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Le Papesse di carta, parte II: materia obscura

Le Papesse di carta, parte II: materia obscura

Proseguo la disanima dedicata ai racconti erotici da edicola, iniziata qualche settimana fa con la prima parte. L'auspicio è di non urtare la sensibilità di nessuno. Come consuetudine, questo sito ha l'obiettivo di scavare e riportare a galla quanto finito nell'oblio, ma che a nostro avviso merita almeno una traccia, ad uso futuro... ;)

I racconti erotici illustrati extra della Romana edizioni periodici, direttore Anton Mario Macchi, anno 1, n. 1, 25 dicembre 1973, Attenzione alle semivergini si apre con uno scorcio pasoliniano: qualche strada anonima, radure, interni dall’arredo minimale. Attenzione alle semivergini vede un aitante dottor Biagio Cartoni (su quella che sembra essere un’Alfa Romeo Giulia) aiutare due incaute (e discinte) giovinette di borgata (così sono definite dal testo che accompagna le fotografie in bianco e nero e colori). Le ragazze hanno un piccolo incidente col loro motorino e il nostro si ferma per soccorrerle, solo che poi finisce per farsi irretire sessualmente nella boschetta ai margini della strada. Ecco, una materia narrativa minimale, una scena appena abbozzata e sufficiente per riempire le 32 pagine dell’albo. La struttura di questi fotoracconti era quasi sempre così: un incipit veloce e poi il momento (o i momenti) sessuali dilatati. Il testo e le fotografie dialogano tra loro, solo che la parte scritta può permettersi di infarcire il tutto con dettagli che le immagini non si permettono ancora di mostrare (siamo in una zona liminare, non ancora dichiaratamente pornografica, comunque più spinta rispetto alle riviste di qualche anno prima dei cineromanzi). Nei comportamenti, così come nel vestiario giovanile, tra il presunto dottore in camicetta jeans e jeans attillati e le ragazzine non vi è nessuna differenza.

Il richiamo esplicito del testo all’origine borgatara delle minori riporta subito a quanto stava andando dicendo in quegli anni Pier Paolo Pasolini. In un articolo del 10 giugno 1974 lo scrittore comincia a rimuginare sulla rivoluzione antropologica italiana, sull’omologazione “culturale” che riguarda tutta la popolazione, operai, borghesi, popolo. “Il contesto sociale è mutato nel senso che si è estremamente unificato. La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa. Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando”. Un gesticolare ansiogeno che Pasolini riconduce all’ansia del consumo, un’ansia di obbedienza. “Ognuno in Italia sente l’ansia degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli ha inconsciamente ricevuto”. Certo Pasolini avrebbe trovato queste pubblicazioni affini a una cultura di destra che in Italia non è mai stata capace di esprimere una grande cultura. Da queste pagine odorose di muffa esala una ridicola ferocia, una rozza e afasica nevrosi dei corpi. Saltiamo al n.6 del 29 gennaio ’74, “Toccami, senti come scotta!”, numero per buona parte incentrato sulle solitarie masturbazioni di una giovane brunetta (una modella che ricorre spesso in queste pubblicazioni). Il testo ci informa che siamo da qualche parte in un piccolo paesino di montagna (ma si tratta di un dettaglio inutile, visto che la vicenda è ambientata sempre in un interno) e che la giovane Costanza vive con la madre in una sorta di pensione per ricchi villeggianti.

Trascurando il proseguo della trama (con Costanza amorevolmente accudita da una coppia annoiata di pensionanti), nelle prime pagine dell’albo, la modella si masturba su una stuoia di canne e una tovaglia a quadretti. Il particolare interessante è l’ausilio di un mazzo di fiori rossi di plastica con cui si ricopre il ventre. Più avanti la coppia di villeggianti la sodomizzerà con delle candele accese. I fiori, così come questi oggetti surrealisticamente usati per titillare il sesso, tornano spesso in queste pubblicazioni. La massa intricata di piccoli fiorellini rossi con cui Costanza si massaggia e ricopre la vulva, i particolari fotografici delle sue mani che si artigliano la vulva nera e pelosa, le dita che affondano brulicanti nel lume vaginale, e ancora le mani che strizzano i seni burrosi e generosi, con la modella offerta agli occhi dei lettori, distesa supina, le gambe divaricate in una posa che assomiglia già a quella dei corpi smembrati della cronaca nera di allora. C’è (involontariamente?) una stretta continuità tra questi corpi sghignazzanti e aggrovigliati e l’osceno scalpiccio di un cadavere? Queste fotografie, questi dettagli dei corpi femminili vanno ad allargare un voyeurismo già presente nella storia fotografica della nera di allora: i corpi dei bambini macellati da Rina Fort, il corpicino nel pozzo di Anna Maria Bracci (e qui abbiamo una figura già maniacale come quella di Lionello Egidi, il biondino di Primavalle), il feticismo dei piedi sporchi di Wilma Montesi e la girandola di una Roma notturna fatta di festini, droga e orge; ancora l’orrore del piccolo Lavorini e lo scandalo annesso della prostituzione minorile livornese, la strage Casati Stampa (grandi consumatori di pornografia cartacea), fino al riemergere dalle acque di Genova del corpo di Milena Sutter, o quello straziato di coltellate di Simonetta Ferrero nella Cattolica di Milano. Per citare Clinton T. Duffy (Sesso e crimine, Immordino editore 1970): “Il sesso è la causa di quasi tutti i delitti, la forza dominante che guida quasi tutti i criminali”.

Andiamo avanti. Numero 7 del 5 febbraio ’74. Titolo raffinatissimo La tua cara baldracca, in seconda di copertina, come di consueto, una sorta di presentazione sociologica per inquadrare l’albo: “Il matrimonio, la vita coniugale, è ancora il sogno, l’aspirazione ultima di molte ragazze. Di molte ragazze allevate nell’ignoranza, educate nella falsità e nell’ipocrisia”. Non a caso il numero si apre con una giovane coppia che amoreggia in auto, lei che si scopre il pube, esibizione della vulva, i peli, la ragazza che si china sul ragazzo rimasto in slip. Eccoci di nuovo qui, arrivati a quel medesimo capolinea metafisico a cui sembrano portare tutte queste riviste. L’auto, la coppietta appartata in un non luogo (questa volta i vetri sono quasi oscurati, probabilmente gli scatti sono stati fatti in un interno, infatti nelle scene successive la coppia è già al sicuro tra le quattro mura di casa, tra lenzuola a fiorellini azzurri, spartane credenze, alcuni quadri raffiguranti delle nature morte indefinite, divani imbottiti, dei fiori di plastica blu su un mobiletto) che si vuol far credere ai margini di qualche città italiana di allora. Nella finzione narrativa la ragazza, Natalia, dopo il matrimonio col bel giovane, finisce schiavizzata tra le mura di casa, brutalizzata dal marito (non manca un’ironica citazione al burro di Ultimo tango a Parigi) e costretta a prostituirsi col presidente della società in cui lui lavora. Nell’ultima immagine, quasi gotica per via di un candelabro in primo piano, la vediamo in primo piano mentre lascia un laconico biglietto e si allontana dalla prigionia dell’appartamento. Altri amori nella cabina di un camion tra una bella autostoppista e un giovane camionista in camicia e pantaloni jeans li troviamo nel numero 11 del 5 marzo ’74. La cromia di queste foto è identica a quella delle cartoline di allora, tanto da farmi immaginare che questi appartamenti siano incastonati in quei tableaux di cemento scintillante, strade anonime, incroci, condotti, sopraelevate. Vi è una segreta corrispondenza tra i colori saturi di queste riviste e il paesaggio di cemento venuto su nell’Italia del boom, tra consumismo, notai, dentisti, arrampicatori e vitelloni di periferia, tutti ammassati in un paesaggio futuribile e mirabolante sotto il quale si nascondono tane, tuguri, scantinati e incubi di promiscuità e sudiciume.

Le case di queste riviste sono sospese su un paesaggio spettrale di parallelepipedi a perdita d’occhio abitati da una rozza genia di alieni e alienati chiamati Salvatore Vinci, Giovanni Mele, Francesco Vinci, Pietro Pacciani, Mario Vanni, Pietro Mucciarini... Dentro questi interni paranoidi si nascondono le paure del maschio di fronte alla crescente consapevolezza femminile di quegli anni; le ragazze italiane lottano per il divorzio, l’aborto, la pillola anticoncezionale, assaporano il ventaglio di possibili nuovi mestieri che alimentano l’ambizione di sfuggire a ruoli sociali e lavorativi precostituiti per loro. Come scrive Silvia Salvatici (L’Italia del Novecento, Le fotografie e la Storia, vol II, Einaudi 2006) “la concentrazione degli sguardi sulle due ragazze che indossano la minigonna in piazza di Spagna restituisce invece l’intensità della provocazione potenzialmente contenuta nella scelta dell’abbigliamento, e offre un esempio di come la costruzione di una fisionomia dell’essere giovani giocata sui consumi possa spingersi sul terreno della trasgressione, attraverso l’esibizione di oggetti che acquistano un significato di “dissidenza” rispetto al modello della gioventù “normale”. In realtà queste riviste pornografiche sono un incubatoio di una misoginia che, nel presentarsi sotto le mentite spoglie di pubblicazioni di rottura delle ipocrisie borghesi, rappresenta una donna modernizzata ma arcaicamente puttana, bisognosa - ragazzina o duchessa che sia - di essere strappata ai velleitarismi rivoluzionari e ricondotta all’interno di un perimetro di sudditanza. Ecco allora il n. 14 del 26 marzo ’74 “portano alla luce frammenti occasionali d’un mondo sotterraneo: quello delle case “squillo” di gran lusso, popolate – anziché dalle solite professioniste – da ambiziose attricette, da scontente madri di famiglia e da irrequiete studentesse della società “bene”… Un’irruzione della polizia, più o meno casuale, ed ecco padri sconvolti che si precipitano in questura alla ricerca delle loro “bambine”, severi mariti”. Sembra già di essere dentro a molte pellicole di quegli anni, lo scandalo pruriginoso di belle studentesse benestanti che si prostituiscono con uomini di mezza età, disperati o benestanti. 30 luglio 1974, Tra moglie e marito, da qualche parte in un luogo di villeggiatura imprecisato una bella donna, Eva, adesca in un cinema a luci rosse un gigolò e se lo porta nella pensione. Il marito Adolfo, pederasta impotente, non fa una piega e si limita a guardare le alchimie del ventre della moglie.

Segnatevelo: luglio ’74. Altri echi si attorcigliano alla sinuosità della parola: il marito impotente, ridotto a un pallido burattino afflosciato, nudo come un verme, ai margini del letto con una bambola tra le gambe a consolarlo. Mi ricorda altre situazioni, altri nomi, sempre quelli: Stefano Mele, Antonio Lo Bianco, Barbara Locci, i fratelli Vinci. Andiamo avanti ancora un pochino prima di farci acchiappare dai fantasmi. 13 agosto ’74 “La stanza della vedova”. Nella realtà di quell’agosto due ragazzi di allora trascorrono le vacanze a Rimini. Stanno insieme, forse si sono lasciati, ognuno vive le sue storie passeggere, amori estivi con altri partners. Poi però tornano una coppia. Intanto I racconti erotici illustrati cambiano appena il titolo di copertina, a cui aggiungono uno strillo con scritto “nuova serie”; cambiano anche le edizioni, ora del Capricorno, sempre con sede in via Mauro Macchi a Milano. Pure il direttore è cambiato, tale Stefano Surace. Probabilmente questi editori devono cambiare velocemente pelle, aprire e chiudere bottega, muovendosi in un limbo tra legalità e illegalità, alternando direttori responsabili per distribuire i mesi di condizionale a seconda delle denunce.

Comunque il n. 27 di quell’agosto torna ad avvitarsi sulle perversioni di un commerciante di abbigliamento intimo femminile, feticista che costringe le sue partner a indossare catene e cinghie di cuoio alle caviglie e ai polsi. I numeri 19 e 20 del 3 settembre e 10 settembre ’74 raccontano una storia divisa in due parti, Diario di un sessuologo, sorta di trascrizione di una seduta psicanalitica incentrata su una coppia in crisi. L’impotenza è ancora una volta il fantasma di fondo del marito, traumatizzato da un primo rapporto con una prostituta e dal peso della figura materna, il cui unico insegnamento è stato un laconico: “Non lasciarti toccare dalle donne, perché potrebbero attaccarti brutte malattie”. 10 settembre ’74. Il 14 settembre i due giovani di cui parlavo poco fa sono tornati assieme. Ve lo racconto ancora una volta, forse l’ultima: si trovano appartati in una sterrata nei pressi di Borgo San Lorenzo. Il luogo si chiama le Fontanine di Rabatta. Campi di granturco, filari di vite, erba bagnata. È notte. I ragazzi si spogliano, poi qualcuno li sorprende mandando in frantumi il vetro anteriore sinistro con dei colpi di pistola. Nei minuti successivi, quel che seguirà sarà un massacro impressionante. Qualcosa che allora, forse, si poteva vedere solo in un film thrilling di Dario Argento. Anzi nemmeno lì. Gli assassini di Argento sono, a loro modo, degli emarginati in lotta contro un sistema oppressivo (la famiglia, oltre che una certa società ipocrita), dei vinti a cui non resta altro che l’omicidio per riscattare ciò che rimane di loro. Qui, alle Fontanine si consuma qualcosa di completamente diverso, qualcosa che potrebbe anche aver trovato linfa da queste pubblicazioni e da tante altre cose. L’omicida uccide il ragazzo con la pistola, poi pugnala con violenza feroce la giovane al torace e al cuore. Dopo la trascina giù dalla Fiat 127 blu notte, la adagia supina dietro l’auto con le braccia a croce e le gambe divaricate, le toglie le mutandine insanguinate e infine la colpisce per 96 volte, quasi a voler disegnare degli strani arabeschi sulla pelle. In quei segni astratti, in quella bufera di gemiti e sospiri vi è la genesi del mostro di Firenze, di qualcosa di oscuro che non ha più attinenza con quanto si era visto fino ad allora, nella finzione come nella realtà. In quel tempo notturno, un blocco di gelatina, la mano omicida incide sulla pelle il suo macabro soliloquio. In quei segni alcuni ci vedranno figure geometriche, altri roselline, fiori. Alla fine, come scempio ulteriore, le infilerà un tralcio di vite nella vagina. Alcuni giorni dopo il delitto un quotidiano parlerà di una fantomatica rivista (che io sappia ad oggi nessuno l’ha ritrovata), un fotoromanzo porno che avrebbe ispirato il massacro.

Nel fotoracconto si parla di una giovane denudata, violentata con un frustino e colpita con un coltello in parti non vitali. Anni dopo un brillante mostrologo nascosto sotto lo pseudonimo di De Gothia si sarebbe interessato a lungo alle possibili fonti di ispirazione di quei delitti. Una sorta di macabra influenza tra la realtà e la fantasia. La vicenda del mostro, neanche a farlo apposta, sembra costellata per forza di foto-romanzi porno, di pornografia a buon mercato, o colte citazioni sadiche e perverse. Tutto in quella storia sembra condividere il medesimo humus di queste riviste. Leggere le date in cui questi volumi uscivano nelle edicole fa venire un lungo brivido lungo la schiena. Che il mostro leggesse queste riviste? Poteva trarne ispirazione? Potevano compensarne le pulsioni? Quella notte del ’74 è come se tracciasse una linea di demarcazione tra la cronaca nera di prima (già parecchio brutta) e quel che sarebbe venuto dopo. In quel delitto, in quelle gambe divaricate, in quello scempio del corpo e del viso di Stefania (Stefania, dolce Stefania Pettini, i tuoi 18 anni, il tuo carattere di giovane donna moderna cresciuta nel mito della resistenza partigiana, desiderosa di affermare la tua indipendenza e autonomia…) affiora un urlo impotente, una sofferenza psichica che pare farsi liquida e che ancora oggi arriva fino a noi come un eco di morte. Dopo quella notte di novilunio del 14 settembre, anche I racconti erotici illustrati scivolano via verso la pornografia, come se si fosse rotto qualcosa che non si può più aggiustare.

Gli atti sessuali son sempre meno simulati, in certi scatti è possibile scorgere la penetrazione, in altri la si maschera con delle pecette nere sopra la vulva o i peni; pecette che somigliano a dei buchi neri, a delle lacerazioni o strappi inquietanti. Non manca un campionario di falli finti surrealisticamente coperti di occhi, sadomasochismi vari, travestitismo, frigidezza, autolesionismo, amanti del pissing, fino al n. 14 del gennaio ’75, “Necromania”, allucinante racconto (spacciato per vero) di un giovane studente di medicina affascinato in modo morboso dai cadaveri, dall’occulto desiderio di poter scomporre il corpo femminile in filamenti nervosi, alla ricerca negli strati epidermici dei più segreti recessi dell’animo umano. Il nostro ha i primi contatti nell’obitorio dell’ospedale coi cadaveri femminili (e qui il testo ha momenti letterari di rara finezza, ad esempio la definizione precisa dello sguardo di una bella morta, definito come “un occhio color del sonno”), poi lascia la sua vecchia vita, cambia città e appartamento, cerca nuovi giri di conoscenze e si abbandona a strane orge in cui le sue partner si fingono stupende fanciulle morte. Numero tra i più inquietanti, sottolineato dalle fotografie del giovane mentre lava, pulisce e poi bacia nelle intimità il corpo di una giovane morta (la modella ha un trucco rosso/nero a cingerle gli occhi).

Certo quegli occhi color del sonno, le pose dei corpi, adagiati e disposti dalle voglie e dai fantasmi sessuali del necrofilo, tutto rimanda alle pose dei corpi delle vittime del mostro di Firenze o di altri mostri a venire. Nei casi del maniaco fiorentino (almeno in alcuni) si assiste a una sorta di messa in scena delle ragazze (le braccia sollevate sopra la testa, le gambe divaricate, la mutilazione del pube, annerita come la pecetta sulla rivista a coprire la voragine votiva), manichini plastici offerti allo sguardo di un amante invisibile; il corpo di Stefania Pettini nel ’74 ha coltellate simili a chiazze ovoidali di coloritura nerastra, si direbbero bombe lanciate su una città sfasciata, ridotta a maceria. Tra questi corridoi segreti della pornografia e i corpi della morgue vi è un sottile legame; le modelle hanno una bellezza ambigua, sovrapponibile a quella minacciosa, perché basata sull’assenza di vita di un cadavere. Quali geroglifici d’astri, quali simbologie di guarigione ha cercato su quelle ragazze il maniaco fiorentino? Scorrendo i numeri (altra rivista uscita tra il ’74 e i primi mesi del ’75) de Le fotonovelle da letto (Edizioni Studiopress Milano, gli stessi che buttano fuori le Confessioni erotiche illustrate, Donne in amore, Passioni perverse, Intimità erotiche, Lesbo racconta, Sexviolenti)  ritrovo la medesima  sequenza di situazioni ambigue: ammucchiate, tradimenti, stupri selvaggi, scambi di coppie, lesbismo, sonnambulismo, coppiette appartate, corpi compressi dentro quelle Fiat 127, Fiat Ritmo, 147. I servizi sono quasi sempre in interni, arredi spartani che si riciclano di collana in collana, da numero a numero (anche se qui, per via del formato più grande, è possibile godere maggiormente certi dettagli, ad esempio i soliti quadri con delle nature morte, fiori, vasi, rose dalle tinte delicate degne d’un Gustavo Rol e ancora credenze, specchiere ovoidali e figure femminili con stivali di pelle al ginocchio che paiono doppi astrali di una qualche Lina Romay pornosadica), in una sorta di work in progress senza soluzione di continuità (così come i modelli, tutte facce sconosciute utilizzati e riutilizzati). Tra pile di musicassette e libri dalle coste sfuocate, mi è stato possibile scorgere in bella vista una copia del settimanale Oggi, segno che con buona probabilità questi servizi venivano confezionati (anche?) in Italia.

Il n. 2 delle Fotonovelle da letto del 5/8/’74 intitolato Le indemoniate di Saffo presenta una vicenda dai contorni gotici. Un magismo da edicola, una giovane invaghita di un’altra giovane, il tabù sul lesbismo, il bisogno feroce di rivolgersi ad una vecchia fattucchiera con le sue bamboline, gli spilli, pupazzi informi, evocazioni demoniache e gli elisir magici. Anche qui la vulva, i peli sono in primo piano, veri protagonisti della fosca vicenda di morte. La ragazza desiderata appare già adagiata su una trapunta floreale, addormentata in sottoveste, gli occhi semichiusi, la bocca aperta, le gambe semi aperte a scoprire le spighe luminose dei peli. Nel finale, tra apparizioni di fantasmi velati, la giovane finirà mutilata dagli spilloni della maga, ancora ricoperta di sangue e fiori cosparsi sul corpo di celluloide, screpolature coagulate, filamenti di medusa. La carne straziata, le vulve in calore di queste riviste rivelano la medesima formula mostruosa di quella notte del 14 settembre ’74 e di quelle che sarebbero venute: un fremito di gelo polarizzato. E così, mentre le ammucchiate selvagge proseguono tra gli aculei dritti dei seni e gli uccelli bicefali, fuori, nelle strade, nelle piazze scorrono chilometri di bandiere e striscioni, grandi raduni, il tamburo della città e della fabbrica, una musica ancora capace di catalizzare le energie di una identità collettiva che storte alchimie avrebbero presto spento. L’onice, d’un nero intenso di queste vulve, è ciò che rimane come filo tenue del discorso, una brina impregnata d’ossidiana, una stele votiva, mezzo cerchio irregolare che nella propria nitidezza rappresenta il nulla in cui finiremo, scrittura alfabeto insondabile da sbrogliare, materia obscura di quelle eterne allegorie fiorentine.

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