, ma cui mi sforzo sempre di dare connotati universali.

Max: Hai detto che, prima ancora di parlare di Sud e marginalità, vuoi fare una riflessione sul Male in chiave universale. Quando lo racconti, quali scelte di lingua e di sguardo adotti per farlo emergere senza trasformare il Meridione nero e diruto in una “cartolina rovesciata”? È un equilibrio difficile e, a mio avviso, uno degli aspetti più intriganti dei tuoi romanzi.

Omar: Non saprei dire se le mie scelte prospettiche siano tutte propriamente consapevoli. Di sicuro padroneggio alcuni strumenti che ho fatto miei, e che sento miei, da anni: un certo ritmo, una determinata lingua, un impianto barocco che non si perita di andare a pescare nei più smaccati anacronismi lessicali. E poi il passo biblico, epico, quel “battito” che è caro, per l’appunto, a tanta letteratura americana, ma sempre mediato dall’ironia tutta nostrana, latina, meridionale. Quando mi chiedono un’immagine che rappresenti il mio sforzo, scherzando rispondo sempre che le mie storie sono «un film dei fratelli Coen girato da Monicelli». In realtà una sintesi siffatta ce l’abbiamo già, e ai massimi livelli: si chiama Sergio Leone, il genio che prendeva il mito e lo rivestiva del lercio sberleffo dei popoli mediterranei. E torna il western, come vedi: si finisce sempre lì.
Infine, riguardo alla “cartolina rovesciata”, mi sento di poter affermare che, piaccia o meno il mio lavoro, ciò che perseguo da ormai più di due decenni è la costruzione di storie che sappiano interrogare l’invisibile: attraverso il piccolo fazzoletto di terra della provincia in cui vivo, quello che sondo - o meglio, che cerco di sondare sempre più a fondo - sono dinamiche che vanno oltre le mere coordinate, sia geografiche che umane. Parlo di Sud, ma voglio parlare di uomini: dei Sud e dei Nord che albergano nelle nostre anime.

Max: Ti ho fatto alcune domande sul percorso che ti ha portato fin qui. Ora ho un quesito sul tuo futuro: cosa hai in cantiere? Senza spoiler e senza metterti nei guai con nessuno, a che punto sei, e che direzione sta prendendo il prossimo lavoro?

Omar: Dopo l'esperimento horror-storico di In principio era la Bestia ho avuto la necessità di tornare alle origini, ai personaggi del mio esordio - Uomini e cani - e quindi ad aprile sta per uscire Il Santo degli assetati per le edizioni NN, ambientato proprio qualche anno prima di quella vicenda. Ma la storia che racconto, pur srotolata - come in fondo buona parte della mia produzione - nella fittizia località balneare di Torre Languorina da cui tutto è partito, deraglia poi verso lidi autonomi, con personaggi nuovi e altri (con ruoli secondari) che invece provengono direttamente dal mio primo libro: comparsate che sono al tempo stesso degli "easter egg" ma anche la conferma e il consolidamento di un mio personale mondo poetico (in realtà già in Brucia l'aria andavo a pescare alcuni di quei personaggi, ma li facevo ritrovare al lettore invecchiati - male - e quasi irriconoscibili. In questo nuovo lavoro, che la casa editrice ha definito con mia grande soddisfazione "un libro indiavolato", si respirano atmosfere molto vicine a ciò che mi ha portato a scrivere. Ma, è questa è una chicca che confesso a te per primo, ho quasi ultimato un ulteriore nuovo inedito, che manderemo in stampa - apocalissi permettendo - l'anno prossimo.

Max: A proposito di "libri indiavolati", il Maligno è uno dei temi ricorrenti su questo sito. Ne approfitto per chiederti se hai un autore, un libro che ti senti di consigliare ai nostri lettori e che ritieni dimenticato e da riscoprire.

Omar: Ce ne sarebbero a iosa, anche tra i nuovi, penne di livello che il mercato - con il numero di lettori in perenne calo e la crisi editoriale che è un un malessere devastante per l'industria culturale - per una ragione o per l'altra non premia. Mi sento di fare due nomi, uno americano: Erskine Caldwell, un gigante che ha saputo raccontare il Sud degli Stati Uniti in maniera unica, aprendo strade che hanno fatto la fortuna di generazioni di letterati (ma anche cineasti, penso a Tarantino); e poi un italiano, che è per certi versi l'apripista di tutti noi scrittori "epici e arrabbiati", parlo di Vincenzo Pardini, un vero cowboy della Garfagnana che racconta di uomini forgiati dalla fatica, di mule scomparse, di avvoltoi grandi come tori alati e di violenza delle piogge come un McCarthy in salsa toscana. Il mio west con Pieraccioni è tratto da un suo romanzo, peccato fosse un film sbagliato. 

Max: Grazie mille dei consigli e del tempo che mi hai dedicato. Vorrei chiudere con un finale aperto: «Hai detto che scrivi per “interrogare l’invisibile”. Se dovessi lasciare ai lettori una sola domanda da portarsi dietro, quale vorresti che fosse?»

Omar: La sola domanda di cui non posso fare a meno, sia come lettore che come scrittore, è: «Cosa mi sta dicendo davvero?». Penso sia un quesito valido per ogni singolo accadimento della nostra vita.

Scheda del libro

  • Titolo: Troppo sud
  • Sottotitolo: Cartoline da un Paradiso cadente
  • Autore: Omar Di Monopoli
  • Pagine: 144
  • Editore: Low Edizioni
  • Anno: 2025
  • Anobii: scheda del libro

Libri per genere: