Attualità

Jacula collezione: considerazioni in margine al pornofumetto dell’orrore negli anni ‘70

Conduco l’indagine (anche per comodità visto che li ho sottomano, in condizioni perfette) sulla collana Jacula collezione, raccolta e ristampa della serie regolare, uscita dal ’73 all’84 con splendide copertine inedite, assai più spinte di quelle originali. Jacula appare per la prima volta nelle edicole nel 1969 (un periodo politicamente e culturalmente lontano dal nostro presente editoriale, dominato – leggo la classifica da un Tuttolibri a caso – da gente come Volo, Carofiglio e invadenti scrittori dall’aldilà), cavalcando una erotizzazione sempre più spinta del cinema horror del periodo (penso alle vampire lesbiche dei primi gotici italiani di Polselli e Regnoli o a quelle della Hammer dei primi ’70 e ancora a quelle spintissime del cinema iberico di Aranda e Franco).

Jacula diventa ben presto un prototipo sia del fumetto nero che del cinema erotico/horror, un contenitore multiforme di generi mescolati tra loro. Alla base delle storie vi è una vaga reminiscenza della cultura proto-vampiresca dei vari calzolai della Slesia, dei nachzehrer polacchi, fino ai vampiri della Moravia indagati da Maria Teresa D’Austria e Gerhard van Swieten in piena rivoluzione illuminista. Da questa torba di cadaveri esumati, bruciati, decapitati e impalati prende spunto l’universo narrativo di Jacula, giovane diciottenne benestante di Zalau, cittadina della Transilvania. Jacula, nelle tavole iniziali, prima di essere aggredita da un figuro oltretombale ancora simile ai vampiri folklorici rubicondi e rozzi dell’Europa settecentesca, ci appare come una delle tante giovani donne aristocratiche che tra il ‘700 e l’800 affollano le pagine della neurologia clinica e letteraria; figure femminili ammalate di sensibilità e desideri soffocati da un rigido moralismo di facciata; Jacula è una borghese che vive sola con la vecchia madre in una villa assai grande e si culla nei suoi disturbi elitari e paralizzanti, vagheggiando e sognando i fantasmi del sesso e della carne. L’aggressione (una sorta di coito interrotto) la proietta nel mondo dei vampiri, liberandola, come uno shock nervoso, dall’universo simpatetico e nosologico dell’isteria femminile. Jacula si spoglia dei panni della giovinetta ingenua e nevrotica per divenire una spietata schiava (sessuale) di Satana (spesso raffigurato, nel corso degli albi, con delle fattezze dantesche e boccaccesche).

Intorno a Jacula si consumano gli ultimi fuochi di quella grande caccia alla pestilenza vampiresca a cui accennavo prima e su cui scriveranno autori come Calmet, de Merville e Gourgenot des Mousseaux. Studiosi come Mircea Eliade e Carlo Ginsburg sono ancora lontani e la superstizione, unita a una certa perversione demonologica, produce eresie dell’immaginazione, coi vampiri visti come manichini di cera nelle mani del maligno. Ecco allora bellissime tavole dedicate alle esumazioni cimiteriali di corpi putrescenti, o altrettanto evocative immagini di corpi corrotti dalla morte che si accoppiano con belle fanciulle automatiche e sonnambule. Dopo il primo numero, Jacula e comprimari (tra cui Carlo Verdier, vampirologo in erba presto convertito alla congrega satanica) iniziano le loro peripezie in giro per il mondo, imprimendo alle storie un vago sapore da feuilleton alla Salgari, in cui Jacula passa da un’avventura all’altra. Nel n. 3 “Il bacio della mummia”, la seducente vampira viene violentata da una mummia melmosa e rinsecchita, quasi una dichiarazione programmatica di quelli che saranno gli elementi principali del fumetto. L’elemento necrofilo (ricercato e insistito) trovo sfogo nel n. 4 “Il ballo dei cadaveri”, dove la vampira, aggirandosi nel nebbiosissimo cimitero di Londra, viene trascinata nei sotterranei della grande metropoli, alla mercé di uno scienziato sfigurato che ha scoperto i segreti del vudù per rianimare meccanicamente i cadaveri e accoppiarsi con essi! Molto bello Jacula collezione n. 4, dove nell’albo il “Collezionista di mostriJacula e Verdier devono vedersela col conte Lugosi, classico scienziato pazzo che colleziona appunto i mostri classici della mitologia moderna. Nel suo castello ad Edimburgo il folle nasconde la creatura di Frankenstein, l’uomo lupo, il golem e lo sfigurato fantasma dell’opera, in una sorta (l’albo della ristampa esce nell’ottobre del 1973) di omaggio sgangherato ed esasperato alle pellicole Universal di Erle C. Kenton, in particolare mi riferisco a “La casa di Dracula” del 1945, o in anticipo – l’albo originale esce nel 1969, ricordiamocelo – sugli omaggi surreali di Jess Franco, penso in particolare a “Dracula contro Frankenstein” o a “La maledizione di Frankenstein” (entrambi del 1972, anche se usciti da noi proprio in quel 1973), versioni su pellicola di questi fumetti neri da stazione di cui Franco era un amante1. Jacula condivide con questi film una sensualità che è lontana da quella allusiva e rimossa del periodo Hammer e risponde a una fame di proibito maggiormente in sintonia con la frenesia erotica dei ’70 e le maglie della censura che si allentano, annaspando nei nuovi gusti del pubblico.

Tuttavia, ed è quello che mi interessa maggiormente, il rapporto col cinema gotico del periodo è, in questi primi numeri, spudorato e disarticolato. Gli autori rileggono il cinema horror classico con irriverente demenzialità. Prendo il numero 6 della ristampa uscita nel dicembre del 1973: “Sinfonia per Satana” viene riletto, con notevole libertà, il “Fantasma dell’Opera” di Gaston Leroux, forse avendo alla mente la trasposizione Hammer del 1962. Nell’albo successivo “Rose rosse sulla tomba”, Jacula incontra a Parigi un tale Pierre Barrault, giovane deforme e bisognoso di carezze femminili. Dopo esser stato rifiutato anche dalle più laide prostitute, l’uomo acquisisce mediante pratiche zen il dono dell’invisibilità, dono che subito utilizza in modo turpe, introducendosi di notte nelle camere di giovani vergini. La vicenda prende i toni quasi della commedia erotica, sciorinando camere per necrofili e sodomiti, in un crescendo di vizi e deliri (e ancora una volta il pornofumetto dell’orrore italiano sembra anticipare e indicare la strada al cinema horror iberico, in particolar mi riferisco a “Le notti erotiche dell’uomo invisibile”, coproduzione con la Francia del 1970 che vede coinvolto uno degli attori feticcio di Jess Franco, Howard Vernon, qui nel ruolo di un prof. Horloff alle prese con una presunta figlia pazza e un uomo invisibile dagli istinti bestiali e contronatura; il film è quasi una parafrasi di questi fumetti). Lo Jacula collezione n. 7 del gennaio 1974 ha una copertina surreale che mescola il contenuto dei due albi della raccolta (ossia i numeri 13 e 14), “Festa all’obitorio” e “AAAH!”: il primo è una vicenda come sempre dai toni esasperati e grotteschi che vede un manipolo di nobili decaduti organizzare sontuose orge nei cimiteri e negli obitori parigini, quasi un omaggio agli unwrapping parties favoleggiati dagli studenti di medicina dell’800 nelle sale anatomiche inglesi, quando le bende delle mummie venivano srotolate con conseguente fuoriuscita di liquami pestilenziali, i cui afrori eccitavano le verghe dei giovinotti della classe agiata. Il secondo albo invece si richiama in modo oltraggioso e zoofilo all’iconografia dell’uomo lupo, disegnato, anzi quasi ricalcato sulle fattezze del Lon Chaney Jr. del film americano del 1941. Tuttavia si tratta ancora di appropriazioni poco fedeli, dove il contesto horror fa da sfondo a trame sempre più erotizzate in cui le perversioni e i feticismi più disparati si alternano a belle donne sempre discinte e disponibili a qualunque mercimonio. E qui non riesco a far a meno di reprimere la curiosità di collocare questi fumetti sullo sfondo dell’Italia di quegli anni. Un’ossessione che, mi consola, ho ritrovato, non me lo ricordavo, in un bellissimo libretto di Carlo Ginzburg, “Il giudice e lo storico”, considerazioni in margine al processo Sofri. Lo storico torinese, mentre analizza le carte del processo appena concluso con la condanna di Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani per l’omicidio del commissario Calabresi (avvenuto il 17 maggio del 1972, poco prima che iniziassero ad uscire le ristampe di Jacula), viene colto da un leggero spaesamento, rinvenendo numerose analogie tra le carte dei processi inquisitoriali del ‘500 e del ‘600 e quelle che vedono alla sbarra Sofri e compagni, chiamati dalle autoaccuse di Leonardo Marino, pentito sui generis che si muove tra Milano, Bocca di Magra e Sarzana (gli ultimi due luoghi appartengono anche alla mia geografia esistenziale). Ginzburg intreccia colloqui notturni nelle caserme dei carabinieri di Sarzana coi frammenti delle trascrizioni processuali, lasciando al lettore la sensazione di un processo inquisitoriale, di un complotto in cui al sabba diabolico si mescolano macchine blu, misteriose donne al volante e omicidi politici di un’epoca remota e lontanissima dal nostro presente. Un’epoca che però ha partorito una galassia di prodotti culturali all’apparenza lontanissimi da quei fatti convulsi. Eppure Jacula e i complottismi all’italiana hanno coabitato lo stesso spazio, finendo per aleggiare come fantasmi rimossi per noi figli di quei tempi e di quelle persone. La riscoperta di questi fumetti, di quelle pubblicazioni, si accompagna alla riscoperta di quegli anni, di quei nomi, di quei volti e di quei misteri, diabolici e fumosi come un sabba notturno indagato da Ginzburg. Ecco allora che alle sinfonie per satana, alle feste all’obitorio di quel 1974, in controluce, quasi in una filigrana della memoria, appaiono e scompaiono altre ombre, che mi si confondono tra loro. Il confine tra realtà e immaginazione, nell’orrorificio dei ’70, è saltato…

Jacula collezione n. 14 contiene il n. 28 intitolato “L’illuminificio”. Si tratta di un ritorno a tematiche più strettamente horror (dopo una serie di numeri maggiormente avventurosi, peripezie salgariane in giro per un Oriente dal sapore posticcio); qui ci troviamo ancora a Calcutta, ma la trama mescola tematiche classiche del gotico, in particolare quella del dottore pazzo che gioca con le membra dei cadaveri. L’albo, come gli altri, non sembra ancora volersi rifare a qualche pellicola nello specifico, purtuttavia la tematica necrofila, l’ambientazione del professore pazzo e le nudità gratuite dei corpi paiono anticipare pellicole come “Il mostro dell’obitorio” o “Il mostro è in tavola… Barone Frankenstein”. In particolare il fumetto sembra davvero fornire una buona base per quest’ultima pellicola, proponendo un mostro che è una sorta di fusione del sesso femminile e maschile, in una gioiosa confusione degli istinti sessuali.

Seguono numeri noiosi, poco horror, con la vampira giramondo impegolata in avventure esotiche ed erotiche. Le cose riprendono a girare verso l’horror con la raccolta n. 31 che comprende i numeri 61 e 62. “Il circo Pellin” è una sorta di omaggio al cinema dei fenomeni da baraccone e già dalla copertina lo si intuisce: in primo piano una ragazza nuda urlante, sullo sfondo, su piani differenti, un collage surreale di situazioni bloccate in un fotogramma eterno; si intravede la morte del film di Bergman, un uomo con un paletto acuminato pronto a trafiggere una vampira (Jacula?) addormentata nella tomba, il faccione espressionista di Boris Karloff, disegnato in ricalco dai fotogrammi de “I tre volti della paura” di Bava, e ancora la figura ingessata del Nosferatu di Murnau. Ogni figura è immersa in una luce differente, a sottolineare maggiormente l’idea di un collage surrealista illuminato da luci violente e contrastate. Splendida anche la raccolta successiva, quella coi numeri 63 e 64; Jacula, colpita da un fulmine, è morta e il suo fedele servitore gobbo e deforme deve riportarla in vita; mette in piedi un teatrino che coinvolge alcuni notabili di Montmartre, rispettabili padri e paladini del pudore e in realtà puttanieri impenitenti (oltre che genitori incestuosi); lo svolgimento copia dalla trama di un film Hammer di quegli anni, mi riferisco a “Una messa per Dracula”, uscito nel 1970.

Notevole lo Jacula collezione n. 40, che contiene l’episodio “Il fantasma del castello”, contorta vicenda dai sapori acri e medievali, con Jacula impelagata in missioni ereditarie e incappata in quel maniero di tale Nicolas Landford, nobile inglese che desidera ripetere una identica orgia che si svolse due secoli prima e che costò la vita, in modo traumatico e misterioso, a un suo antenato. I comprimari, gli invitati all’orgia devono essere a loro volta discendenti degli invitati originari. La vicenda è una saporita scusa per mettere in scena un consueto arredo di devianze, allegre prostitute e molle degenerazione; presto ai coiti, alle risa e alla musica si mescolerà il delitto e una misteriosa mano assassina prenderà a decimare i convitati, innescando un andirivieni temporale tra il passato e il presente (luogo comune assai caro al gotico europeo e in particolare a quello italiano, penso alle danze macabre, ai fantasmi intrappolati e condannati a rivivere in eterno la medesima notte nel cinema di Antonio Margheriti). A questo bellissimo episodio fa presto seguito lo Jacula collezione n. 41 e l’episodio “Globuli rossi”, con un ritrovato comprimario dei primi numeri, Carlo Verdier, qui sotto falso nome, direttore di una clinica di giovani ragazze, in realtà incaute cavie di oscuri esperimenti per trovare una cura alla piaga del vampirismo. Purtroppo i piani dei due vampiri crolleranno dopo poche pagine, aprendo a una fuga rocambolesca in un odoroso obitorio ottocentesco, camera di svago privata per un gruppo di paganti notabili di Liverpool. L’accolita di sangue blu si spoglia presto delle palandrane borghesi e indossa i costumi pecorecci dei necrofili incalliti, pronti a sfogare l’ennesima orgia sui corpi irrigiditi e frollati dalla morte. Questi numeri segnano un gradito ritorno alle tematiche dell’horror, sottolineato anche dalla raccolta n. 42, con una lunga deviazione ad Haiti, e la comparsa degli zombi, qui desunti dalla tradizione cinematografica americana degli anni ’30 e ’40 (corpi irrigiditi e succubi, schiavi di una seconda rivoluzione industriale non ancora riabilitati dalla lezione politica del cinema contestatario degli anni ’70), con particolare riferimento a film di Jacques Tourneur “Ho camminato con uno zombie” del 1943.

Certo le citazioni, le avventure da feuilleton esotico, ecc, sono sempre accompagnate da un erotismo che, lo devo aver scritto anche in altri contributi al fumetto nero, mi ricorda certi brevi passaggi del Bataille de “L’erotismo” (1957), soprattutto quando parla della sinistra pesantezza dell’erotismo dei corpi, di un certo egoismo cinico che non ha nulla della libertà dell’erotismo dei cuori; e in effetti il sesso di Jacula non è mai fusione tra individui, ma angoscia e sopraffazione, bisogni superflui e superamento dei divieti imposti; ecco allora che la violenza del pornofumetto italiano è pura purulenza, un inno sessuale alla morte e al desiderio scomposto, è ancora ricerca angosciante di tutto ciò che fa orrore e quindi della putrefazione, mondo da cui siamo usciti e a cui, nonostante tutto, torneremo.

Lo Jacula collezione n. 49 del luglio ’77 raccoglie il n. 97 “Jacula contro Sherlok Holmes”, curioso pastiche letterario d’ambientazione londinese simile a certi romanzi di L.D. Estleman; il famoso detective è un azzimato gay misogino, legato (anche sessualmente) al fido dottor. Watson (qui poco più di un burattino sessuale e baffuto nelle mani di un Holmes dalle fattezze asciutte e aquiline del John Neville di “Notti di terrore” (1965). L’avventura procede come sempre per accumulo: Jacula miete vittime maschili tra la popolazione di una Londra vittoriana e nebbiosa, Holmes viene incaricato delle indagini e quando il cerchio si stringe, la nostra popputa eroina è costretta a rifugiarsi in una casa all’apparenza abbandonata in cui scoprirà numerosi cadaveri putrefatti impiccati negli armadi o nascosti nelle cassepanche. La casa appartiene a un improbabile personaggio dal volto di clown; si tratta di un gentiluomo dal viso corroso dalla putrefazione e dai vermi; l’uomo ha contratto un morbo durante un viaggio in Africa, poi ha scoperto che l’unica cura è spruzzarsi sul viso con delle siringhe del sangue fresco. I cadaveri nella casa sono le sue povere vittime. Il clown offre rifugio a Jacula e in cambio la costringe a dei rapporti sessuali. La vampira però riuscirà presto a beffarsi del nuovo nemico ed eliminarlo.

Molto bello anche il n. 51, che raccoglie “Lo spettro della foresta”, gotica avventura in terra tedesca, con la vampira sulle tracce di un misterioso assassino che si nasconde nei boschi e riesce a pietrificare le sue vittime. Anche Jacula finirà pietrificata. In suo aiuto accorre il comprimario dottor Verdier, amante vampiro dell’eroina. La vicenda, dal forte sapore necrofilo, è un inno alle parafilie nei confronti delle statue dalle sembianze femminili. Il pazzo infatti è un umile domestico locale, esacerbato contro le donne dopo anni di umiliazioni e rifiuti (pare per via di un sesso troppo piccolo); disperato il cameriere aveva scoperto nuovo vigore sessuale nell’accoppiarsi nei parchi pubblici con delle statue. La passione però lo porta presto in galera, dove conosce un invertito pedofilo, il prof. Nerbing (il nome è geniale!!!), dotato del potere mentale di trasformare le persone in statue. Alla fine Verdier riuscirà a liberare Jacula dall’incantesimo mentale e a uccidere il folle cameriere microdotato! L’albo è un delirio quasi surreale, un mix divertente e acido di gotico, sesso, parafilie e riverberi parascientifici, tra cui appunto la questione della pietrificazione dei corpi. Così a memoria (non vedo la necessità di sbattermi più di tanto, in via definitiva sono solo un lettore amatoriale, uno scrittore della domenica, meglio lasciare certe coglionerie ai professionisti della penna), la roba della pietrificazione mi riporta a un ‘800 scapigliato, a Pavia, nella morgue (perché il frisson per le sale anatomiche, coi corpi nudi adagiati sotto lenzuoli ingialliti e un odore penetrante di sfacelo e liquami, è un must del pornofumetto, una situazione narrativa e visiva declinata in ogni modo, da una testata all’altra) del dottor Paolo Gorini uno dei pietrificatori dell’800; Gorini infatti aveva brevettato un metodo per conservare i corpi anche senza eviscerarli, in linea con la wunderkammer di quegli anni che ricercava col candelino la formula perfetta per fermare la corruzione delle carni ed evitare l’orrida putrefazione nelle bare; ci avevano provato pare già col cadavere del Garibaldi e del Mazzini (però anche il Manzoni, appena esalato l’ultimo respiro, fu levato dal letto e messo su un ampio tavolo ad hoc e sottoposto al metodo Burnett, che consisteva in iniezioni di cloruro di zinco offerto dall’Officina Farmaceutica di Brera; i risultati però, col Manzoni, furono penosi e il corpo sventrato e imbalsamato, nelle testimonianze dello scapigliato Cesare Tronconi, emanava un puzzo ammorbante), in una sperimentazione quarantennale di stucchi funebri e coloriture, cannule e sieri da iniettare nelle vene, tanto da far fiorire una manualistica di massa, perché ricordo pure un manualetto della Hoepli su questa concione. Per terminare mi vengono i nomi di altri pietrificatori di allora, tutti precedenti al Gorini: il Segato, il Marini, lo Zanon…

Altra chicca è lo Jacula collezione n. 54, pubblicato nel dicembre del 1977. Contiene il n. 107 della serie regolare “Il capitano Nemus” storia post-moderna che mescola gli elementi più disparati: nello stesso albo Jacula dovrà vedersela con un certo capitano Nemus, rilettura apocrifa di quello di Jules Verne, solo che qui gira per i fondali marini in compagnia di una bambola di gomma, con una testuggine marziana (che in realtà contiene un super cervello alieno, quasi un richiamo a un bel Urania di Fredric Brown del 1961, “Gli strani suicidi di Bartlesville”), niente meno che la regina Vittoria e un tale Jefferson Cook, scienziato vittoriano che lavora in un quartiere londinese di Singapore e scopre la formula dell’invisibilità; naturalmente il probo scienziato userà il nuovo potere per infilarsi nei letti di giovani ragazze, dando sfogo  una libidine per troppo tempo repressa; e qui torna in gioco il rapporto tra meraviglia e scienza che percorre l’immaginario ottocentesco. Nella mia copia, a pagina 102, un anonimo ha lasciato un foglio di carta piegato; deve trattarsi di qualche rivista cochon. Il foglio è di un rosso ammaliante, su un lato, in alto, la scritta “Dall’album di Don Giovanni”, sotto una riga bianca e un'altra scritta in caratteri blu che riporta il nume di “Erika”. Erika è la modella ritratta in due foto, una bella bionda in vestaglia e mutandine; in una foto la ragazza infila una mano sotto l’elastico dell’indumento intimo e con l’altra si assaggia le labbra, in un atteggiamento lascivo e invitante. Gli occhi della modella guardano direttamente in macchina; un testo pornografico accompagna le immagini. Il retro del foglio è riempito da altre tre foto della modella, ritratta in pose sempre più ardite e onanistiche. Il testo prosegue anche su questo lato e si conclude raccontando degli orgasmi liquidi e profumati come il gelsomino di Erika. Ripongo come una reliquia il foglio dove l’ho trovato, chiedendomi chi leggeva questi fumetti. A che classi sociali appartenevano? Che livello di istruzione avevano? Perché li compravano? Mistero tra i più appassionanti…

Così, adesso di punto in bianco mi ricordo che gli Jacula sono in qualche modo associati al bestiale clan dei sardi, turpe declinazione di quella labirintica vicenda del MdF (mostro di Firenze, col tempo divenuto “coincidenza necessaria” di tutto, labirinto testuale, o suggestione fumettistica, come direbbe il grandissimo Francis Trinipet!!!); come mai? Sfoglio un “rapporto giudiziario” dei Carabinieri di Firenze del 14 ottobre 1986 e uno del 22 aprile sempre del 1986: si tratta di ulteriori indagini svolte in merito ai duplici omicidi delle giovani coppiette e poi girate al dottor Rotella e al dottor Canessa. L’Arma stringe il cerchio su un gruppo di malavitosi sardi trapiantati nel fiorentino già dagli anni ’60. I nomi sono noti a chiunque abbia anche solo letto occasionalmente qualcosa sul mostro.  Villacidro. I fratelli Vinci, torbide storie di uxoricidio e omosessualità. Il cuore di tutto è Salvatore Vinci, uno dei sospettati storici, quello almeno su cui sembra puntare questo rapporto giudiziario. Il Vinci Salvatore è un personaggio degno di questi fumetti neri e sconci: irresponsabile, assente, distaccato con la famiglia, l’uomo ha evidenziato nel corso della sua vita una morbosa dipendenza psicologica dal sesso. Sospettato di aver preso parte al delitto Locci/Lo Bianco del 1968 (considerato storiograficamente il primo delitto del MdF), di aver ammazzato a Villacidro la prima moglie Barbarina (1960), Salvatore ci appare come un satiro urbano uso a scambi di coppia, rapporti omosessuali, frequentatore di Motel autostradali e cinema porno, luoghi in cui costringeva la seconda moglie ad accoppiarsi con sconosciuti. A Salvatore piaceva guardare, coltivare le sue fantasie e le sue parafilie variegate, magari aiutandosi con grossi cetrioli o zucchini avvolti nei preservativi. Salvatore pare (ce lo dice il rapporto giudiziario del colonnello Torrisi) comprasse e tenesse tantissime riviste pornografiche. Mi piacerebbe averne una lista dettagliata, almeno il nome delle varie testate. Da questo quadro deprimente e allucinante (perfettamente sovrapponibile all’estetica rozza e debordante del fumetto nero di allora) di vibratori sul comò, cetrioli, ecco emergere uno “Jacula” del 24 novembre del 1976… Segue una breve digressione dei Carabinieri sul fumetto della vampira e l’avidità di sesso del Vinci, quasi a stabilire delle arcane somiglianze tra la criminale di carte e il presunto pluriomicida sessuale di coppiette. E’ bastato questo riferimento per legare in qualche modo la testata di “Jacula” alla vicenda del MdF e, in particolare, alle indagini sulla famiglia Vinci. Sulle inclinazioni pornografiche del Salvatore, tornerà persino il giudice Rotella, nella sentenza di assoluzione del dicembre 1989, ribadendo che il soggetto, durante una perquisizione, oltre ai consueti oggetti onanistici, conservava un rullino fotografico il cui processo di sviluppo/stampa rivela le immagini di una giovane coppia di sconosciuti appartati in automobile, forse in vacanza sull’isola d’Elba?!? Comunque le uscite di Jacula nelle edicole coprono quasi per intero la storia del mostro, attraversando soprattutto gli anni ’70, anni di silenzio del pluriomicida, se si esclude la violenza barbara e bestiale del delitto del 14 settembre a Borgo San Lorenzo, dove perdono la vita i giovanissimi Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore. Certo Jacula (non più e non meno di altre testate di allora) offre molti spunti, o perlomeno suggestioni. Prendiamo, arrivati a questo punto, quasi alla fine ormai, l’anno del 1978. Un anno di silenzio del mostro, ma non per il nostro paese, attraversato dal dominio incontrollato e pieno del terrorismo, ideologia mortifera e politica lontanissima dai sogni sadici del MdF. Il 1978 è l’anno di Gradoli, di Moro di un esorcismo pubblico che culminerà nell’atmosfera plumbea dei funerali televisivi dello statista, il cui corpo infetto è assenza/presenza, in realtà già altrove, ormai irraggiungibile, già sepolto. In quei mesi, poco prima, Jacula (e con lei il fumetto nero, le fantasie sessuali di Salvatore, quelle in apnea del mostro…) continua il suo rito funebre fatto di calessi, fughe, delitti, depravazioni sadiche. La bella non morta, tanto per rimanere in temi cari al MdF, nel n. 55 della raccolta, se la vede con un gruppo di divoratori di virilità, setta di origine druidica (siamo in Scozia) che mozza il pene a degli sventurati ragazzini e se li mangia, in un rito collettivo che è già anticipazione perfetta dei deliri necrofili descritti dalla prostituta Gabriella Ghiribelli, o della setta della rosa rossa, della magia sessuale e tutte le cose saltate fuori negli anni 2000 (vedi Carlizzi, Giuttari, D’Altilia…).

La raccolta n. 56 vede l’inseparabile alleato della vampira, Verdier, alla ricerca di un nuovo pene (anche lui ghigliottinato dalla setta di aristocratici profanatori), e qui in suo soccorso arriva un miracoloso enzima che fa ricrescere le parti del corpo, tanto che il nostro si ritroverà con un pene smisurato (e qui, per rimanere ai sardi penso a quello smisurato – ce ne parla sempre il colonnello Torrisi – di Giovanni Mele (fratello di Stefano Mele, marito di Barbara Locci, prima vittima femminile del ’68: era lo stesso Giovanni che se ne vantava, aggirandosi tra cimiteri di campagna e taverne del diavolo, con un baule rimpinzato di coltello, corde e immancabili riviste pornografiche). Nello Jacula collezione n 57 (proprio del marzo 1978), abbiamo un misterioso maniaco che mutila il sesso di giovani donne. Si tratta di qualcuno con un sesso smisurato!!! Ed eccoci ancora a un impasto di misoginia di basso livello, afrori di tomba, sadismo bestiale, ignoranza, sporcizia, depravazioni e femmine bellissime dipinte come le peggiori e vogliose puttane! Non ci vuole un genio a capire che fumetti così non finivano sulla scrivania di Alberto Arbasino e che un Salvatore Vinci, un Pacciani, un Lotti, un Vanni, un Giovanni Mele, fossero dei lettori ideali di tali prelibatezze irrancidite…

         

 

Certo, non possiamo ricondurre tutto a storie sordide di sesso e delitti maniacali. L’Italia dei ’70 è un coacervo di pulsioni sociali, di tensioni ancora oggi mai chiarite. Esistono anche altre strade, altri percorsi. Jacula inizia le pubblicazioni regolari proprio nel 1969, quando Guido Crepax, ad esempio, negli ultimi mesi dell’anno, a un passo dal magma ribollente di Piazza Fontana, inizia quella che diventerà la storia di Valentina con protagonista la strega Baba Yaga. Ecco Valentina, la narrazione sovrapposta, onirica e segmentata di Crepax, e ancora quei corpi femminili che sono dei doppi alti del pornofumetto dell’orrore di allora; corpi attraenti e repulsivi, “simboli di un femminismo eccessivo e prepotente che mirava a sovvertire la società patriarcale, ma che al tempo stesso era metafora di un capitalismo autoritario e oppressivo”, scrive Antonio Crepax nella bella prefazione a “La strega Baba Yaga” (Quaderni dell’Eros n. 8, ES 2016); eh già, perché i corpi disegnati di Jacula e Valentina sono scrigni di pulsioni sempre più libere e anarcoidi, fantasie libere di apparire e prendere corpo sulle pagine delle pubblicazioni e nella mente dei tanti lettori di allora, intrecciando per davvero istinti sovversivi e bieca alchimia del capitalismo. Jacula intatti non è un fumetto da lotta di classe (a meno di non accostare il clan dei sardi al personaggio di Ludovico Massa), qualcosa che spuntava accanto a una copia di Lotta continua nelle tasche di studenti e operai di allora; se veniva letto, credo, veniva letto di nascosto: una fantasticheria tutt’altro che rivoluzionaria nelle storie (sessiste, razziste, di un qualunquismo postmoderno), buone per solleticare il puritano, il bottegaio, il ragazzino infoiato e represso dalle omelie del prete di paese, il lavoratore schiantato dalla fatica con a casa prole e moglie grassa e sfatta. Il pornofumetto di allora è anzitutto una merce buona per portare denaro e ricchezze nelle tasche di chi ci lavorava, grazie all’incarnazione e allo sfruttamento delle perversioni latenti di un italiano medio, la cui maschera perversa si coagulava nei volti di cera di Alberto Sordi, o in quella rovesciata e già alienata di un Gassman. Ecco allora che l’alambicco escrementizio del pornofumetto trasformava la merda in oro e le miserie sociali in illusioni di carta. E mentre il pornofumetto omologava qualunque perversione al consumo di massa, operai e studenti prendevano coscienza del loro ruolo e scendevano in piazza, i sindacati si rafforzavano sempre più. Tra il 1969 e il 1974 (la golden age del pornofumetto italiano dell’orrore con le collane da edicola “Oltretomba gigante”, “Terror gigante”, “Lo scheletro presenta”, “Il vampiro presenta”, “Vampirissimo”, “I Notturni”, “I sanguinari”, ecc…) il paese è in fermento e mi basta sfogliare le pagine iniziali del bellissimo volume fotografico edito da poco da L’Espresso, “Gli anni delle stragi”, per ricavare una valanga di dati: referendum sul divorzio, abbassamento del diritto di voto, riforma del sistema carcerario, riforma sanitaria, abrogazione degli ultimi codici liberticidi del fascismo, e poi il clima incandescente dell’Autunno caldo, la bomba a Milano, il grigiore dei depistaggi disegnato da Sciascia nel suo “Il contesto”, la nascita della sinistra extra-parlamentare di Lotta Continua, la crescita dell’eversione nera, il tentato Golpe Borghese, la bomba alla Questura di Milano, la scoperta della rete clandestina della Rosa dei Venti, la bomba a Brescia, il rapimento del giudice Mario Sossi (morto in questo freddo mese dicembrino del 2019) a opera delle prime Br, fino alla rimonta delle sinistre e a un generale mutamento di clima dopo il 1974 con le dimissioni di Richard Nixon, presidente interventista nelle crisi di molti paesi sudamericani precipitati in atroci dittature (la Bolivia nel 1971, l’Uruguay nel 1973, il Cile sempre nel 1973) e la crisi irreversibile dei partiti della Prima Repubblica..

  1. Mentre rivedo il testo, ne approfitto per accennare anche al “Dracula” di Dario Argento del 2012. Si tratta dell’ultima pellicola del nostro, andata a Cannes, credo tra le pernacchie generali. Confesso, alla sua uscita direttamente in dvd, di averlo sottovalutato pure io. Argento ormai è bollito come autore, questa è cosa risaputa, inutile insistere; tuttavia, nel rivedere recentemente il lavoro, ho notato una certa bellezza che mi era sfuggita. Il film, pur nella risibilità della sceneggiatura (fiacca, senza spunti, che non aggiunge nulla), nella scelta farsesca degli interpreti (sembrano attori porno con parrucca, le attrici scelte per il seno generoso e un nudo buttato sullo schermo, in modo non dissimile dai nudi gratuiti e pruriginosi dei porno fumetti dei ’70) e nell’anonimato della regia (molto televisiva), recupera per l’alta qualità dei costumi, delle scenografie e della fotografia di Tovoli. Fare oggi, in Italia oltretutto, un gotico in costume è un’impresa ormai folle, e bisogna rendere merito della cosa alla produzione, più che ad Argento. Il film inoltre è godibile e veloce, non annoia, grazie anche a un certo taglio nel montaggio che non indugia troppo su scene ormai viste e riviste, e sembra davvero suggerire la velocità, ingenua e disarticolata, di certi albi di Jacula

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