Vorrei ora tornare su una di quelle pubblicazioni, quella edita da Renzo Barbieri e dedicata alle gesta della vampira ninfomane Zora. Si tratta di un fumetto già ampiamente studiato e su cui, come accennavo, esiste ampia documentazione. Tra le altre cose, il suo ideatore fu Giuseppe Pederiali, del quale il nostro Max Boschini si è ampiamente occupato in passato, parlandoci di Venivano dalle stelle, Povero assassino e Le città del diluvio. Perché allora insistere? Per feticismo, piacere personale, certo. Non riprendo il discorso dai fumetti horror americano degli EC Comics o da quelli della Warren (per questo rimanderei a un bel libro di Davide Barzi sul fumetto horror erotico italiano, Colpo d’osceno, Cut-up 2023): mi limito a estrapolare da Barzi alcuni dati generali sugli anni Sessanta nostrani, ad esempio l’importanza del 1969 e l’uscita nelle edicole del primo Oscar Mondadori dedicato alle traduzioni di quei fumetti antologici tratti da materiali delle riviste Creepy ed Eerie. Sempre nel ’69 esce il primo numero della serie italiana di Terror - in uno splendido formato gigante - e quasi in contemporanea del primo numero della raffinatissima rivista di genere Horror (edita da Gino Sansoni e curata da gente del calibro di Pier Carpi ed Alfredo Castelli).
I fumetti e le collane edite da Barbieri e Cavedon (prima assieme, poi separati) vedranno al lavoro disegnatori che segneranno l’immaginario a fumetti degli ultimi cinquant’anni: Giuseppe Montanari, Leone Cimpellin, Leone Frollo, Ernesto Grassani, Ferdinando Tacconi, fino a Birago Balzano, autore di buona parte degli albi dedicati a Zora. Zora, appunto. Un fumetto dedicato alle gesta di una vampira. Non era la prima volta per Barbieri. Col socio Cavedon aveva editato nel ’69 la fortunata serie di Jacula, altra giovane e prosperosa non morta assetata di sangue e sesso. Col divorzio dal socio, Barbieri si ritrova, tra il ’71 e il ’72, a ricreare da zero un intero catalogo editoriale, pubblicando con la sua Edifumetto altre serie fortunate come Playcolt, Lando, Wallestein e appunto Zora la vampira (in totale 288 albi dal settembre del 1972 alla metà degli anni ’80, senza contare i revival di fine anni ’90 o i progetti curati dalla Vintagerotika nel 2018).
Zora fa il suo esordio nelle edicole italiane nel ’72. Brevemente: com’era il paesaggio horror a quelle altezze? In particolare cosa si era visto sui vampiri? Franco Pezzini ha dedicato almeno due libri all’argomento, indagando le influenze che il cinema nero della Universal prima e quello della Hammer (poi) hanno avuto sul nostro paese. L’ingessato e teatrale Bela Lugosi, il composto e mesmerico Chris Lee, fino al fascino degenerato delle riletture irrispettose operate da registi come Jess Franco e Paul Morrisey. Il mito di Dracula è stato declinato in ogni maniera, attratto persino nell’orbita del cinema selvaggio e sperimentale di allora (penso a Franco Brocani, Tonino De Bernardi e Paolo Menzio) o riletto in chiave capitalistica (Corrado Farina col bellissimo Hanno cambiato faccia). E le vampire? Anche qui ci viene in soccorso Pezzini con un volume edito nel 2005 da Castelvecchi. Dalle proto-vampire della Grecia e dell’Oriente, dalle lamie alla figura di Lilith, la vampira così come la conosciamo comincia ad essere plasmata da scrittori come Ernst T. Hoffmann (Vampyrismus), Gogol (Il Vij), fino al prototipo di Carmilla di Le Fanu. Dopo ci sarebbero stati contributi importanti di autori come Gustav Meyrink, Mircea Eliade, fino alle pagine esagitate dei pulp magazine tipo Weird Tales.
Sul fumetto di Zora hanno avuto sicuramente un enorme peso le pellicole prodotte dalla casa inglese della Hammer, penso in particolare a film come The Vampire Lovers, dove la carica erotica della figura femminile vampirizzata sostituisce e cancella quella del conte aristocratico e si impone nell’immaginario di un pubblico affamato di film capaci di alzare sempre più l’asticella del lecito e del mostrabile. La vampira della Hammer anticipa le esasperazioni dei film di Jess Franco, dove pulsioni erotiche, feticismi, lesbismo e parafilie varie sono ormai incontenibili. Diverso l’esempio di un regista come Jean Rollin, forse più legato a un immaginario letterario, a una mescolanza colta tra alto e basso, tra fumetti e rivoluzione surrealista, dove il vampirismo sembra spesso coniugarsi a una dimensione onirica, poetica e puramente fantastica. Queste riletture fortemente erotizzate del mito della vampira hanno caratterizzato la produzione cinematografica tra il ’69 e il ’72, anticipando e fornendo materiale per un fumetto come Zora, costruito su misura di quelle pellicole. Oltre all’erotismo, Zora pesca a piene mani in quel calderone di irrazionale e occulto che ha caratterizzato gli anni sessanta e una prima parte dei ’70. Pubblicazioni da edicola come I racconti di Dracula, dove in molti numeri si trovano narrazioni con al centro vicende di belle non morte a caccia di sesso e sangue, o i similari KKK e altre innumerevoli collane.
Oltre ai prodotti da edicola l’occulto traboccava nel cinema, nei libri, nei fotoromanzi, quasi a tratteggiare una vera Italia pulp che sconfessava il luogo comune di un paese mediterraneo allergico all’irrazionale e condizionato da una critica letteraria di matrice marxista e postmarxista che vedeva nei prodotti di massa una degenerazione educativa per le masse. Dicevo, un panorama variegato e fertile che andava dai fumetti disegnati da un genio assoluto come Magnus, alle pellicole nostrane che reinventavano l’horror di matrice inglese (le pellicole di Bava, Polselli, Margheriti, Freda, Caiano), fino ai fotoromanzi e i cineromanzi da edicola che ne riprendevano (e fissavano su carta) il sapore e le atmosfere; penso a una collana bellissima come quella di Malìa curata da Umberto Paolessi e dallo scrittore Giorgio Boschero, di cui usciranno 64 numeri tra il 1961 e il 1966. A complicare quel panorama i romanzi di Urania, i Gialli dello Schedario, I narratori americani del brivido, le antologie curate da Ornella Volta, il lavoro di scrittori che si muovono in una zona del crepuscolo, producendo una sintesi meravigliosa tra letteratura alta e bassa (Giovanni Arpino, Bernardino Zapponi, Pier Carpi, Emilio de Rossignoli, solo per citarne alcuni).
All’inizio degli anni settanta, come nota Roberto Curti, si respira già un’aria di necrocultura, “emerge tuttavia un’attenzione inconsueta nei confronti delle pratiche funerarie: bare, catafalchi, ceri, bracieri, solenni processioni funebri con feretri portati a spalla”. Un modo per rimarcare, prosegue Curti, un forte legame tra quell’Italia e la morte, tra un paese rapidamente convertito in potenza commerciale e capitalistica al cui interno permangono fratture ideologiche, contrapposizioni politiche, sogni rivoluzionari e arretratezza nelle provincie del sud o nei borghi contadini appenninici. Una arretratezza che sopravvive ancora e che trova nuove forme per restituire il suo sgomento e lo spaesamento di una classe sociale tagliata fuori dal progresso, e qui mi riferisco agli studi di gente come Ernesto De Martino, Carlo Ginzburg e Luciano Parinetto. Mi sono allontanato da Zora? A mio avviso, per capire bene quei prodotti culturali è necessario collocarli all’interno di un panorama culturale assai ricco e variegato come quello degli anni ’60 e ‘70. Quel che voglio dire è che tra quei fumetti, quel cinema, quei fotoromanzi, quei fotoracconti, tra il proliferare, passo dopo passo, dell’erotismo e poi della pornografia, tra quei romanzi da edicola e i prodotti più ricercati di certi scrittori illuminati, esistono innumerevoli legami e rimandi ancora poco studiati.
A scrivere quasi tutte le storie di Zora troviamo l’editore, scrittore, playboy Barbieri e il suo fido braccio destro Giuseppe Pederiali, prolifico sceneggiatore e scrittore che ha spaziato quasi in ogni genere. Zora nasce fin da subito come un remake di Jacula e si inserisce in un sotto filone horror vampiresco assai prolifico. Nel primo numero (conduco l’analisi avvalendomi di albi differenti, ristampe, originali, raccolte, muovendomi nell’arco temporale decennale della vampira senza seguire un interesse cronologico) ristampato di recente dall’editoriale Cosmo (con la curatela di Davide Barzi) vediamo il padre di Zora tornare da una spedizione scientifica dalla Transilvania. Siamo nel 1859, in un’Inghilterra meravigliosamente vittoriana, in cui la scienza e l’occulto si mescolano in modo inestricabile. Il professor Pabst è il classico gentiluomo con barbetta e pizzetto, bell’uomo all’apparenza integerrimo, dedito soltanto alla scienza. Nello specifico il luminare ha riportato in Inghilterra la tomba di Dracula, convinto di aver scoperto soltanto la mummia di un signorotto medievale di una sperduta regione dell’est europeo. In realtà il cadavere di Dracula è perfettamente conservato e si presenta con le sembianze assai simili a quelle del vampiro di Chris Lee. Zora è la bella figlia adolescente del professore. E qui subito le cose si complicano.
Il fumetto pocket di Barbieri è, in realtà, una parodia dei generi, in particolare dell’horror e dell’erotico. Tutto è spinto quasi subito al massimo, a far deflagrare le forme narrative. Zora è una giovinetta dalle voglie sessuali trattenute a fatica. Desidera sfogare le sue pulsioni, perdere la verginità, scoprire le meraviglie del sesso. Per questo la notte, eccitata dall’idea di avere in casa le spoglie del nobile conte transilvano, si masturba; mentre la giovinetta cede ai fantasmi della carne, il padre, l’integerrimo scienziato etnografo, la spia da un buco nel muro, eccitandosi alla vista del corpo di una figlia che vorrebbe possedere. Le carte sono già state calate: la cappa vittoriana a fare da sfondo, in teoria a reprimere le voglie sfrenate dei personaggi, una giovinetta ingenua che arde di desiderio, adulti pornomani camuffati da gentleman. Come un racconto epico della nostra modernità, il fumetto allude a un contesto storico reale riletto con un gusto fantastico, dove personaggi storici (Zora incontrerà tutti, persino Gesù bambino e un allora inedito Leone XIV) si mescolano a mostri e aberrazioni d’ogni genere. L’albo prosegue con Zora che bacia il vampiro addormentato, risvegliandolo. Dracula farà scempio dei Pabst, violenterà Zora e la renderà una vampira sua schiava. Il popolino londinese impiegherà poco a capire che un vampiro è a piede libero in città e si organizzerà con torce, fiaccolate e populismo sfrenato.
Dracula sarà uno dei primi personaggi ritornati nella saga a fumetti della vampira, comprimario relegato ad alleato, talvolta avversario, quasi sempre manichino iperdotato e mosso dalla sete di sangue quanto da quella di sesso. Tutti i personaggi che si affacciano sulla scena sono dei manichini esagerati e bidimensionali, doppi cartacei di una degenerazione del gotico che si avverte con forza anche sul grande schermo. Nel suo saggio sul gotico, riferendosi alle pellicole dei primi ’70, Roberto Curti parla di una poetica della decadenza fatta di corpi aggrovigliati, luci colorate e una sintassi sgrammaticata che sembra fare il verso a certe ambizioni naif del cinema sperimentale. Nel n. 5 della serie, intitolato La cannibale, Zora si aggira nei sotterranei di un castello diroccato, intenzionata a trovare il rifugio di Dracula e conficcargli un paletto nel cuore per vendicarsi. Mentre si aggira alla luce del sole (il suo amante ed ex vampirologo Mark Finney le ha procurato una pozione che la preserva dall’azione velenosa dei raggi solari), scorge un gobbo deforme che trascina il cadavere di una bella fanciulla. La curiosità la farà finire preda di un altro folle professore, Thomson, ennesimo scienziato delirante intenzionato a riportare in vita la venerata mogliettina. Per questo l’uomo sevizia e mutila ragazzine per cercare di rianimare le membra della moglie (plot che rimanda a certe esasperazioni melanconiche di Jess Franco e del Diabolico dottor Satana, a sua volta ripensamento del bellissimo Occhi senza volto di Georges Franju). Il folle riuscirà nel suo intento, soltanto per finire vittima di un cadavere animato da una forza sovrumana e abitato da pruriti sessuali irrefrenabili. Nel primo volume dei classici dell’erotismo (sempre ristampato dalla Cosmo), Zora si reca in Turingia (la condizione di globetrotter è comune ai personaggi di questi fumetti) e viene assoldata da un azzimato principe per eliminare una vampira che spaventa il popolino e si rivelerà essere Frau Murder, bella e perversa vampira che accompagnerà Zora in innumerevoli avventure, condividendo con lei una brama sessuali per uomini e donne (le due saranno anche amanti). Negli albi a seguire (La corruttrice e Le due verginelle) Zora e Frau si troveranno a fingersi insegnanti di un collegio femminile in Germania.
Come dicevo la serie di Zora sfrutta molti dei luoghi comuni della letteratura e del cinema horror del periodo e il tema del collegio ritorna in molti di quei fumetti neri, a partire da un seminale albo di Kriminal dei primi anni ’60. Naturalmente il collegio servirà per apparecchiare la solita infornata di lesbismo, perversioni, devianze e scene scopofile con sulla scena due finte verginelle, in realtà rotte ad ogni esperienza. Questi due albi ristampati dalla Cosmo riprendono le ristampe della serie Oro del 1982 e presentano tavole aggiunte che non sembrano essere di Birago Balzano e che indugiano in atti e dettagli pornografici, con membri maschili, penetrazioni ed eiaculazioni ben visibili. Questa sarà una prassi per le ristampe della Ediperiodici negli anni ’80: Barbieri farà rivedere gli albi usciti negli anni ’70, aggiungendo quella dose di sesso e pornografia che ormai gli standard richiedevano; aggiunte simili a quelle che venivano fatte per certe versioni estere dei film di genere, con magari scene hard inserite senza nemmeno il coinvolgimento del regista o degli attori. Ricordo versioni hard del bellissimo La bestia uccide a sangue freddo, o scene maggiormente esplicite (senza toccare l’hard) presenti nei cineromanzi di pellicole come I vizi morbosi di una governante e La notte dei dannati. Sfoglio altri albi della serie. Le meravigliose copertine di Alessandro Biffignandi, a cui si alternano di rado Ferdinando Carcupino, Ferdinando Tacconi ed Emanuele Taglietti. Zora viaggia nel tempo e arriva nel presente degli anni ’70 (Zora nel 1975, Super Zora ristampa n. 38 del ’79), oppure ringiovanisce e diventa una bambina (Super Zora n. 63) accolta nella casa del sindaco di Dublino, ennesimo pervertito con barbetta risorgimentale che la costringerà a posare in scatti dal sapore pedofilo (con evidenti allusioni grafiche al film scandalo Pretty Baby).
Nello splendido Super Zora n. 57, Ce l’aveva coi denti, Zora accudisce prima una strana donna scimmia che allude al film di Marco Ferreri, poi, nell’albo successivo intitolato La bella morta, cerca di rintracciare il cadavere di una giovane servetta a cui era molto affezionata. Questo albo mostra chiaramente le mescolanze vertiginose che confluivano in questi fumetti, una sorta di sincretismo iconico vertiginoso. Zora è sulle tracce del cadavere della giovane Paula e incappa in una coppia di ladri di cadaveri. Gli uomini le confessano di aver trafugato il cadavere per un uomo cieco che vive in una villa isolata. Zora si intrufola nella magione e scopre i vizi necrofili di un azzimato biondino che dice di sottrarre i cadaveri per conto di una strana scuola di danza dublinese. La nostra protagonista non perde tempo e, con la scusa di volere delle lezioni di danza, si presenta nella sede della scuola, una architettura che rimanda subito alla pellicola Suspiria. Ad accogliere Zora, Miss Virago, una delle insegnanti, vestita con un gessato severissimo e castigato. Il personaggio richiama una delle giovani istruttrici sadiche della pellicola Gli orrori del liceo femminile, ma nella resa grafica è ricalcata sulla Marianne Koch di Contronatura, pellicola gotica tra le più belle di Antonio Margheriti. Dico ricalcata perché Miss Virago è palesemente presa dalle pose della locandina o delle fotobuste che accompagnavano la pellicola. Lo svolgimento della trama è abbastanza prevedibile e ricalca in modo preciso alcuni momenti del film di Argento, come la scena dell’omicidio di apertura. Ecco, in poche pagine, l’albo di Zora amalgama in modo furioso e virtuoso segni iconici e tematici differenti: la tematica del collegio, della scuola di danza, la pellicola iberica di Narciso Ibàñez Serrador, il cieco che lavora alla scuola e che rimanda al personaggio di Flavio Bucci di Suspiria, la replica della morte di Eva Axén, con la frantumazione della bella vetrata liberty e, ancora, il sovraccarico iconico del personaggio di Marianne Koch prelevato da Contronatura.
Un collage quasi dadaista in cui tematiche, spunti, fotografie, ricalchi si ritrovano a formare formi differenti e simili in un contenitore horror erotico potenzialmente infinito e che si collega con quanto dicevo all’inizio. Il fascino di questi fumetti risiede in un dialogo costante col cinema, il fotoromanzo, i fotoracconti, la musica. Oggi per un appassionato è possibile ricostruire percorsi di senso e lettura allora sconosciuti; è possibile stabilire alcune relazioni e dipendenze tra questi prodotti e altri similari, per cercare affinità e differenze, modi in cui l’horror e l’erotismo italiano si sono declinati con originalità, pur partendo come prodotti di derivazione. Altro numero splendido: Super Zora n. 29. Il secondo episodio della raccolta vede Zora reduce da una improduttiva avventura alla corte di re Luigi di Baviera. Zora si reca a Vienna, mentre uno strillone annuncia lo scoppio dell’ennesima bomba, forse dovuta a qualche pericoloso circolo di anarchici. Subito la bella avventuriera viene avvicinata da un uomo elegante e cortese che, dopo averla ospitata nella sua carrozza, la addormenta con un potente sedativo. Zora si ritroverà nel castello di dell’uomo, chiusa in una gabbia con un’altra sventurata. La vampira verrà violentata dall’immancabile servo gobbo e mostruoso, poi dovrà sorbirsi la spiegazione del suo ospite, un ricchissimo uomo politico che vuole imprimere una svolta autoritaria alla società e per farlo ha bisogno di terrorizzare i cittadini con una serie di ordigni piazzati in giro nelle piazze.
Lo sfondo di buona parte delle avventure della vampira è quello di un ottocento farlocco e vittoriano, fatto di lampioni a gas, scienziati pazzi, emuli del dottor Jekyll, dello squartatore, di Frankenstein, tuttavia Zora esce nelle edicole di un’Italia magma che traspare talvolta dalle pagine del fumetto. L’allusione al folle bombarolo non può ricordarci che negli anni in cui Zora vive la sua stagione più fortunata, l’Italia potrebbe benissimo essere la Vienna del fumetto. Un paese dove l’eroina circola già con una certa disinvoltura e prepara a invadere strade e bar di periferia, a far scorrere il nulla nelle vene di una generazione di giovani. Un paese dove neofascismo, femminismo, preti operai, psichiatri e anti-psichiatri si mescolano a fatti e avvenimenti vertiginosi: stragi, attentati, scioperi, movimenti come Lotta continua e Potere Operaio, dove il commissario Calabresi viene crivellato sotto casa e un militante di Potere Operaio versa benzina sotto la porta d’ingresso di un segretario missino a Primavalle. Dove la guerra dello Yom Kippur portata all’austerity, coi paesi arabi schierati contro l’Occidente filo israeliano, con la conseguenza di porre fine a quella golden age che si era aperta col boom economico, portando a una brusca impennata dei prezzi, chiudendo così il ciclo espansivo del dopoguerra. Dove Junio Valerio Borghese, la Rosa dei venti ed Edgardo Sogno preparano i loro piani eversivi con la complicità dei servizi segreti e delle forze dell’estrema destra parlamentare. Dove la società e i suoi costumi cambiano rapidamente, sgretolando sempre più quel che rimane di una tradizione ottocentesca che vedeva il rapporto tra i coniugi finalizzato alla nascita di una prole da crescere nei dettami cattolici e anticomunisti. Un paese in cui cominciano ad essere rapiti dirigenti della Sit-Siemens, sindacalisti della Cisnal, dirigenti Fiat e Alfa Romeo. Compare nelle città la stella a cinque punte. Le brigate rosse, Curcio, Franceschini, Mara Cagol, Moretti il grigio impiegato del terrore. Il sequestro Sossi. Frate Mitra. Piazza della Loggia, Gioia Tauro, Peteano, il golpe in Cile a rinfocolare la paura di una svolta autoritaria. Anno zero. Ordine nero.
Super Zora n. 14, ristampa del novembre ’77 intitolato Vudù. Zora passa da una avventura all’altra con la fedele amica di letto Frau Murder. Ora si trova ospite del principe greco Kavafis, ennesimo damerino inamidato che le propone di sposarlo. Zora è attratta dal sesso, ma soprattutto dal denaro, dalle ricchezze infinite che le permettono di fare la bella vita, girare il mondo. Il principino però (siamo in un pocket dell’orrore dopotutto) ha strani vizi; anzitutto è impotente, anzi, riesce solo ad eccitarsi nel fare sesso davanti ai cadaveri mummificati (ed esposti in un apposito salone) delle (belle) mogli morte (e si scoprirà pure da lui uccise). Qualcosa che ricorda il Black Cat di Ulmer con Karloff e Lugosi, qualcosa forse preso da Il mostro di Venezia di Dino Tavella. Comunque le belle signore sotto teca sono in realtà dei manichini che si rianimano per i piaceri perversi del bel principino. Finirà come finirà. Zora ne uscirà vincente, pronta per riprendere i suoi intrallazzi sessuali.
Ma che tipo di femmina è Zora? Condivide qualcosa con le nuove sensibilità femminili di allora? Zora è una creazione letteraria di due uomini, due marpioni del fumetto (Barbieri e Pederiali), scrittori a cottimo, uno anche editore e playboy, attratto come la sua creatura dal lusso e dalla bella vita. Zora è bisessuale, ama gli uomini come le donne, ma ha una voracità sessuale molto maschile, adatta per soddisfare i desideri di un pubblico di lettori probabilmente più maschili che femminili. Comunque è un personaggio femminile forte, che rivendica con forza la sua indipendenza dai maschi, sia economica che sentimentale. È madre, talvolta moglie, spesso amante, puttana, complice. La sua femminilità somiglia a quella di tante altre creature letterarie o cinematografiche di allora, rimanda agli smaliziati personaggi femminili portati sullo schermo da dive intelligenti come Susan Scott ed Edwige Fenech, allude a una femminilità rapace e destabilizzante come quella di alcune cantanti dell’epoca (penso a Patty Pravo, non a caso scelta come modello di partenza per Jacula). Il femminismo di quel decennio però non si limitava a una appropriazione attiva del sesso, bensì batteva altre strade, spesso impervie e difficili. In un paese a mille velocità differenti come l’Italia, dove il progresso e il consumismo convivevano con mondi arcaici e ancora incapsulati in un contesto economico fatto di ombre e miseria, le giovani ragazze si battevano per la legge sul divorzio e per il suo referendum abrogativo. Nel sesso vedevano un perno dell’oppressione patriarcale, un qualcosa che si subiva a senso unico a seconda delle voglie, dei desideri dei maschi. Appropriarsi del piacere significava anche appropriarsi della procreazione ed aprire l’altro grande fronte che era quello dell’aborto. Le donne non vogliono solo l’uguaglianza, ma una liberazione, un riconoscimento delle proprie differenze biologiche e psicologiche dall’universo maschile.
Negli anni ’70 l’aborto clandestino è una vera piaga (e lo si percepisce anche da pellicole di consumo come Cosa avete fatto a Solange, per rimanere nei perimetri del genere), punito come reato per via di una legge fascista, aggirabile per donne ricche e facoltose che potevano rivolgersi privatamente a medici compiacenti. Le altre dovevano arrangiarsi come potevano, finendo su tavolacci di mammane senza scrupoli. Il femminismo degli anni ’70 è un oceano di energie, facce, movimenti, cartelli, braccia alzate, coraggio, critica e sfacciataggine teatrale. Pupazzi di cartapesta, donne adornate di bambolotti feti, girotondi infantili. Rabbia vitale e solidarietà. Streghe. Se non altro mi piace pensare che se Zora dai lunghi canini fosse arrivata a vivere le sue avventure in quel decennio, oltre ad ubriacarsi di eccessi, avrebbe simpatizzato per quelle ragazze con le braccia alzate a fare il segno della vagina in faccia a qualche poliziotto.
