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I capolavori della serie KKK Classici dell’Orrore: La bambola di cera

I capolavori della serie KKK Classici dell’Orrore: La bambola di cera

Torno, con brevi abbozzi, ad occuparmi di ciò che conta davvero, ossia di questa letteratura automatica degli anni ’60 e ’70, letteratura da edicola a 250 lire. La collana dei KKK1, a mio avviso, ha elementi molto più interessanti rispetto a quella dei coevi Racconti di Dracula. Si tratta infatti di una collana che, alla necrologia di un gotico di cartapesta, innesta una vena moderna e nervosa capace di allacciarsi a uno dei generi più dirompenti di quegli anni: il thrilling italiano, il nostro giallo italiano inventato da Mario Bava e, soprattutto, Dario Argento.

Questo romanzo, La bambola di cera, è il n. 174 della collana ed è l’ultimo; esce nelle edicole il 5 marzo del 1972 ed è scritto da tale Hans Kreuz, alias Laura Toscano, la scrittrice più prolifica della collana e anche la più dotata. Una delle nostre signore delle tenebre della letteratura di genere italiana. Infatti la scrittura della Toscano si trova bene ad inseguire, a dare sostanza cartacea al genere del thrilling, a cercarne delle equivalenze letteraria; una ricerca che, ancora oggi, non ha eguali, visto che i tanti scrittori di thrilling odierni (troppo verbosi, fintamente autoriali, incentrati su pretese psicologiche di personaggi già visti, con trame inutilmente abbarbicate al bisogno di quadrare il cerchio, di far tornare i conti, di contenere le inquietudini delle pulsioni deliranti) non hanno nulla di questi volumetti, e tantomeno della libertà estetica di quelle pellicole. Quel cinema di genere degli anni ’60 e ‘70, anche nelle pellicole minori, è stato capace di creare delle suggestioni, degli effetti, delle musiche che vibrano di una libertà, di una ricerca che non ha nulla della piattezza dell’oggi (e mi riferisco anche alle tanto in voga serie tv, ai canali on-demand, all’onnipresenza dello storytelling di Netflix, alla colonizzazione di un immaginario già impoverito linguisticamente, bisognoso di facili consolazioni emotive affidate a prodotti tecnicamente perfetti e omologati, o a narrazioni che fanno del revisionismo storico un obbligo morale, e penso alla tanto inutile Elena Ferrante).

Questo discorso è facilissimo da fare se si conoscono le colonne sonore di allora, di quel cinema, in particolare dei thrilling italiani, musicati da gente come Ennio Morricone, Bruno Nicolai, Fiorenzo Carpi, Stelvio Cipriani, Teo Usuelli, Piero Piccioni, Piero Umiliani (ma la lista è lunga e ci si potrebbe anche sganciare dal cinema e pensare a compositori puri come Alvin Curran, Egisto Macchi, Giuliano Sorgini, Gerardo Iacoucci, o gli esperimenti del Gruppo Improvvisazione nuova consonanza di Franco Evangelisti)... In Morricone, in particolare, si assiste a una ricerca sperimentale difficilissima, che lo porta a comporre partiture verticali che trasformano le pellicole a cui sono abbinate, conferendo anche alle immagini una libertà e una scomposizione forse nemmeno così voluta dai registi. Involontariamente, anche gli scrittori dei KKK hanno vissuto in quell’epoca, ne hanno assorbito e sfruttato le libertà e le occasioni.

Le uscite dei KKK si iscrivono all’interno di un momento d’oro della nostra editoria, e proprio perché sono dei romanzetti da edicola (l’editore della collana era Marco Vicario, un produttore e regista dell’epoca, che non a caso sfrutterà spesso la collana per lanciare e pubblicizzare pellicole da lui prodotte o distribuite nel mercato italiano), godono di una libertà maggiore, se vogliamo di una trascuratezza maggiore, di un minor rischio di venir sequestrati o ritirati rispetto a pellicole o riviste fotografiche. Gli scrittori della batteria delle Edizioni Periodici Italiani lavorano di getto a romanzetti di poco più di cento pagine, passano da una collana all’altra, da un genere all’altro, diversificando appena lo stile a seconda delle esigenze dell’editore e del momento. È chiaro che non si tratta di autori che possono muoversi liberamente inseguendo vanità letterarie. Molti di loro si sono ritrovati a scrivere trame e generi a cui magari sarebbero rimasti estranei; purtuttavia, e in alcuni casi in particolare, hanno saputo trarre linfa dalle pellicole dell’epoca, forse senza intuirne davvero l’originalità, ma carpendone comunque alcuni aspetti innovativi. Veniamo a questo “La bambola di cera” della Toscano. La Toscano è una scrittrice di talento, diventerà una prolifica (in coppia con Franco Marotta) sceneggiatrice televisiva. Nei KKK credo si sia fatta le ossa. Da un approfondito studio di Daniele Vacchino sui KKK è stato possibile capire come la collana, dalla metà degli anni ’60 in avanti, cominci una progressiva marcia di avvicinamento al thrilling, genere che diventerà dominante all’interno dei vari volumetti, tanto da esserne poi il terreno di riferimento negli ultimi due anni di vita editoriale.

All’inizio il thrilling letterario dei KKK è più vicino allo psychothriller inventato da Robert Bloch con Psycho e poi più volte rielaborato in romanzi e soprattutto sceneggiature successive. Non è un caso che Robert Bloch sia l’unica eccezione della collana, che infatti gli dedicherà un volumetto di racconti (thriller e dell’orrore), il n. 42 dell’ottobre del ’64 intitolato La cosa. Poi, dopo l’esperimento cinematografico di Bava con 6 donne per l’assassino il vento comincia a cambiare anche da noi. L’attenzione ai processi mentali, alle turbe, alla schizofrenia freudiana e mammona del maniaco, si sostituisce una diversa sensibilità. Certo dietro rimangono i traumi e le umiliazioni subite dalla società, però la figura del pazzo si carica di un valore sovrannaturale, a tratti metafisico, e comunque sempre più anticonvenzionale e non solo antisociale. Il maniaco omicida, soprattutto in Argento, è donna, e già per questo è un corpo estraneo, una reietta mossa da una pulsione anarcoide che vuole demolire il mondo dei maschi che l’hanno relegata ai margini, spesso letterariamente confinata in qualche istituzione totale. Prima dello scioglimento dell’enigma (anche se in Argento rimangono sempre delle ombre non spiegabili, fantastiche, per cui le soluzioni dei suoi gialli possono sembrare sempre posticce, parziali, non congruenti) la figura del maniaco è poco più di un’ombra astratta e difficilmente percepibile. Spesso ha un cappello scuro calato sul viso, un impermeabile scuro e soprattutto quei guanti neri di pelle che ricordano il cadavere di una mano, un arto non riconducibile a uomo o donna, astrazione surreale che come un ragno, un pensiero fisso e persistente, può infilarsi ovunque ed essere ubiquo. Il thrilling del dopo Argento non cercherà nemmeno più di passarsi per un giallo, dove la soluzione dell’enigma conta più dell’enigma stesso; forse nel thrilling di quegli anni è difficile capire quale ne sia il quid, l’elemento che lo differenzia da tutti gli altri; forse la luce, i colori di quelle pellicole, il trucco delle donne, i grandi occhi, le ciglia finte e lunghe che le fanno somigliare già tutte a delle bambole inorganiche, le coreografie dei delitti, vere e proprie suite visive che spesso non hanno nulla da invidiare a certo cinema sperimentale che si andava facendo allora ai margini dell’industria di cinematografari. E poi quelle musiche, quei suoni dissonanti caricati da echi spettrali di carillons, sospiri, voci senza struttura. Trasportare tutto questo in letteratura è difficile.

I KKK lo faranno a loro modo, intercettando alcune cose e tralasciandone altre. Laura Toscano, forse per la giovane età, sembra spesso vicina a quella sensibilità, al punto da anticipare o seguire di poco alcune intuizioni di allora. Questo romanzetto ad esempio, “La bambola di cera” ha delle somiglianze non immediate (ma concrete) con una pellicola thrilling di allora, mi riferisco a Cosa avete fatto a Solange?, film che esce sempre nel marzo di quel ’72, praticamente sovrapponendosi al romanzo della Toscano (anche qui pesco intuizioni che son del Vacchino). Nel libro, intendiamoci, non ci sono collegi, però la vicenda ruota attorno a una malfamata pensione parigina che dopotutto funziona come un collegio, popolata com’è di call-girl, giovani e avvenenti ragazze degli anni ’70 che, anziché inseguire la rivoluzione rossa o nera, pensano già ai quattrini e alla bella vita, prostituendosi ad intermittenza, in un modo non diverso da quello di tante collegiali del cinema poliziesco ed erotico di allora (cosa che si ritroverà anche in quel romanzo breve che è A scopo di libidine, inserito all’interno del volume Violenza a Roma di Felisatti & Pittorru, un Garzanti del ’73, tanto per dire come il tema fosse nell’aria). Laura Toscanoo imposta la vicenda alternando (in modo originale) la prima persona con la terza e confeziona una trama semplice, scarnificata, che ruota intorno alla figura di una certa Josette, ragazza di cui tutti parlano e che, sul proscenio del libro non compare mai, essendo da tempo scomparsa. Ma è mai esistita veramente questa Josette? Chi era veramente? La soluzione dell’enigma (che qui non dirò, per carità) tirerà fuori tutto il marciume e il torbido di un mondo lunare popolato da figure di uomini squallidi e anonimi, deboli pupazzi di carne, gente strana, spiantati, scombinati, artisti da stazione ferroviaria, un’umanità relegata nelle camere d’affitto delle grandi metropoli (per non parlare del fatto che il misterioso killer se ne gira con una maschera di cera con le fattezza della ragazza scomparsa, in un cortocircuito mentale che mi fa pensare a quel delirio psichedelico e marcescente che è El asesino de Munecas. A far loro da contraltare, queste figurette minute, queste ragazzine emancipate che inseguono l’ombra drogata di una sessualità che, in quegli anni, sta raggiungendo un suo culmine tra fumetti neri sadici e fotoromanzi scollacciati. Il sotto testo che scorre dietro a La bambola di cera è questo; il resto è un romanzetto veloce come un fumetto, costruito su personaggi marionetta che rifuggono da qualunque velleità psicologica, pupazzi affidati a dei comportamenti automatici, mossi da un plot basico che alterna delitti efferati (in realtà questo è assai parco e non calca nemmeno troppo la mano, segno forse di una stanchezza o di una disillusione maggiore, dovuta alla fretta di una collana che stava ormai chiudendo e in cui non credeva davvero più nessuno), dialoghi veloci e inconsistenti, a scene di sesso o parafilie varie.

Ripeto, La bambola non esagera poi nemmeno più, e nelle 120 paginette del tutto si respira già un’aria di fine dei giochi. Comunque il discorso generale rimane valido: questa letteratura “minore” non aveva pretese intellettuali, era il prodotto di un’editoria spesso piratesca, ma comunque solida, con una certa diffusione nelle edicole e delle belle copertine (sono poi il vero marchio della collana) con delle pin up semi-spogliate che devono essere state il vero motivo per cui venivano comprati gli albi (almeno all’inizio). Immaginare chi li leggesse mi ha sempre affascinato. Probabile che il tipo di lettori interessati a questi volumetti sia poi stato il medesimo che si deve essere appassionato ai sexy horror che dal ’69 usciranno a vagonate nelle edicole.

Tra i KKK e le varie testate Jacula, Oltretomba gigante, Terror, Il vampiro, Lo scheletro, I sanguinari, I Notturni, Vampirissimo, non c’è molta differenza; i KKK anticipano (così come I racconti di Dracula) quel connubio affascinante tra un erotismo sadico ed esasperato e la fascinazione per un orrore necrofilo e sgangherato che sembra essere un elemento neanche troppo nascosto di questo sgangherato paese. Certo la componente erotica, almeno nei fumetti, è essenziale per il loro successo economico. Tuttavia, sia i KKK, i Dracula, che i fumetti neri di allora, costruiscono un immaginario fintamente libertario, in cui il corpo femminile è un totem esposto a molteplici torture e sadismi, smembrato e adorato su un altare di voyeurismo che non a caso farà finire queste pubblicazioni nelle caserme, nei negozi dei barbieri, o in mano a tristi figuri che popoleranno un certo immaginario della cronaca nera italiana (penso alla vicenda del mostro di Firenze, storia nerissima che spesso e sovente si intreccia col fumetto nero e certe pubblicazioni erotico violente di allora). La donna, in questo genere di letteratura, è quasi sempre giovane, disinibita e puttana, quasi uno stigma stregonesco per un pubblico (e un mercato in mano agli uomini) spaventato dalle istanze sempre più marcate di una certa coscienza femminile di quel decennio. Dico questo per ricordare che queste pubblicazioni - e qui torno a ragionare sui KKK usciti, su questa Bambola di cera e sulla Toscano – sono un crocevia di intenti e pulsioni, a volte appena accennate. La libertà maggiore di quegli anni (in termini di storie e contenuti, oltre che gusti) si scontra comunque con le esigenze commerciali di una collana confezionata per palati poco raffinati; in mezzo a questi limiti, scrittori spesso senza una vera motivazione personale, si trovano a imbastire dei romanzetti deliziosamente sconclusionati, a tratti tirati via, a tratti bisognosi di alimentare un immaginario morboso che sconfina nel surreale; tuttavia, oggi, nell’anestesia linguistica che ci avvolge, questi romanzetti si stagliano in una luce accecante, accendono ancora luci violente, creano involontarie associazioni e rimandi a un’epoca così lontana, i cui fantasmi (nelle pagine del romanzo Laura Toscano ne approfitta per tornare su una sua ossessione di quegli anni, ossia i delitti di Bel Air, il massacro allucinogeno di Sharon Tate, l’ombra nera di Charlie Manson…) insepolti ancora tormentano chi, come me, ne serba gelosa memoria…

  1. E qui, per chi non la conoscesse, bisognerebbe ripeterla. Segnalo l’utile volume di Luigi Cozzi (2013) che ne ripercorre la vita editoriale, anche se in pochi ricordano che i primi ad occuparsi di queste collane sono stati Stefano Piselli e Riccardo Morocchi della Glittering (2005). Mi limito a ricordare il continuo intreccio tra cinema e KKK, il lento mutare delle collana, che da componenti sovrannaturali, scopre via via un taglio più psicologico e nervoso; scrittrici come Leonia Celli, prima direttrice responsabile della collana, i contenuti allusivi e morbosi esplicitati dalle bellissime copertine pittoriche di autori vari, in particolare di Nino Caroselli, la valanga di romanzi scritti da Laura Toscano, le varie mutazioni editoriali nel corso degli anni ’60, fino all’epilogo nei primi ’70 e al tracollo di un intero sistema editoriale.
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