Pubblicato in Francia nel 1964 con il titolo Toi, ma nuit, il romanzo sulla copertina dell'edizione italiana in mio possesso ha una fascetta d'angolo che lo etichetta come "fantascienza erotica". Faccio altrettanto anche qui, pur ritenendola una definizione parziale. L'ambientazione è futuristica, ma la fantascienza è poco più che un pretesto che consente a Sternberg di parlare d'altro. Tutti i suoi libri sono di difficile catalogazione, cosa che nel nostro paese piace poco e che ha contribuito a tenerlo un po' nell'ombra. Eppure è stato una figura tutt'altro che marginale: scrittore belga di origine ebraica, nato ad Anversa nel 1923 e morto a Parigi nel 2006, fu tra i fondatori del Movimento Panico insieme a Fernando Arrabal, Roland Topor e Alejandro Jodorowsky, un collettivo che mescolava surrealismo, grottesco e umorismo nero in aperta rottura con le convenzioni culturali del tempo. Un autore sottotraccia, insomma, come spesso capita a chi non si lascia inquadrare: secondo Il Libraio, il suo nome viene sistematicamente omesso quando si ricostruisce quella vicenda1. Del resto, lo stesso Sternberg non si faceva illusioni: in una nota autobiografica scrisse che quasi tutti i suoi libri avevano fatto il loro cammino nell'ombra, con una stampa ridotta a poche vaghe note, aggiungendo di aver scritto quello che voleva pur restando un fallito sul piano sociale. Questa premessa mi era necessaria, perché Michelle, una notte andava inquadrato per capirlo meglio. E apprezzarlo.
La storia è semplice, quasi elementare. In una società del futuro prossimo, dopo una grande guerra mondiale, compare un libro che, come il Mein Kampf e Il Capitale, cambia ogni cosa. Il sesso è la nostra spada: questo il suo titolo, che sostiene come la felicità stia in un punto preciso, il sesso. Né più in basso, né più in alto. La prima parte del romanzo inquadra la cosa sul piano pratico e sociale, con lunghe dissertazioni legate all'atto sessuale e al ruolo della donna. Un ruolo che, in questa società distopica, è insieme centrale e svilito: elevata a oggetto di culto, dispensatrice di piacere e felicità, ma proprio per questo ridotta a mera funzione. Non un soggetto, ma uno strumento. È questa, probabilmente, la parte più debole del libro: le dissertazioni si allungano, il ritmo rallenta, e l'autore indugia più del necessario. Ma è anche una parte necessaria, perché senza di essa il resto non avrebbe lo stesso peso.
Vale la pena ricordare che siamo nel 1964, in un momento in cui la rivoluzione sessuale è ancora di là da venire e il femminismo di seconda ondata sta appena muovendo i primi passi. Lo sguardo di Sternberg è disincantato: la liberazione sessuale che immagina non porta con sé emancipazione femminile, ma una nuova forma di oggettificazione, più sottile e difficile da nominare. La donna è libera di fare sesso, ma non di rifiutarlo. Anticipando di qualche anno i dibattiti che esploderanno nel Sessantotto e oltre, mette il dito su una contraddizione che la storia avrebbe poi reso evidente. Visto con gli occhi di oggi, tutto questo può far sorridere: la società sessualizzata che immagina ha qualcosa di grottesco e datato, e certe dissertazioni reggono poco la distanza di sessant'anni. Fa eccezione la parte dedicata a Walt Disney, i cui grandi classici vengono riletti in chiave sessuale: è memorabile, oltre che anticipatoria. Certe suggestioni saranno davvero riprese in ambito pornografico, decenni dopo. Ma il sorriso si ferma presto, perché la contraddizione che descrive non è affatto risolta. La donna libera di fare sesso ma non di rifiutarlo è una figura che il presente conosce ancora bene.
È in questo contesto che si muove il protagonista, un pubblicitario stanco, fino a quando nella sua vita irrompe Michelle: una donna che, a differenza delle altre, si sottrae, non partecipa, resiste senza spiegazioni. In un mondo che ha fatto del consenso universale la propria religione, questo rifiuto diventa qualcosa di inaudito, un'ossessione totale. La trama segue la sua deriva: il tentativo ostinato e goffo di conquistarla, l'incapacità di pensare ad altro, la realtà che sfuma ai margini. Michelle resta sullo sfondo, sfuggente per definizione, più un'assenza che un personaggio. È proprio questo il punto. Al netto della distopia e dello stratagemma fantascientifico, il romanzo dice due cose semplicissime e ancora vere: in amore vince chi si sottrae; le cose più desiderate sono quelle irraggiungibili. Sono dinamiche antiche, e Sternberg le racconta con la lucidità un po' amara di chi sa che non cambierà. Lo dice esplicitamente a un certo punto, paragonando Michelle a un vampiro, non nel senso gotico del termine, ma in quello più sottile: lei si nutre dell'ossessione altrui senza concedere nulla, lascia il protagonista svuotato e incapace di distaccarsi. È un'immagine antica, e funziona ancora perché coglie qualcosa di vero su certi tipi di attrazione: più l'altro è inaccessibile, più diventa necessario.
Il finale non scioglie nulla, e non potrebbe farlo. Anzi, amplifica il dubbio: Michelle non è mai del tutto spiegata, e le ultime pagine lasciano aperta la possibilità che sia qualcosa di davvero diverso, qualcosa che sfugge non solo al protagonista ma alla logica stessa del romanzo. È un libro imperfetto, con qualche eccesso e qualche pagina di troppo. Ma ha una sua onestà, e una sua persistenza, che fanno perdonare tutto il resto. Difficile da dimenticare, come certi incontri.
