Horror

Dylan Dog Color Fest e il nuovo horror occidentale

Dylan Dog Color Fest e il nuovo horror occidentale

Prendo per buono quel che scrivono Marco Malvestio e Valentina Sturli (2019), ossia che l’horror sta vivendo un momento particolarmente fortunato, sia a livello cinematografico che televisivo. Anche la critica sembra essersi rinnovata, traendo slancio da importanti e originali contributi (per limitarci al campo italiano non è possibile ignorare i lavori di Fabrizio Foni, Stefano Lazzarin, Fabio Camilletti e Roberto Curti). E in letteratura? Come si è rinnovato l’horror negli ultimi dieci anni? Vorrei provare a riflettere sulla questione prendendo in esame la serie a fumetti Dylan Dog Color Fest edita dalla Sergio Bonelli dall’agosto del 2007.

La collana è interessante perché offre un marcato rinnovamento all’interno del fumetto seriale dell’editore milanese, per i contenuti grafici e testuali che la compongono. Sul fenomeno editoriale del personaggio Bonelli esiste già una messe di studi, basterà quindi ricordare in questa sede come il fumetto creato da Tiziano Sclavi sia stato, negli ultimi trent’anni, il traguardo più alto raggiunto dal genere horror del nuovo millennio . Osservare i cambiamenti, talvolta radicali, avvenuti all’interno di questa testata popolare (o di una serie alternativa come appunto quella del Color) è un buon modo per tracciare alcune linee generali. Come dicevo la collana dei Dylan Dog Color Fest comincia ad uscire nelle edicole dall’agosto del 2007. La formula è quella di un albo a colori di 130 pagine affidato a disegnatori e sceneggiatori consolidati (Brindisi, Casertano e Faraci per il n.1) affiancati da collaboratori estranei alla saga ufficiale (Carnevale e Gianfelice per i disegni). Le copertine vengono affidate a cartoonist che propongono una loro personale interpretazione di Dyd. Tuttavia i primi numeri del Color Fest non presentano ancora caratteristiche particolarmente differenti rispetto agli albi della serie regolare.

Il n. 2 (agosto 2008) contiene una storia originale dello sceneggiatore Alessandro Bilotta, autore di una saga alternativa e futuristica in cui Londra è in piena pandemia zombesca, Dylan è stato reintegrato in una squadra speciale di Scotland Yard e Groucho è uno zombie parlante da cui sembra essersi originata la pandemia. La copertina dell’albo è nientemeno di Tanino Liberatore. Graficamente importante anche il n. 8 (Maggio 2012) intitolato Historieta e dedicato al fumetto argentino e spagnolo, con una prima storia firmata da Luigi Mignacco ed Enrique Breccia e dedicata al capolavoro di Héctor G. Oesterheld L’Eternauta: anche qui abbiamo una nevicata mortale che uccide le persone, trasformandole poi in zombi, con un finale che sembra rimandare alla conclusione della prima stagione televisiva di The walking dead. Tuttavia siamo ancora all’interno di formule narrative collaudate e da un’ispirazione subalterna a quella del cinema del periodo.

Per osservare un interessante salto nel buio bisogna aspettare il Color n. 15 (agosto 2015), in particolare la storia sceneggiata da Gigi Simeoni (autore anche di interessanti romanzi grafici come Gli occhi e il buio e Stria) e disegnata da uno come Werther Dell’Edera. La storia di appena una trentina di pagine si intitola Il respiro del diavolo. Una giovane ragazza tossica coperta di piercing racconta a Dylan Dog un’esperienza paranormale accaduta a lei e ad alcuni suoi amici. Una nuova droga, il bisogno di spingersi sempre oltre i limiti, infilarsi la testa in un sacchetto di nylon e trattenere nei polmoni il fumo per sballare sempre di più. Ciò che viene dopo, la parte più horror delle possessioni, già non mi interessa. Vedere però questa ragazzina smarrita e apatica, annoiata e depressa, presentarsi alla porta dell’indagatore dell’incubo è qualcosa di interessante. Veronique dice che con i suoi amici (altri sballati pressappoco come lei) si riunisce nella palestra abbandonata di una Green High School fatiscente e umida, rudere necromantico in cui riecheggiano i fantasmi scolastici di un sistema pubblico al collasso. Veronique e i suoi compagni sono un’accozzaglia di studenti tossici 2.0, strafatti e alienati al punto giusto; vedere quest’orda di tossicomani terminali adolescenti entrare in contatto con un eroe positivo come Dylan è già una bella idea. La scuola fatiscente, che fa molto horror degli anni zero, è un’altra idea. Le matite affilate di Dell’Edera e i colori spenti di Alessia Pastorello fanno il resto. La lettura di questa storia ha ridestato, in questo suo incipit, un interesse che non provavo da decenni per il fumetto bonelliano. Nei vagabondaggi depressivi di Veronique ho rivisto la sagoma altrettanto depressa di Sarah, altra adolescente tormentata protagonista di Come True uno dei nuovi horror di questi anni venti (Sarah tormentata da cosa? Da una famiglia collassata? da una mancanza di interesse verso la scuola, verso gli altri, verso qualunque cosa, assediata da disturbi del sonno e da un’insicurezza economica ed affettiva che ha scavato dentro di lei abissi digitali d’incubo?) sulla paura dei sentimenti.

Un vento ancor più radicale lo si respira nel Color n. 16 (febbraio 2016) intitolato Tre passi nel delirio. La cura dei Color è passata a Roberto Recchioni, vero rinnovatore di casa Davide Bonelli. Il Color si affida ad autori (sia testi che disegni) di assoluta rottura nel campo delle nuvole parlanti: Ausonia, Marco Galli e Aka B. Le storie, oltre che al segno grafico lontanissimo dai mondi bonelliani, sono qualcosa di mai visto nella serie regolare. Ausonia si affida a un onirismo assoluto e barkeriano, giocando sull’abbigliamento immutabile del detective dell’incubo. Marco Galli tratteggia una fragilissima e crudele storia d’amore tra Dylan e la fidanzata di turno, Genny. A turbare il precario equilibrio della coppia la comparsa di un demone nudo e obeso nel soggiorno di Craven Road. Il demone emette un sinistro scricchiolio di denti che finisce per esasperare e aumentare le incompatibilità dei due. La fine della relazione d’amore segnerà anche la sparizione del demone perennemente affamato, incapace di saziarsi e di riempirsi la pancia di affetti e sentimenti al pari della coppia di innamorati. Splendida la conclusione di Aka B., autore di un horror intimista e dissociato e dal segno grafico naif e multiforme. Si tratta di una storia nello stile dell’autore, costruita su didascalie brevi come fraseggi spezzati che vedono un laconico Dylan imprigionato (senza motivo e spiegazione) in un pozzo in un bosco. I pensieri dell’indagatore sono una discesa nel suo animo e nelle sue fragilità, in un buco onirico popolato di rimpianti e solitudine da cui l’autore non lo riscatterà nemmeno nel finale onirico e beckettiano.

I tre autori sopracitati rileggono e destrutturano la figura dell’indagatore, stropicciandola e bistrattandola, portandola all’interno di tre storie brevissime che, per segno e personalità, non hanno già più nulla di quel linguaggio “cannibale” e citazionistico dello Sclavi degli anni ’80 e ’90. Anche la (de)costruzione narrativa non ha più quel gusto politically correct di Tiziano Sclavi; in particolare Galli e Aka B. offrono una sensibilità obliqua e straniante, per nulla rassicurante, in cui l’horror si decanta in un realismo visionario poco praticato dalla nostra letteratura e che sembra riaprire strade interrotte (perdute?) nel nostro paese, penso all’autobiografia sognante e immaginaria di Le furie di un grandissimo Guido Piovene, qui alle prese con una personale galleria di personaggi-spettri di una provincia veneta densa di collegi, fantasmi del fascismo e il brillare dell’artiglieria della guerra. A sigillare questo Color la bellezza vinosa e rozza della copertina, opera di un giovane autore, Arturo Lauria.

Accennavo poco sopra allo stile dei primi Dylan serie regolare, sia sceneggiati da Sclavi, sia da altri autori. Tra zone del crepuscolo, depressioni metropolitane, traumi famigliari, solitudini urbane, piccole paure quotidiane ben più spaventose di qualunque mostro in agguato nel buio di una cantina, la serie sceneggiata e ideata da Tiziano Sclavi sembra voler scavare nell’immaginario collettivo degli anni ’90, disegnando la topografia di un inferno a due passi dalla nostra realtà. L’orrore in Scalvi è la vita in generale, le ipocrisie, la corruzione, le piccole e grandi cattiverie che l’uomo può riservare ai suoi simili. Animato da un umorismo nero a tratti meccanico e ripetitivo, Sclavi si imparenta a suo modo a certa letteratura minore degli anni ’60, ad autori che sono stati capaci di indagare un aldilà spettrale sovrapponibile al mondo urbano dell’industrializzazione di massa. Penso al fantastico di Buzzati, all’aldilà immaginato da Federico Fellini per il suo Mastorna, o allo stupefacente Goffredo Parise de Il padrone, viaggio orrorifico e ironico di un giovane provinciale assunto in una grande ditta commerciale di una grande città, non luogo diabolico dominato dalla figura isterica del dottor Max, giovane rampollo dissociato di un capitalismo feroce e senz’anima; Parise costruisce un romanzo evanescente, in cui i vari personaggi appaiono come mostri deformati dalla lente del racconto, figurine spettrali assurdamente umiliate e sottomesse ai poteri negromantici dell’azienda. Nondimeno la voce del protagonista, attratto dal traffico e dai palazzi di vetro di una modernità razionale e funzionalistica in cui il benessere è assicurarsi una casa, una famiglia da mantenere e un ospizio tranquillo per la vecchiaia. Il giovane protagonista arriverà convintamente ad accettare tutti i capricci dell’azienda, fino a farsi praticare delle strane iniezioni, a lavorare in un ufficio/gabinetto, a sposarsi con una minorata mentale impostagli dall’alto al fine di mettere al mondo figli idioti già pronti a svolgere mestieri umili, fino a teorizzare l’idea di un uomo tipo, sorta di servo nato soggiogato ai voleri di una ditta che nel procedere della lettura appare come una comunità religiosa coi suoi riti e le sue astruse divinità. Il viaggio del giovane protagonista diviene una sorta di viatico nell’irrealtà, dove l’unica salvezza possibile appare la morte. Nel finale, spietato e bellissimo, appare una sorta di scuola sovvenzionata dalla ditta, scuola in cui bambini e bambine identici coi loro grembiulini celesti e rosa hanno già negli occhi una violenza ottusa e superba, figli dell’invasione che già lavorano con le loro piccole dita alla costruzione di grattacieli giocattolo, a sfoggiare un’educazione meccanica e pratica da futuri dipendenti dell’azienda. Scorci di inferni metropolitani che riappariranno anche di sfuggita nel magmatico e sopravvalutato Petrolio di Pasolini, viaggio erotico/pornografico nei gironi di un Potere anni ’70 destrutturato sulle trame oscure del capitalismo e sullo sdoppiamento di un personaggio (Carlo) anche qui disposto a tutto pur di fare carriera nel nuovo corso della politica italiana del dopo ’68.

Per tornare ai Color e alla ricerca di nuove forme di narrazione horror, riprendo quel che scrive Stefano Lazzarin (2018) a proposito di una nuova narrazione sovrannaturale senza sovrannaturale, capace di muoversi in un Aldilà assai simile al nostro Aldiquà. Tra i nuovi temi indica il denaro, la merce e i loro effetti alienanti, i mass media come contenitori per un nuovo deflusso di presenze immateriali, il potere con le sue simbologie, i gironi delle megalopoli o cosmopoli, flussi derealizzanti di merci, persone, oggetti, vite spersonalizzate ai margini di piccole apocalissi soggettive, fino agli scarti delle varie interpretazioni paranoiche del mondo (oggi rinfocolate dai pensieri magici e irrazionali attorno alla pandemia o dai fantasmi del ‘900 che tornano sotto altre sembianze, altri nomi ma che rimandano all’orrore ineluttabile della guerra). I Color, ancor più della serie regolare, sembrano confrontarsi con le nuove paure (e le nuove mutazioni antropologiche) innescate da un cybercapitale flusso di informazioni, computer, tablet, individui, sportelli automatici, limousine e torri residenziali svettanti come policromi pulsanti, nuove droghe per reggere ai nuovi ritmi alienanti.

Un altro spunto ci viene da alcune pagine densissime di Francesco Orlando, raccolte nel volume postumo Il soprannaturale letterario (Einaudi 2017).  Orlando, già riferendosi alla Radcliffe, parla di un soprannaturale che deve trovare nuove forme per esprimersi in modo originale. Ed è parlando di Kafka che Orlando raggiunge il cuore del problema: per lo studioso palermitano il Kafka delle Metamorfosi è portatore di un soprannaturale senza meraviglia, un soprannaturale che s’impone e si mescola al quotidiano vissuto dal lettore; è proprio questo riferimento ad una quotidianità a costituire una (grande) novità. Le nuove forme del sovrannaturale si calano dunque dentro il ripetersi giornaliero del lettore, presentando situazioni contemporanee e riconoscibili da chiunque.

Dal Dostoevskij dei Karamazov al Thomas Mann del Doktor Faustus si assiste sempre più a una mescolanza tra soprannaturale e accadimento quotidiano, fino ad un’imposizione del prodigio a cui il lettore deve credere senza più bisogno di alcuna mediazione da parte dell’autore (come avviene già nelle prime righe del testo di Kafka). Nel sovrannaturale di imposizione (come Orlando chiama questa peculiare caratteristica del fantastico contemporaneo) la presenza stessa del sovrannaturale sembra dissolvere referenti unitari e determinati, caricandosi di valori universali e significati nuovissimi. Oltrepassando Orlando, in questi ultimi anni le nuove frontiere dell’horror sembrano problematizzare una fase storica piena di zone d’ombra, tornando a parlarci di quella crisi della presenza umana già al centro delle riflessioni di Ernesto De Martino. Il mondo magico dell’horror contemporaneo presenta diffuse situazioni di spaesamento, riflessi di uno smarrimento dell’Occidente post 11 settembre: disoccupazione, bolla immobiliare, grande recessione, complottismo dilagante, stress post-pandemia, nuove paure nucleari.

L’horror di questi ultimi vent’anni (in particolare quello americano) è un denso universo di paranoie e traumi globali e rigurgiti folklorici, espressione nichilista di un mondo onirico e traumatizzato che sembra aver smarrito le proprie certezze e le proprie radici culturali. Spesso i personaggi del nuovo horror (letterario, cinematografico non importa) sono adulti immaturi o fragili adolescenti, famiglie sventrate da un liberismo sempre più aggressivo che ha indebolito/aumentato la precarietà lavorativa, oppure neopuritani, sofisticati manipolatori del linguaggio virale dei social pronti a seguire le divinazioni apocalittiche di Greta Thunberg. I personaggi dell’horror (in particolare nei film) fanno fatica a stare al passo di un benessere economico e di una vita superiore. Ecco allora che un potere demoniaco invade le case, i luoghi, i corpi, fino alla pasta onirica dei sogni. Da questo prendono spunto i Color migliori.

A questo proposito è interessante il Color Fest n. 19 del novembre 2016, numero abitato da talenti multiformi. In particolare mi interessa l’ultima (delle tre) storie, disegnata e scritta da Nicolò Pellizzon: l’ambientazione ricorda qualcosa di Suspiria (un collegio di ragazze, dei fatti strani che vi accadono), ma per la delicatezza naif del tratto e i colori densi e notturni sembra anticipare la rilettura potentissima fatta da Luca Guadagnino. Il tratto di Pellizzon ha qualcosa di infantile e stonato (gli occhi troppo grandi di tutte le figure, le linee nere marcate, l’apparente incertezza dei tratti, certo minimalismo figurativo) che ben si accorda con le sue storie, più suggerite che affidate a trame complesse. L’aggirarsi dell’indagatore dell’incubo per i corridoi del collegio e un senso arcano di attesa che sottende al tutto creano un senso di fantastico puro e delicato che non è più solo horror o gotico o racconto esistenziale intimista, oltre ad essere lontano dai gusti facili e commerciali di certo fumetto (o cinema, letteratura) citazionista. Il punto è che Pellizzon costruisce la sua fiaba nera senza il bisogno di rifarsi a qualcosa di particolare (lo stesso indagatore dell’incubo, cosa comune a molti di questi Color, è solo una funzione superflua che serve a giustificare il titolo della testata e che poco aggiunge alla bellezza di queste trenta paginette). In Pellizzon sento quel bisogno di cercare nuove strade senza rinunciare a uno sguardo personale, persino inconcluso (penso al finale, che per sberleffo necrofilo ricorda certi saporiti Oltretomba gigante degli anni ’70). Il Color Fest n. 24 ha un’impostazione pittorica molto accentuata, sia nella storia disegnata da Giulio Rincione che in quella (testi e disegni) di Alessandro Baggi. Baggi in particolare decostruisce il racconto e smonta la griglia delle tavole bonelliane a favore di un racconto visivo che sembra non avere più margini estetici; tra gocciolature di una pittura densa e disarticola, gli elementi horror alla base della serie si mescolano con ricordi del cinema horror americano recente e passato, riesumando locandine e copertine surreali del pornofumetto gotico italiano degli anni ’70.

Interessante, più per la parte testuale, il Color Fest n. 33 (maggio 2020) intitolato Delitti e castighi”. Qui si tratta di una storia unica scritta da Gigi Simeoni e disegnata da Davide Furnò. Nel finale (la trama un po’ kinghiana verte su una macchinetta fotografica digitale da pochi spiccioli che fa brutti scherzi a chi si fa ritrarre) si accenna al lavoro minorile nel cuore della potenza cinese e alle tragedie connesse a questo sfruttamento (in un altro Color ricordo richiami ai centri di accoglienza per immigrati o alle atrocità commesse da Boko Haram). Tuttavia a colpire maggiormente sono i Color o le storie più intimiste, quasi legate al bisogno di ritrarre un quotidiano svuotato di senso e inafferrabile, in cui ci si muove come in apnea, tra stati di veglia e depressioni.

A questo proposito la storia (bellissima) del Color n. 35 dove un Dylan più inutile che mai viene rimbrottato dalla fidanzata di turno. Wendy non assomiglia alle tante fidanzatine strambe dell’indagatore: è una donna madre, che lavora e cerca di tirare avanti la carretta come può. Durante una cena lei rinfaccia al compagno il suo infantilismo sentimentale, la sua incapacità a confrontarsi con la vita reale che c’è oltre le tavole disegnate. Al che Dylan chiede sarcastico quale sarebbe la vita reale e la risposta di Wendy e fulminante: “Svegliarsi alle sei di mattina, pagare un mutuo, portare i bambini dal dentista, trovarsi davanti ogni giorno uno stronzo come capo”. Il Color Fest n. 37 (maggio 2021) è composto da due storie, la prima (su testi abbastanza convenzionali di Cajelli) vede al disegno uno dei fumettisti più originali e dirompenti approdati alla Bonelli: Arturo Lauria. Il tratto, come i colori acidissimi e stonati, mi ricorda tanto fumetto underground. Ma di questo Color basterebbe la copertina bellissima di Helena Masellis!

Altra copertina da togliere il fiato quella del Color 40 del febbraio 2022 (l’ultimo uscito mentre scrivo) ad opera della pittrice Ambra Garlaschelli: Estreme visioni (annunciato però col titolo più interessante di Materia Oscura). La prima storia, ad opera di Officina Infernale vale l’intero albo: è un trip psichedelico che frantuma e mescola la Londra hauntologica degli anni ’60 tra sette, spiritismo, evocazioni drogate del maligno, overdose di reliquie visive, caos, sesso, musica e un Dylan stropicciato, obeso e irsuto che non ha più nulla del damerino politicamente corretto della serie regolare. Tirando le fila l’aria nuova che si respira sui Color Fest è data certo dalla cifra visiva dei vari artisti chiamati a sfogare liberamente la propria fantasia all’interno di una gabbia di genere oramai esplosa.

Dal citazionismo sempre meno referenziale, passando per richiami all’attualità contingente, il lavoro dei Color colpisce più quando riesce a suggerire un nuovo tipo di orrore che riflette sul nostro vivere Occidentale; un quotidiano sempre più artificioso e difficili, imprigionato in una rete soffocante di complicazioni e smarrimento in cui il nostro comportamento si fa sempre più oscuro e contraddittorio. Il ritorno del represso è dato dall’incapacità (nostra e dei personaggi) di stare al passo con la realtà. Quale? Lo dice Federico Rampini in un libro recente e seminale come Suicidio Occidentale (Mondadori Strade blu, 2022): un Occidente sempre più debole, schiacciato da una catarsi di politically correct, ambientalismo estremo neopagano, sinistre illiberali antirazziste e #MeToo a caccia di chiunque dissenta da una cancel culture fanatica e neopuritana. Da queste ideologie estremiste esce un conformismo falso e subdolo che ci conduce verso una sorta di analfabetismo di ritorno, un ingorgo globale di teorie cospirative che confondono le vere crepe che si sono aperte in Occidente dopo la crisi economica scoppiata nel 2008, crisi che ha svelato un declino a cui non sappiamo ancora dare risposta (a questo proposito mi viene in mente un breve passaggio di Walter Siti nel suo recente libro di congedo su Pasolini, dove accenna al presunto profetismo dello scrittore di Casarsa, ricordando come invece molte delle sue previsioni si sono rivelate superficiali e sbagliate, non ultima quella di un capitalismo pervasivo, di un benessere diffuso, uniforme e crescente). Ed eccoci all’oggi, all’Europa, all’Occidente, il mercato, la globalizzazione sempre e solo demonizzata (anche da me, da una mia adolescenziale ignoranza in cui non riesco più a riconoscermi) da una parte; dall’altra il nuovo ordine mondiale autoritario di Xi Jinping e di Putin, convinti che le democrazie liberali siano una farsa. Che sia questo il prossimo horror?

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