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I capolavori della serie KKK Classici dell’Orrore: Sul filo del rasoio

I capolavori della serie KKK Classici dell’Orrore: Sul filo del rasoio

Nel 1994 esce nei grandi tascabili della Newton un volume dal titolo Profondo thrilling; si tratta di una rilettura (alquanto fedele) di 5 film di Dario Argento. In realtà il volume è un’espansione rivista di un volume uscito edito da Sonzogno nel giugno del 1975, quando la fama di Argento ha raggiunto l’apice con l’uscita (nel marzo di quel medesimo anno) di Profondo rosso, capolavoro thrilling del regista romano.

Il volume della Sonzogno raccoglie la novellizzazione dei primi tre film di Argento, tre romanzi brevi scritti da Nanni Balestrini, autore con cui Argento aveva collaborato nella stesura della sceneggiatura del film Le cinque giornate. L’accostamento tra Argento (allora tra i registi più innovativi e moderni del cinema italiano) e uno scrittore sperimentale (che proviene dall’esperienza del Gruppo ’63) come Balestrini è molto stimolante; Balestrini è famoso per le poesie al computer, i testi collage, i poemi civili costruiti accostando e mescolando testi differenti. La natura del lavoro di Balestrini (tra le più ardite e difficili della nostra letteratura sperimentale) trova in questi tre romanzi brevi una forma meno interessante, direi addirittura piatta e poco interessante. Lo scrittore insomma sembra più a suo agio nel lavorare sui suoi collage narrativi, piuttosto che nel costruire (o ricalcare) una storia con tanto di personaggi e plot. Prendiamo per ora il primo dei romanzi brevi, quello che ci interessa ai fini di questa breve indagine. L’uccello dalle piume di cristallo segue abbastanza fedelmente l’andamento del film, discostandosene solo per alcune piccole differenze (nel romanzo lo scrittore protagonista della storia è inglese invece che americano, inoltre la sua ragazza viene chiamata Movita, anziché Giulia, come il personaggio interpretato dalla Kendall).

Balestrini propende per una narrazione in prima persona che svuota completamente la carica visiva di Argento, limitandosi a un racconto pacato (e distaccato), privo di quelle accelerazioni e scomposizioni della pellicola. Il Sam Dalmas di Balestrini è uno scrittore squattrinato che scivola sulle pagine, commentando laconicamente le gesta di un serial killer di donne di cui ha sventato (casualmente) un omicidio. Tuttavia, in alcuni brevi passaggi, Balestrini sembra trovare alcuni momenti interessanti, quando soprattutto dipinge una Roma notturna e moderna, una periferia desolante “dove la speculazione edilizia e la miseria fanno a gara nello squallore. Avevamo appena attraversato una lunga distesa di palazzi tutti uguali e tutti ugualmente grigi, e al di là di un terrapieno ricoperto di rifiuti e di erbacce, la strada prese a correre tra due file di baracche costruite con latta e legno. Dentro le baracche si intravedeva la luce fioca delle lampadine, ma sembrava non esservi alcun segno di vita. Più avanti si sentiva il ronzare delle televisioni, installate in condizioni precarie”. Lasciamo stare Balestrini e il suo breve romanzo desunto dal film, prendiamo invece il KKK n. 154, del 20 marzo 1971.

Siamo ormai in piena esplosione del thrilling italiano e la collana KKK si consacra al nuovo, dirompente, genere. Lo scrittore, tale Hans Krevz, è in realtà sempre Laura Toscano, qui a uno dei suoi massimi vertici creativi. Come in nessun altro KKK la Toscano sembra volersi confrontare in un corpo a corpo serrato con gli elementi visivi che caratterizzano il nuovo cinema di Argento. La trama, similmente alla prima pellicola del regista romano, segue i delitti di un misterioso maniaco che ha le medesime fattezze di quello immortalato da L’uccello dalle piume di cristallo, ossia il maxicappotto scuro, un cappello a falde calato sul viso, i guanti di pelle nera. Questo assassino aggredisce donne sole, ragazze moderne e indipendenti. La cosa interessante è che la vicenda, pur ambientata in una Oakland di cartapesta, sembra ricalcare le lande (quasi post-atomiche e desolate) descritte da Balestrini: buona parte della vicenda è ambientata in un quartiere degradato e spopolato che a breve sarà demolito dalle ruspe. Grattacieli spogli, stanze vuote, cortili bui, finestre cieche, vetri rotti e soprattutto scale buie e un sinistro oscillare di lampadine (cosa che la Toscano sembra prendere di peso da una scena suggestiva di La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava).

Tutto sembra caricarsi di un’aurea metafisica, una dimensione irrazionale dove le dinamiche del giallo (la logica, gli indizi, l’indagine poliziesca) s’infrangono dentro le regole di un nuovo gioco al massacro venato di surrealismo e arditezze pop; il thrilling, il nuovo thrilling che si sta facendo in quegli anni in Italia, è qualcosa di completamente nuovo (nonostante in anni simili, per la precisione il 1974, Robert Bloch torni al genere con il seminale Night-world, contraltare letterario americano di Argento, romanzo attraversato da una medesima visione nevrotica e schizoide del contemporaneo; qui Bloch disegna un mondo popolato non più dai mostri della tradizione gotica, ma da camici bianchi, cliniche costose per nuovi malati mentali e un’umanità già disumanizzata, confortata da misticismi alla buona, oroscopi e pornografia. Così, nella miriade di edifici uguali e serializzati come in un film di Andy Warhol, tra manicomi disneyland, chioschi, drive-in, un nuovo tipo di umanità fa la sua comparsa sulla scena, in anticipo di almeno un decennio rispetto all’Europa; dietro ai vari strangolatori di Boston, alla famiglia Manson, a Zodiac, si celano cittadini modello che hanno rinunciato a qualunque velleità collettiva, che hanno abrogato qualunque riflessione sulla violenza politica, sul femminismo e il dissenso; il futuro è ora in un nuovo benessere che pare alla portata di tutti, in nuovi idoli commerciali e un ottimismo consumistico che pare cancellare in pochissimi anni tutta l’agitazione originatasi dalla galassia del ’68…), quasi un pianeta sconosciuto. Ed è in questa terra di nessuno, tra macchinette automatiche di sigarette e automobili abbandonate lungo la strada che la Toscano sfilaccia quel poco che rimaneva del giallo (qui l’indagine, come chi indaga, relegati ai margini, compressi in poche scene dal sapore automatico) è scomparso; belle giovani che percorrono spirale di scale illuminate a tratti da lampadine pencolanti, istinti sadici apparecchiati intorno al corpo di una nuova disinibita femminilità. Ne ha già scritto lungamente Daniele Vacchino in quel saggio fondamentale sui KKK, ma mi preme ripercorrere i medesimi ragionamenti.

In questo romanzo, oltre alla capacità narrativa (con una prosa sfilacciata, accesa, esasperata, decisamente più nervosa e contratta rispetto a quella piatta da compitino di Balestrini) di leggere e focalizzare alcuni elementi chiave del thrilling italiano argentiano, vi è anche una morbosa preveggenza che ci porta dalla fantasia letteraria alla realtà più oscura. Alcune insistite descrizioni all’interno di questo libro: l’indugiare dell’assassino nerovestito dinanzi al letto su cui giace il corpo della sua vittima, il bisogno di produrre su quel corpo inerme una serie di minuscole ferite, un saggiare la consistenza della pelle al fine di produrre delle minuscole lacerazioni, ci sbalza in avanti di tre anni, alla sera del 14 settembre del 1974, quando in località appartata di Borgo San Lorenzo, viene trucidata una coppietta di giovani fidanzati, Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore. Il prof. De Fazio, nella sua perizia, ne scrive così: “Il Gentilcore sia stato colpito da numerosi colpi di pistola in regione toraco-addominale sinistra (…) sull’emitorace (…) due ferite da taglio sovrapposte che non penetrano in profondità. Reperti necroscopici su Pettini Stefania. Il cadavere è stato rinvenuto nudo, steso per terra dietro l’auto in posizione supina e con gli arti inferiori divaricati. Presentava numerosissime ferite da taglio (…) nonché alcune ferite da arma da fuoco, verosimilmente una al ginocchio dx, tre al fianco dx, una al ginocchio sx (…) sono state registrate 96 lesioni da punta e taglio che interessano pressoché esclusivamente la parte anteriore del corpo della Pettini, dal volto fino al terzo superiore delle cosce. Molte di esse hanno interessato in profondità organi vitali (cuore, polmoni, stomaco, fegato, intestino) e, soprattutto, quelle toraciche, a più elevata potenzialità letale, presentano caratteri di vitalità. Altre lesioni sono invece piuttosto superficiali e sono distribuite per lo più irregolarmente sul torace, sull’addome e sulle cosce, ma in alcune sedi (parte inferiore dell’addome e, soprattutto regione sovrapubica) sono disposte secondo un ordine che disegna grossolanamente due curve, circoscriventi l’area del ventre e l’arco superiore del pube (…) L’intensità dei colpi si è poi progressivamente attenuata e si è estrinsecata con le ferite inferte in regione addominale ed agli arti inferiori, che appaiono più superficiali e scarsamente o per nulla infiltrate. Da rilevare che all’apparente disordine delle lesioni toraco-addominali si contrappone una buona disposizione simmetrica di quelle inferte a livello del pube, che sembrano delineare un’area pressoché simile a quella corrispondente alle mutilazioni inferte nei successivi casi. Si sottolinea, in particolare, la ferita del lato destro del pube perché ubicata alle ore 10, in posizione analoga alla incisura che comparirà in tutti i tre casi di asportazione del pube occorsi successivamente”.

Riguardo a quelle punzecchiature, coltellate leggere, De Fazio così scrive: “l’azione esploratoria è stata inoltre condotta con un’altra modalità attraverso l’uso dell’arma da punta e taglio, con la quale l’omicida ha quasi circoscritta la zona del ventre attorno all’ombelico e la linea superiore del pube, e ha descritto linee o cerchi sulle cosce (o forse è più appropriato dire che ha inferto colpi indirizzati casualmente, che nel loro insieme descrivono due linee e un cerchio sulle cosce); questi colpi sembrano siano stati inferti senza molta forza, o quasi per “saggiare” la resistenza della cute all’arma da punta-taglio, usata in senso verticale e quindi con l’efficacia lesiva della punta. Come si è detto, la disposizione delle ferite attorno al pube suggerisce l’ipotesi che si sia fatta strada nella mente dell’omicida, o che fosse già presente in fantasia, quanto meno a livello embrionale, l’idea di asportare quella parte del corpo, non ancora perfezionata progettualmente o non ancora sorretta da idonea capacità tecnica”.

Questa lunga citazione non ci allontana di una virgola dai KKK e dal romanzo in oggetto. Congediamo con rispetto De Fazio e torniamo alle pagine della Toscano, quindi riandiamo indietro nel tempo al 1971. Similmente a quanto avviene ne L’uccello dalle piume di cristallo, l’indagine poliziesca utilizza grossi e inutili computer per schedare e prevedere i comportamenti del folle psicopatico. I corpi delle vittime del romanzo, e qui torniamo a quel che scriveva De Fazio, presentano minuscole ferite, puntinati più volte, come se l’opera del sadico volesse disegnare qualcosa, inseguire dei fantasmi rimossi dentro le sue fantasie. Nella parte centrale la Toscano sembra discostarsi dai percorsi di Argento, immaginando un ex detective privato fallito che è pagato profumatamente da una vecchia ricca affinché si prenda cura del figlio psicopatico, tale Adolf, chiaramente autore dei terribili delitti sadici. In realtà il detective, anticipando curiosamente una sotto trame del romanzo Nero di Tiziano Sclavi, si muove da doppio giochista e, per intascare la cospicua taglia sul maniaco, ammazza la vecchia madre (a conoscenza di varie malefatte del detective) nella speranza di far ricadere tutte le colpe dei delitti sul giovane psicopatico. Sorvolando su come andrà a finire (e le sorprese non mancano fino all’ultima pagina), la Toscano torna ad anticipare quel che accadrà nella realtà italiana alcuni anni dopo. Il detective scalcinato si reca in un parco usualmente frequentato da coppiette, dove quasi sicuramente il folle colpirà. Ed ecco una scena che ricalca quasi alla perfezione quel che accadrà a Firenze pochi anni dopo. Una coppietta in macchina. Una giovane ragazza, Guendaline che “gemeva leggermente, ansimava, aveva reclinato il capo all’indietro e attraverso le palpebre socchiuse vedeva un caleidoscopio di immagini frammentarie… Il volto di lui, la tappezzeria della macchina, la proiezione scura di un ramo dell’albero che si protendeva sopra l’auto, un riflesso nel finestrino, la chiostra dei denti bianchissimi di Milton che provocano in lei un masochistico desiderio di violenza, che destavano nella sua mente un’inconscia fantasia di stupro, un senso liberatorio di completa sottomissione”. Segue un’aggressione del maniaco ai danni dei due giovani innamorati che sembra ricalcare (soprattutto ai danni della ragazza) quella del settembre del ’74 a Borgo San Lorenzo. “I due corpi allacciati in un abbraccio frenetico erano separati da lui solo dal leggero diaframma del lunotto posteriore” (…) “Una eccitazione, una rabbia feroci si impossessarono del pazzo. Una rabbia per il momento fredda, controllata. Voleva vedere, prima, voleva assaporare sino alla più piccola molecola di quello spettacolo insolito, voleva godere sino in fondo il gusto pieno e aspro di quella scena proibita, di quell’intimità rubata”. Dopo segue una selvaggia aggressione, una rabbia repressa, prima sula ragazzo, poi su di lei, impacciata nelle sue nudità, impedita nella fuga dallo sportello. Tutto come in quella notte di novilunio a Borgo San Lorenzo. Questo Sul filo del rasoio è un romanzo contratto, asciutto e acceso dalla luce di un’inedita follia, capace di farsi alimentare dai fuochi sperimentali di Argento, come di calarsi in una lava incontrollata di una nuova follia, in un corpo a corpo tra cultura di massa e realtà allucinatoria. Il tutto in un’epoca in cui esplodono fuochi contestatari in buona parte dei paesi occidentali. Ma la violenza di questo killer da KKK non è quella contestataria di Argento (ci torneremo sopra altrove, così come torneremo, questa volta per buoni motivi, su Balestrini), bensì ha già il sapore marcio di un passato da cui sembra impossibile liberarsi. I delitti maniacali di questi mostri di carta hanno il medesimo sapore arrogante e individualista di quell’illegalità senza scrupoli che dalle bombe atroci di Milano, Brescia, Bologna ha alimentato le storie criminali degli anni ’70, ’80, e poi ’90, in un centro di poteri famigliari, mafiosi, accresciuti da un’evasione fiscale senza precedenti, da esportazione di capitali, corruzione, cupole mafiose, tangenti, malaffare italiota, giù giù in una caduta volgare e indegna dello stato democratico e delle sue istituzioni…

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