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I capolavori della serie KKK Classici dell’Orrore: il "gotico minore" degli anni '60

I capolavori della serie KKK Classici dell’Orrore: il "gotico minore" degli anni '60

Torno sul “gotico minore” di queste collane da edicola degli anni ’60. Uso l’espressione “gotico minore” per polemizzare volutamente con la pretesa di Avati (posta in calce al suo romanzo Il Signor Diavolo e al pasticcio de L’archivio del diavolo) di praticare un “gotico maggiore”. “Maggiore” in cosa? Nella trama? Nella psicologia dei personaggi? In una scrittura più letteraria e colta? Mi paiono discorsi scolastici e non credo che ci sia più qualcuno, oggi in Italia, capace di avventurarsi per questi diruti sentieri.

Ma se Avati frequenta un “gotico maggiore”, cosa frequentavano gli anonimi scribacchini degli anni ’60, autori che in poco più di una settimana dovevano consegnare un centinaio di cartelle ad editori rapaci e avventurosi? Autori nel cono d’ombra di uno pseudonimo anglofono, che facevano affidamento su copertine discinte e lettori distratti, affamati di sensazioni forti.

Comunque in quei primi anni ’60 l’Italia, nonostante i dati statistici del miracolo economico, nonostante il rapido e radicale cambio negli stili di vita, è un paese che coltiva, sottotraccia, una vena gotica mai più così viva. Dall’Inghilterra planano nei sogni nostrani i “mostri-fantasma” della Hammer. Gli autori di Cinecittà confezionano ad uso e consumo del nostro paese pellicole all’apparenza derivative, illuminate talvolta dall’originalità e dall'eclettismo dei nostri artigiani. A rinfocolare le storie horror, il traboccare nelle edicole di riviste e fumetti, e ancora i lavori di Ornella Volta e Valerio Riva, di Fruttero & Lucentini per Einaudi, i cineromanzi e i fotoromanzi realizzati da piccole editrici. È interessante la riflessione di Alberto Pezzotta (sul bel numero 579 di Bianco & Nero dedicato all’horror nostrano) sul rapporto esistente tra i temi classici del genere (il castello, il vampirismo femminile, la necrofilia latente, il rimando a forme ed estetiche tedesche o americane) e i nostri registi. Fu una supina accettazione, un’imitazione bassa e commerciale, o un consapevole lavoro di riscrittura degli stereotipi? La stessa domanda me la pongo da tempo su queste collane di narrativa da edicola. Che rapporto intercorreva con quel cinema e con la letteratura del medesimo genere uscita fino ad allora. Nel gotico il discorso è difficile, trattandosi di un genere dai contorni cangianti, sfumati, volutamente imprecisi. Ci sono stati, soprattutto allora, tanti tipi di gotici letterari: il fantastico colto dei vari Buzzati, Landolfi, Manganelli, Carpi, Soldati, Zapponi, quello altrettanto colto e pop di una rivista come Horror per la Sansoni, i raffinati fumetti neri di Magnus, fino alle collane de I racconti di Dracula, i KKK (nella doppia vita editoriale dei KKK i classici dell’orrore e I capolavori della serie KKK classici dell’orrore), la breve serie di romanzi horror della Squalo, fino alle degenerazioni labirintiche dei fumetti neri degli anni ’70. Tutto questo passando in mezzo a un decennio denso di tutto, in tutti i campi, in tutti i contesti.

Sicuramente queste collane da edicola, vivevano su un bisogno di consumo smaccato, un esotismo delle sensazioni che si arenava spesso poco oltre le copertine coloratissime e disinibite (anche se ancora lontane dagli eccessi surreal-sadici dei fumetti porno del decennio successivo). Nicola Lombardi, nel tracciare una sintetica storia dei KKK scrive che, se all’inizio i volumetti propongono la versione romanzata di un film di genere, col tempo si affrancano dalle uscite cinematografiche, prendendo la strada di storie originali. Sempre Lombardi nota come la componente sovrannaturale sia all’inizio molto presente. Tuttavia i KKK, a dispetto dei Dracula (obbligati dentro un gotico paludato, vecchio stile, una sorta di versione “a orecchio” di modelli già sepolti allora), hanno un andamento meno prevedibile, alternando romanzetti horror, ad altri gotici, alcune volte dei veri e propri polpettoni drammatici a tinte sadiche, se non addirittura dei volumi erotici a tutti gli effetti, fino alla svolta thrilling degli ultimi anni. Ma come sono le paludi, i castelli diroccati, le ville infestate, le catacombe dell’inconscio dei KKK

Scorriamo, in ordine cronologico, alcuni volumetti. Pochi, non voglio tediare, giusto per dare un assaggio di un continente cartaceo ancora oggi inesplorato, su cui in troppi parlano senza averne davvero una conoscenza diretta. Prima però voglio provare a dare una risposta, personalissima, al concetto di gotico. Cosa intendo per “gotico”, per lo meno “gotico” riferito a queste pubblicazioni, a quel cinema, tralasciando una noiosa letteratura settecentesco/ottocentesca di matrice inglese/tedesca? Lo faccio procedendo in un modo un po’ confusionario, anzitutto introducendo uno di questi romanzi, un KKK del settembre 1963, “L’Harem di statue” di Jeffrey Hunter, alias Maria Luisa Piazza.

L’Harem mostra evidenti connessioni col film americano La maschera di cera (1933), visto che qui abbiamo un alchimista necrofilo e impotente (là, il personaggio di Lionel Atwill era un artista) che inietta del siero velenoso nelle sue modelle, poi le immerge in un’acqua speciale capace di calcificare i corpi e modellarli come creta funebre. Naturalmente il personaggio nefasto, dal nome esotico di Shaintana, vive immerso in un castello decrepito della Normandia, immerso in un’atmosfera macabra e grottesca, in un laboratorio sotterraneo zeppo di alambicchi e liquidi colorati. Questo per dire che gli elementi testuali del genere vi sono tutti. La Piazza però sceglie di accumularli in un modo approssimativo, volutamente sconnesso. Il protagonista del romanzo, la voce narrante di Ruben McCoy (solito sopravvissuto che verrà considerato pazzo, bollato e rinchiuso dagli inquirenti di turno come un furioso), è un personaggio senza memoria soggiogato dal potere sonnambolico di Shaintana, perverso negromante che lo culla e imprigiona nel castello, costringendolo a scoprire a poco a poco l’atroce verità delle statue che lo arredano. Se quindi nel suo scioglimento L’Harem rimanda di sicuro alla pellicola citata (per le statue si potrebbe pensare anche a una pellicola alquanto sadica di Edgar Ulmer The black cat, del 1934; e chissà che questo romanzetto non sia stato preso a spunto per il nostrano Il mostro di Venezia, gotico in veste moderna che annovera nei suoi momenti chiave una grotta sotterranea ingombra di donne marmorizzate in balia delle voglie perverse di un maniaco che utilizza un procedimento non tanto dissimile da quello di Shaintana), il procedere nebuloso impresso dalla Piazza vanifica una precisa collocazione citazionista, concentrando la vicenda su poche scene definite e molte descrizioni “sovraccariche”, dove la struttura stessa delle frasi sembra voler costruire per accumulo un’atmosfera asfittica, ossessiva, immersa nella nebbia di una coscienza profonda in balia delle ombre di Bataille, Klossowski e Sade, veri padri putativi del gotico moderno, ben più dei vari Poe, Hoffmann, Shelley, Stoker. La prosa della Piazza, più di quel che racconta, è ciò che conferisce una dimensione gotica, colorata e satura. E qui mi riallaccio alla considerazione (ce ne sarà solo un’altra) su che cos’è veramente il gotico (perlomeno moderno). Sempre Pezzotta, riferendosi soprattutto a Bava e a Fisher, parla di costruzioni visive, sequenze al cui interno non vi sono personaggi o esseri viventi. Spesso i momenti salienti di quelle pellicole, sembrano girare intorno a poemetti visivi che ruotano attorno a oggetti, scenari, elaborazioni di colore; elaborazioni virtuosistiche in cui l’irruzione del fantastico è data proprio dalla macchina da presa, occhio senza soggetto che si muove sui fondali dipinti e tra le scenografie superbe di cartapesta, libera dal bisogno di coincidere ed identificarsi con qualcuno. L’oggettività del gotico moderno sembra prefigurare un mondo di marionetta, svuotato dalla presenza umana, affidato a dei ruderi, reliquie necromantiche di un altrove immateriale che quasi allude all’incarnato delle cose di cui parlava Marx.

La magia nera del gotico, più che celebrare il culto perverso dei sensi, appare come una memoria visiva (o letteraria) di cose fuori moda, distrutte dal tempo, logorate e liberate da qualunque utilitarismo e funzionalità impressa dalle rivoluzioni industriali. La fauna selvaggia del gotico è uno scrigno ingombro di fiori morti, orpelli d’inutile, accumulo sinistro di tinte spente, oppure violente, cianfrusaglie, guazzabuglio, reliquiario di cose, frammenti con cui noi (o qualche personaggio) intratteniamo rapporti maniacali. Anche l’esasperazione letteraria (direi addirittura l’abuso) di certi autori finirà per far parte di questo accumulo (per comprendere fino in fondo il fumetto nero del decennio seguente basterebbe leggere L’Erotismo di Bataille). L’Harem di statue funziona così: il gotico è (più che nel fantastico della trama, più che nel soprannaturale) nelle descrizioni logore dei corridoi, delle segrete, dei luoghi dilatati dall’umidità. La prosa improvvisata di questi romanzetti da edicola sembra sbriciolarsi continuamente nella melma delle parole, nel loro voler alludere sempre a manufatti sotterranei, a un intasamento di residui di un mondo di rimembranze che, nella loro decadenza fisica, rimandano a un tempo immobile, smisurato, infantile. Questa è la grandezza sconosciuta de L’Harem di Statue, o di pellicole analoghe come Operazione paura di Bava, o le memorie lontanissime e collettive di certi gotici di Margheriti (pensiamo ai titoli di testa di Nella stretta morsa del ragno, ramificazione visiva e narrativa di melme, ragnatele, lapidi e cromatismi spenti che sembrano non aver alcun bisogno di personaggi e attori).

La seconda considerazione è che per popolare quest’opulenza di corpi inanimati, servano anche dei contenuti narrativi, un insistere su orribili esperimenti, poteri occulti, un immaginario inconscio e mortifero di cui a lungo mi son chiesto nell’indagare il fumetto porno horror dei ’70. La risposta mi è sconosciuta, invero. Tuttavia, se la violenza grafica degli anni ’70 trova ampia giustificazione nella densità del decennio (“bombe e riforme, violenza e partecipazione popolare, terrorismo e partiche democratiche diffuse, contorcimenti della vita politica e chiare prese di posizione degli elettori”, così ad esempio ne parla Giovanni Moro, 2007), questo ricorso del genere a garbugli di tombe, medium, vampiri, delitti, spettri è già nel DNA degli anni ’60, di un paese come l’Italia, alchimia freudianamente perfetta di cripte del Duce, diga del Vajont, Torre Velasca, grattacielo dell’Ina, mescolati tra loro come le memorie ancora fresche di uomini in divisa e armati (soldati, balilla, avanguardisti, partigiani poco importa), nuovi emblemi di partiti che cancellano i simboli della dittatura. L’Italia degli anni ’60 cerca di scordarsi l’arretratezza di un certo mondo contadino che, ancora fino alla metà degli anni ’50, vive in grotte e capanne, tuguri veramente spettrali infestati dal rachitismo, tifo e malattie varie. Le settimane Incom raccontano col linguaggio di una nuova comunicazione di massa le profonde trasformazioni del boom economico. La nuova Repubblica italiana non rinuncia a un corollario pienamente gotico di bandiere, lapidi, medaglie, tombe ai militi ignoti, riti commemorativi, ricorrenze, corpi imbalsamati di santi, sovrani, pontefici, il tutto accompagnato dalle suggestive liturgie di un paese in cui potere civile e religioso si sono mescolati in modo inestricabile. Carabinieri col pennacchio, monaci salmodianti si impastano tra memorie del ventennio e modernità imprimendo negli animi dei nuovi italiani un senso di lunghissima continuità. La Repubblica dei cerimoniali, dei simboli, dei rituali, racconta di un paese perennemente insicuro, misterioso, magico, popolato di fantasmi folclorici, etnografici (da qui il lavoro immenso di De Martino, Ginzburg, Parinetto, Camporesi, nomi tutelari di tutto il gotico del bel paese). Contrariamente a ciò che si dice, io ho sempre sentito/visto l’Italia come un paese profondamente “gotico”, modellato su modelli di comportamento e iconogafie che oscillano tra regressioni e modernità, tra i fantasmi di piazzale Loreto e la folla variopinta per le strade della nuova Milano, Firenze, Roma…

Il peccato oscuro, KKK del marzo 1964. Autrice, tale Valerie Greeves, alias Oretta Emmolo. Su di lei ho scovato, dal blog del Cacciatore di libri queste poche, preziosissime righe:

Oretta Emmolo si segnalò negli anni ’60 come prolifica produttrice di romanzi erotici e horror erotici per gli editori romani Rotolito, Grandi Edizioni Internazionali, Fratelli Spada e Dets e per il milanese Gastaldi. Tra i titoli, peccaminosi e arditissimi, La perversa, Il bagno della favorita, L’eunuco biondo, La danza dell’efebo, Le voglie di Bianca Maria. Nel 1975 Oretta Emmolo fu anche la co-sceneggiatrice del film La peccatrice, di Pier Ludovico Pavoni.

L’autrice era anche nota con gli pseudonimi di Christoph Bönig, Valerie Greeves, Sheila Norman e Reg Sattle. Scrittrice di romanzi horror ed erotici. La cosa mi torna, anche perché questo Il peccato oscuro (con una copertina discinta del Caroselli, fondo rosso schizoide) è esattamente un connubio di questi due generi. La prosa asciutta della Emmolo costruisce, sempre per accumulo, un gotico barocco romantico dal sapore pittoresco, alla ricerca di effetti ed esagerazioni a  buon mercato. Fin dalle prime righe la Emmolo si riallaccia all’Edgardo Poe e al suo “La caduta della casa degli Usher”, col peso di un atavico male che corrode l’antica casata dei Nérac, antichi proprietari terrieri in quel di Normandia. L’esotismo dei luoghi non deve distrarci dal fatto che il tutto è in mano a una scrittrice italiana degli anni del boom, un’autrice che ha vissuto di prima mano l’esperienza della seconda guerra. Lo dico perché, nella prima parte del romanzo, latitano riferimenti all’occupazione nazista in Francia, usati per dipingere un mondo moderno e post-bellico, al cui interno permangono sacche ancestrali di orrori e superstizioni. L’ambientazione non è lontana dallo sfaldamento delle istituzioni italiane dopo il ’43, quando la penisola precipita in una frammentarietà che lascia gli italiani allo sbando, senza riferimenti, nella divisione di due Stati contrapposti. Bombardamenti, scontri, miseria dilagante, vita nei rifugi sotterranei, sfollamenti, sono echi ancora vivi negli anni ’60; la vicenda narrata dalla Emmolo pare prendere l’avvio in un periodo parallelo o di poco successivo a questo smarrimento, a questo vuoto lasciato dall’iconografia ufficiale del regime. Su questo sfondo postbellico la Emmolo costruisce un romanzo nero scellerato, una parabola del vizio in edizione tascabile. La trama, come dicevo già prima, più che ai Lewis, Maturin, Radcliffe del caso, rimanda, in modo velato (ma nemmeno troppo) alla pellicole Lo spettro di Riccardo Freda (1963), a sua volta ripensamento di un romanzetto intitolato La vecchia poltrona del 1961, scritto da Max Dave. Vediamo come. Nel romanzo vediamo la famiglia dei marchesi di Nérac dominare su un piccolo borgo sonnolento e superstizioso. Philp Néerac è un castellano senza nerbo, un pallido impotente sposato con una donna matura ma ancora piacente, Henrietta. Attorno a loro, la figlia minorenne Hélene, il losco amministratore della proprietà Armenieu, alcuni servitori, Chenal il bibliotecario del castello. Armenieu ha una tresca con la marchesa e trama per ereditare tutte le fortune dei Néerac. Armenieu si macchia di un delitto orribile, lo stupro e l’uccisione della piccola Hélene, inoltre fa ricadere la colpa del misfatto sull’innocente Chenale, che a sua volta viene (o così sembra) ucciso e affogato. Anche se la trama non sembra coincidere affatto col film di Freda, ecco che poi, nel suo svolgimento, la Emmolo tradisce una conoscenza diretta della pellicola (uscita soltanto l’anno prima). Anzitutto il finto titolo originale del romanzo è proprio “Le spectre”. Secondo lo spettro dell’innocente Chenal appare sulla vecchia poltrona (oggetto ben presente sia nella pellicola di Freda che nel romanzo di Max Dave) nella camera di un sovraeccitato Armenieu. Terzo, la tresca tra Armenieu e la marchesa Henrietta rimanda palesemente a quella tra Margaret Hichcok (Barbara Steele) e il dottor Livingstone (Peter Baldwin) nel film di Freda. Quarto: simile la scena in cui l’abate Perrier chiede di parlare col marchese Nérac, ma Armenieu glielo nega. L’incontro somiglia alla schermaglia piena di sottintesi tra la Steele e il reverendo Owens (Umberto Raho). Altra similitudine, la malattia che colpisce Néerac, trasformandolo in una larva, in un infermo, la cui vita è appesa ad un cardiotonico in gocce che gli deve essere somministrato dalla moglie e dall’amante di lei. La figura emaciata e spettrale di Nérac pare quasi un calco di quella di Elio Jotta nella pellicola. E ancora, molte somiglianze tra lo stato ansiogeno in cui precipita Armenieu dopo le apparizioni spettrali delle sue vittime e lo stato di sovra-eccitazione della Steele. E che dire della scena in cui a Nérac moribondo, viene negato il cardiotonico e viene lasciato morire sotto lo sguardo di Armenieu e della marchesa? L’unica differenza è che nel film di Freda è la Steele a dirigere i giochi, mentre qui la figura della marchesa è passiva, e a portare avanti i suoi propositi folli e sadici è la figura dell’amministratore del castello. Armenieu, appunto. Personaggio che verso la fine del romanzo (non rovinerò la lettura a nessuno, tuttavia preme sottolineare che come nella trama de “Lo spettro” e della “Vecchia poltrona” anche qui l’armamentario gotico fa da sfondo a un giallo psicologico che non ha nulla di soprannaturale) inizia a deragliare nella sua follia sadiana, aggirandosi tra le ombre e le sepolture necrofile del castello. Ciò che appare evidente è che la Emmolo abbia, con maestria, destrutturato il plot di Freda (ovviamente per non pagare alcun diritto) e lo abbia ricostruito con altri personaggi, in un contesto simile, almanaccando delizie lugubri, scene delittuose e un fuoco perverso che accende e muove le azioni dei personaggi, burattini senza psicologia, marionette necrofile all’insegna del Divin Marchese. Giova inoltre ricordare che questo sinistro casolare letterario di macchinazioni esce nelle edicole nel marzo del ’64, non un anno qualunque, non un anno senza fortissime implicazioni gotiche. Pochi mesi dopo, durante l’estate, scoppierà lo scandalo del Piano Solo, prototipo del golpismo potenziale che farà da sfondo a buona parte del decennio successivo e che qui vede protagonista il capo dello Stato Segni, affascinante figura di uomo di Stato conservatore fino al midollo, ossessionato dal terrore e dall’avversione per i socialismi vari, mosso da un timore irrazionale verso imminenti colpi di stato comunisti. Il regno paranoico in cui avversa la mente del presidente Segni mi ha sempre ricordato, chissà perché, quella dei personaggi del bellissimo gotico di Giorgio Ferroni La notte dei diavoli, dove sparuti abitanti di borghi dimenticati vivono col terrore notturno di impalpabili vampiri folclorici. Ma credo di essermi allontanato dal romanzo della Emmolo, o forse no?

Leggo Rito di iniziazione di Christian Busch. Busch ovviamente non esiste. Si tratta di Renato Carocci, una delle colonne dei KKK e dei Racconti di Dracula. Su di lui, se cerchi su internet, non trovi nulla. Altro scrittore inghiottito dal nulla, come se non fosse mai esistito. Oggi la scena è dei vari Trevi, Di Pietrantonio, Bajano, Caminito, tanto per citare i finalisti dell’ultimo premio Strega. Autori di cui mi importa nulla. Carocci che faccia aveva? Ci campava con questi romanzi? Quando è morto? Domande che rimarranno senza risposta. Ma servono a poco per inquadrare il suo romanzetto da edicola. “Rito di iniziazione”, bel titolo, bella copertina (del solito Caroselli). Di che parla? E qui le cose si fanno interessanti. Perché dei KKK e dei “Dracula”, stringi stringi, mi sforzo di investigare e dare sostanza a titoli e autori svaniti, anche se l’80% delle volte si tratta di una fatica vana, perché si tratta di romanzi tirati via coi piedi (per non dire altro); tuttavia un 10, 15% di roba interessante la trovi, un 5% di roba notevole pure. Avrai già capito che “rito di iniziazione” rientra in quel 5%. La trama sembra poca cosa: una Londra al centro del mondo, una ragazza moderna (siamo nel 1966, data di uscita del fascicolo, il n. 75 della collana) di vent’anni, fisico ossuto, da modella, capelli biondi, sensuale. Una ragazza che ama la musica rock, ballare, uscire la sera coi coetanei. Tuttavia, come impone la morale, non disdegna le frequentazioni con un giovane bene e un medico più anziano (ma dal portafoglio ben guarnito). Lei si chiama Jule, il ragazzo compagno di studi Richard, il vecchio cerusico George. Potrebbe finire qui. Solo che Jule ha fame di esperienze nuove, vuole mordere la vita, vincere la noia di un’esistenza borghese con padre professore e madre provincialotta. Tutto comincia con una seduta spiritica all’acqua di rose a cui la porta il coetaneo Richard; la seduta viene condita con boccate di marijuana e la visione della medium che profetizza una rivoluzione in cui la razza bianca se la vedrà coi neri (in anticipo, lo sottolineo siamo nel ’66, di qualche anno rispetto ai deliri di Charlie Manson). Tutto questo nelle prime pagine, sorta di canto libero a quel mondo lunare impregnato di spiritismo, allucinogeni, psichedelia e stranezze fuoriuscito e cantato dal Mattino dei Maghi di Pawles e Bergier. Dopo la seduta medianica, Jule si tuffa nuovamente nel suo mondo fatto di studi svogliati e bar conditi da zazzeruti, rumori e alcool. La svolta arriva quando il solito Richard la porta in un casolare di campagna semidiroccato. Qui, tra fiaccole fumose e gente incappucciata, Jule entra in contatto con una setta satanica da manuale; i tizi vestiti da frate, le ragazze nude, il capo misterioso della setta, le fiaccole, il casolare abbandonato, Jule in qualità di novizia, un’altra ragazzina in catene nel ruolo della vittima da sacrificare e da immolare su un altare improvvisato; croci di S’Antonio, l’orgia di corpi senescenti che segue al sacrificio, droghe da somministrare alle vittime. Insomma tutto quel che si vede sullo schermo di allora, basti pensare a certi film nostrani come La notte dei dannati, La corta notte delle bambole di vetro, Tutti i colori del buio, Il profumo della signora in nero, senza dimenticare il seminale Rosemary’s baby di Polanski. Peccato che tutti questi film vengono dopo il 1966. E qui infatti sta già uno dei punti a favore di Carocci. “Rito di iniziazione” sembra anticipare (nelle forme, nella struttura, nei personaggi, persino in alcuni passaggi narrativi) quasi tutto il pecoreccio satanistico che sarebbe venuto dopo.

Una lettura attenta (la riunione dei membri della setta che accusano e condannano una fuoriuscita, le riunioni in località di campagna isolate, fra persone mascherate di cui nessuno conosce l’identità) mandano in modo palese al film “La settima vittima” di Mark Robson e alla novella “Doppio sogno” di Schnitzler, riletti con il gusto pulp tipico di queste pubblicazioni da edicola. Carocci nelle sue messe nere ci dà dentro come un Renato Polselli pornomane, esasperando le orge, il cumulo di corpi di uomini e donne di ogni età, la feroce ricerca di carni tenere da straziare e possedere, in un delirio pruriginoso di mani adunche e bagnate di sangue (e chissà quanto hanno apprezzato i lettori dell’epoca?!?). Potrei finirla, tanto la bellezza di questo romanzo è qui, nella capacità di intercettare i sapori di un’epoca, nel mescolare modernità (non ci sono i cascami soliti del gotico passatista, e anche il satanismo messo in scena è già quello acido e nichilista dei vari La Vey, Crowley, Anger, Mercier), nevrosi, magia sessuale. Aggiunge la scrittura di Carocci, qui nervosa, veloce, quasi cinematografica nel pennellare le scene; altro elemento a favore la capacità dello scrittore nel delineare un personaggio femminile in linea con l’immaginario collettivo dell’epoca. Una donna giovane, alla ricerca della sua indipendenza, pronta a fare esperienze estreme pur di rompere la routine borghese della famiglia benestante e degli studi; tuttavia, anche dopo le serate orgiastiche nella setta, dopo le sevizie e le violenze a cui assiste e di cui è vittima e carnefice, Jule, in una scena tra le più belle, si sofferma sulla porta di casa, mentre la Jaguar di Richard si allontana, a meditare sul matrimonio e le sue comodità economiche. Jule, personaggio di cartapesta senza le pretese realistiche di tanto King, mostra di avere già le contraddizioni dei figli del boom, pronti a scalare il cielo dell’ideologie e poi rientrare nei confort della società che li ha partoriti. “Rito di iniziazione” è un horror moderno che intercetta molte sfaccettature colorate di quegli anni sessanta e le mescola tra loro con un’originalità. Certo siamo pur sempre dentro una collana da edicola di romanzi scritti di getto, strutture narrative scombinate che servivano soltanto a inanellare una scena sessuale dietro l’altra. Tuttavia “Rito di iniziazione” rimane una fotografia nitidissima di un certo modo di fare il genere. In alcuni momenti, la rabbia nichilista della setta, al netto delle coglionerie pecorecce di prassi, somiglia a quella dei potentati economici di “La corta notte delle bambole di vetro”, così come i gregari, i giovanotti assoldati dai facoltosi signori monetari, somigliano ai ragazzotti marionetta delle derive destrorse che si riveleranno nei ’70; penso ai miscugli esoterici di molti neofascisti sanbabilini, nei cui riferimenti culturali potevi trovare la musica dei Genesis, di Battisti o della Pravo, alternati alle teorie aristocratiche di un Evola, a ai testi oltretombali di Franco Freda, come alle coperture e ai suggerimenti dei servizi segreti.

Il 5 agosto del 1968 le Edizioni Periodici Italiani fanno uscire nelle edicole questo romanzo di Laura Toscano, Alle soglie dell’inferno. Dalla sinossi si capisce subito che l’autrice riprende da vicino la fosca vicenda della contessa sanguinaria ungherese Erzsébet Bàthory. A mio avviso la Toscano deve avere nella mente la lettura del libro della scrittrice surrealista Valentine Penrose, uscito in Francia nel 1962. La Penrose ripercorreva le gesta della sanguinaria di Csejthe, utilizzando il resoconto del processo (ritrovato da un padre gesuita nel 1729). La Penrose, fin dalla premessa al suo magnifico lavoro, ci avvisa che le rovine del castello di Csejthe sono ridotte a un ammasso su uno sperone dei Piccoli Carpazi. In quelle rovine infestate, nelle cantine abitano i fantasmi e i vampiri del gotico. La Penrose narra le fosche vicende con uno stile surrealista, una prosa astrale piena di patiboli, mandragole, filtri d’amore, vizi solitari, ossessioni feticistiche, cavalcate notturne e silenzi a cui non siamo più abituati. La contessa Bàthory appare come un’ombra opalina bagnata dalla luce d’argento della luna, un triste babbuino melanconico, un pupazzo di sangue e narcisismo spinto al delitto da capriccio e gusto atavico di fanciulle sventrate. Le parole della Penrose sono candele traslucide sulla pagina, lontani giochi d’ombra di una donna moderna in un’epoca di cadaveri morenti e feriti, una donna che cede al più grande peccato della vanità: il voler essere bella senza fine. La megalomania della Bàthory somiglia a quella d’una sacerdotessa achea fuori tempo, donna d’Egira che s’aggira per cripte della coscienza, in un mondo folklorico popolato di fattucchiere, radici di belladonna, fegati di animali e scorrere annebbiato di liquidi. I cortili di Csejthe si schiudono come pozzi insanguinati, inferni danteschi e sotterranei che hanno già la luttuosa tassonomia del gotico barocco.

Attorno a Csejthe la visione allucinata di un’umanità povera, afflitta, degradata, ragazze senza dote pronte per il gerontocomio demoniaco della contessa. Dicevo di una scrittura allucinogena, labile, ipnotica, infittita di papavero rosso e tenui personaggi di contorno che fluttuano in cima ad alti pali, tra cimiteri di campagna e bandiere contro i vampiri. E se Gilles de Rais non cessava di borbottare sul patibolo per i carmelitani di Nantes, Erzsébet scivola nel grigio mutismo della sua cella senza luce, con gli occhi colmi di fantasmi che si rigenerano a ogni nuovo racconto. Nel ’68 la Toscano, probabilmente infiammata dal libro della scrittrice surrealista, si cimenta ancora una volta con la contessa: schiude il mondo sotterraneo del castello e racconta la medesima storia, in un girotondo che ricorda certi gotici di Margheriti. Anche la Toscano prova a sfoggiare una scrittura piena di echi, una miniaturizzazione di quella della Penrose; veloci ricostruzioni storiche e atmosferiche, frammenti colorati iridati di storie sussurrate a mezza voce dal popolino. Tra scene al chiaror di luna e corpi trascinati nei boschi, la Toscano si affida maggiormente ai personaggi di contorno, fedeli servitori d’incubo come un nano deforme, una vecchia strega, un mercante di bambole, in un puzzo che fermenta un gotico pulp e scaduto di grande effetto. L’epoca è quella buia di un ultimo feudalesimo ove la contessa può divertirsi con le sue tenaglie d’argento sui corpi delle giovani contadine. La contessa è completamente nuda, le bacinelle lorde di sangue virginale. L’orgia di sangue riprende, senza soluzione di continuità, con un finale sospeso, che per una volta non chiude. Tutto questo in pieno ’68, in un mondo che di castelli lugubri non vuol più sentir parlare. Mentre il volumetto pulp esce nelle patrie edicole, il mondo è sul punto di cadere in preda del caos. A New York e San Francisco i giovani se ne stanno sdraiati sui prati, indossano abiti eccentrici e variopinti da mendicanti; è il “flower power”, il mito di una “hippyland” cresciuta all’ombra di Thoreau e Huxley. La nuova gioventù cerca altro rispetto alla moneta falsa dei valori borghesi; Freud, Nepal, Mao, Trotzky si miscelano con droga e ricerche metafisiche.

Intanto il lugubre castello di Csejthe se ne rimane arrampicato ferrigno e misterioso, nel suo liquore primigenio: un’ultima nota.

Chi leggeva questi volumetti?
Bissoli, ok.
E poi?

Un venditore di Lanzo Torinese con cui sono in contatto mi ha raccontato di aver svuotato una villa piena di materiale pornografico ed erotico accatastato in oltre quarant’anni da un pornomane vero, uno che comprava tutto quello che usciva in edicola tra gli anni ’60 e ’70 e per ogni testata ne prendeva un sei, sette copie, tutte conservate in modo perfetto. Da quel mare di carta è uscito di tutto, collane e immagini di cui non ci si ricordava più. Sempre il venditore mi ha raccontato che da certe riviste uscivano pure delle polaroid scattate dal pornomane, immagini casalinghe che riproducevano (con amiche sconosciute) le pose di certe foto sulle riviste. Una infinitesimale parte di quella collezione l’ho comprata io.  Ecco, questo doveva essere un lettore ideale di allora. Altri? Studenti? Militari? Impiegati fantozziani? Uomini soli e insoddisfatti? Politici? Censori (il Sordi del “Comune senso del pudore”, su questo, ha scritto una pagina definitiva)? Donne, perché no? Una risposta la potremmo dare sfogliando le lettere che i lettori (sempre sian vere) inviavano a quelle riviste. Prima o poi mi ci metto, lo prometto.

Per tornare al libro.
Non solo le stragi generano fantasmi.
Anche i libri ne sono pieni…