Le piccole aziende nostrane, frammentate, si trovano lanciate su una competizione ormai su scala mondiale. Competizione ampliata, risorse limitate. Amazon che invade i mercati europei. Apple nel 2007 con i primi smartphone. Internet su larga scala. Poi crisi economica, frammentazione del mondo lavorativo, precariato giovanile, un’Italia arretrata nei settori strategici della ricerca e nel lavoro culturale. In quel bailamme i generi erano spariti o quasi. Vivevano per piccole nicchie di collezionisti. Collezionisti poco motivati a scoprire e valutare opere di altri autori senza frapporre i propri gusti e interessi personali. Piccole nicchie ai margini di un’editoria sempre più indistinta, omogenea, piegata alle esigenze di marketing e alle mode del momento. Il genere thrilling, o Italian giallo, trasformato in polpettoni psicologici dove lo scrittore gioca a fare il gatto col topo-lettore per ingarbugliare le trame. Sugli schermi il genere si indebolisce, si notato esperimenti vintage girati tra le quattro mura domestiche o incapaci di leggere la contemporaneità.
Il self-publishing muoveva i primi passi. Le case editrici a pagamento, già anticipazione dell'autopubblicazione, spremevano i poveri scrittori sprovveduti che si affidavano a loro. Nel sottobosco underground c’erano voci interessanti: Alda Teodorani faceva uscire dei libretti colmi di sesso e delitti, storie torbide che richiamavano le pellicole degli anni d'oro, ma che allo stesso tempo si confrontavano col tempo presente, con un cambio di paradigma anche nelle modalità del consumo e della fruizione letteraria. Alda Teodorani tirava dritto per la sua strada. L’avrebbe pagata, rimanendo sempre ai margini dell’editoria che conta. Di quel periodo anche alcune pubblicazione di Antonio Tentori, interessato a fare rivivere, cercando di riproporlo, il thriller cinematografico, ma senza mai riuscire perfettamente a ricreare un correlativo oggettivo di quel cinema su carta. Quel che mancava, in lui come in altri (Astori, Baraldi, Barbato), era la ricerca di una lingua in grado di ripristinare gli arabeschi di quelle immagini su pellicola e di quelle musiche - morriconate, dicevano per spregio - ma non solo. Si tratta di concepire un tilt del sistema che funzioni come l'analogia poetica e che sia foriero di emozioni violente e labirintiche. Uno studio sulla lingua che presuppone una conoscenza del mezzo difficile da possedere.
Tra gli editori, oltre a Stampa alternativa, Il Foglio letterario di Piombino usciva con una collana di genere (Fantastico e altri orrori) e con libri in catalogo (di valore) di Gordiano Lupi, Maurizio Cometto, Luca Barbieri. In quella collana, nel 2009, uscì anche il romanzo thriller di Giovanni Buzi, uno scrittore e pittore che insegnava Cultura e lingua italiana al Parlamento Europeo di Bruxelles e scriveva raccolte di racconti surreali che avevano come epicentro tematiche sensuali e tortuose, in cui l'elemento conturbante si sposava con quello grottesco. Buzi esibiva nella sua scrittura molte somiglianze con la penna abrasiva, vetrificata, contratta, estremamente morbosa di Alda Teodorani, e non a caso considerava Teodorani la sua scrittrice preferita. Con La signora dalla maschera d’oro (Il foglio letterario, 2009) scrisse uno dei più notevoli esempi di thriller di quel decennio.
Il thriller degli anni ’70 è stato qualcosa di irripetibile: bamboline, musiche sperimentali che creavano con i colori pop delle immagini inserti di videoarte su tematiche violente, feticistiche e tortuose. E poi suggestioni erotiche, atmosfere asfissianti, sensualità maniacale, i corpi delle attrici ridotti a manichini senz'anima, la costante sfiducia nei confronti dell'elemento razionale costituito dalle trame. Quel cinema aveva soprattutto (non solo il thriller, bensì tutta quella produzione nostrana) la capacità di fondere musica e immagini in modo esteticamente sublime. Quel cinema era popolare e innovativo, vivo, vitale, lontano dagli stereotipi televisivi di oggi o dai prodotti delle piattaforme streaming odierne. La produzione su carta degli anni Settanta, attenta quanto il cinema a catturare i gusti polarizzati del pubblico, e anch’essa ancora molto libera rispetto alle pubblicazioni attuali, cercò in quegli anni di star dietro a certe forme di intrattenimento popolare: fotoromanzi, soprattutto i fumetti pocket, i neri, i porno horror, i porno erotici, tutta quella selva di eroine partorite dalla mente di gente come Renzo Barbieri e Giorgio Cavedon.
La letteratura contava su autori che plasmavano il genere giallo - più antico e codificato - e lo portavano verso la mutazione del thriller, adattando le trame e la lingua alle esigenze di un genere attiguo, ma diverso. Giorgio Scerbanenco ne è il migliore esempio, anche se il suo lavoro resta a cavallo tra giallo, thriller e, soprattutto, noir. E poi vi erano molte collane da edicola, in particolare quella di Marco Vicario KKK I classici dell'orrore: una serie che, negli ultimi anni di vita editoriale, cercherà di pubblicare dei veri e propri equivalenti (originali) di tante pellicole thrilling del periodo. In realtà la scrittura dei KKK I classici dell'orrore, più che ai modelli alti di Argento, faceva riferimento alla formula dei film imitativi, proponendo soggetti originali non molto dissimili da film come La polizia brancola nel buio o I vizi morbosi di una governante. Quei testi da edicola li scriveva soprattutto Laura Toscano, scrittrice e poi sceneggiatrice televisiva che aveva capito alcune cose della modernità di quei film di suspence che si vedevano sullo schermo e ne cercava una traduzione su carta; come avveniva nelle pellicole, i testi di Laura Toscano non puntavano sulla razionalità dell’intreccio, ma costruivano plot scarsamente realistici, insistendo su elementi sessuali e ossessivi, dilatati nelle poche pagine a disposizione. Si affidava a una prosa breve, veloce, tagliata e velocizzata, ma capace di rallentare e diventare ipnotica, avvolgente.
Delirio, frenesia dei sensi, personaggi loschi, tarati, deviati, deformi, comunque sempre sopra le righe. L’ombra di una cronaca nera astratta a far da sfondo, con allusioni in particolare alla strage avvenuta nell’estate del 1969 a Bel Air. Anche un giovane Tiziano Sclavi, per un'altra collana da edicola della Campironi, uscirà con un testo seminale, ma dimenticato, capace di interpretare gli ossimori delle pellicole dell’Italian giallo: "Un sogno di sangue" è una novella breve affidata a una scrittura controllata, levigata ed estremamente sintetica, visiva e letteraria al tempo stesso, con una costruzione di frasi perfette e taglienti, frasi che alternano descrizioni ellittiche, iper-reali, a fantasie astratte. Scrittura pensata, capace di far sintesi, di costruire atmosfere, di essere allusiva, non inondata da inutili dialoghi, da psicologismi d’accatto, da pretese intellettuali esibite per calcolo. Una scrittura tersa, quasi pesata e tarata per essere consumata in un’unica seduta ipnotica di lettura, cercando con la sola scrittura di rendere l’effetto dirompente dell’impasto estetico delle immagini (dettagli, colori, movimenti di macchina) con le musiche di allora, partiture sperimentali che non si limitavano ad accompagnare le scene, ma anzi spesso le sopravanzavano, le sommergevano con architetture sonore che erano più interessanti delle scene per cui erano state scritte. Sclavi ne darà l’esempio migliore, la miglior trascrizione letteraria del genere, per il resto affidato a una trama piena di delitti, allucinazioni, visioni dei delitti, particolari mancanti, assassino nerovestito, commissario tabagista, falso sospettato, ragazzine, studentesse dei turbolenti anni ’70 e degli eterni corridoi, siano scuole o collegi, riformatori. Dopo? Il diluvio, direbbe Battisti. Poco, diciamo noi. All’estero, chi si avvicinerà a questa formula sarà Robert Bloch, in particolare quello de Il regno della notte, già tradotto in Italia nel ’74 per Garzanti con altro titolo. Poi tutto finì e arrivammo noi. Orfani di un mondo al quale avremmo voluto appartenere. Nel frattempo, nel mondo reale la cronaca nera si modificava radicalmente: ai delitti maniacali, pochi ma paurosi, della cronaca (Firenze, Udine, Modena, Milano) seguirono i volti angelici dei Raffaele Sollecito, Amanda Knox, Alberto Stasi, oppure quelli imbruttiti da povertà e deliri farmacologici dei satanisti di provincia, nipoti minori degli adepti stagionati ma altolocati di tante pellicole su tema satanico degli anni ’70.
E Buzi? Giovanni Buzi, da pittore, poi scrittore, coltivò nel segreto della sua stanza la passione per il genere e si produsse prima in un breve e folgorante racconto, "La collana di perle celesti", racconto che ha per tematica la trasformazione sessuale e che vinse anche il premio Profondo Giallo 2005 e venne pubblicato sui Gialli Mondadori. “La collana di perle celesti” riesce, in una ventina di pagine, a darci molto: una prosa abrasa, a tratti surreale. Al centro della vicenda una figura femminile con mantello di volpe rossa e veletta, sullo sfondo brutali omicidi maschili, occhi divelti, una Roma notturna popolata da chirurghi danarosi, figli viziati, locali all’ombra del Vaticano gremiti di palestrati in latex dediti a serate di sesso estremo. A colpire maggiormente è proprio lo spazio urbano che circonda gli eventi minimi della vicenda, una Roma piena di sesso, sospetti, tare, con un populismo strisciante che è già inoculato sotto la pelle dei pochi personaggi; pochi luoghi, una galleria d’arte, una clinica, per il resto ci si inebetisce già davanti alle immagini catodiche. Nell'anno successivo all'uscita de "La signora dalla maschera d'oro" Giovanni Buzi mancò, lasciando un vuoto letterario ancora oggi non colmato.
La signora dalla maschera d'oro, oggi pressoché introvabile, è un thriller antitetico rispetto a quello psicologico contemporaneo (si pensi alle opere di Donato Carrisi). Gli scrittori thriller contemporanei spesso si affidano a personaggi ricorrenti (cosa che serializza e stempera la libertà espressiva), annacquano le storie in un profluvio di pagine fitte di dialoghi e colpi di scena, costruiscono personaggi e situazioni che devono compiacere un lettore medio in cerca soltanto di un facile svago. In un termine semplice, creano un prodotto di consumo. Alcune di queste caratteristiche sono proprie anche dei testi di Stefano Di Marino, scrittore però capace di costruire romanzi solidi ma con un cuore pulsante, una vena sinceramente nostalgica verso i generi che si andavano praticando nel cinema di genere italiano del passato. Nel thriller Di Marino ci ha lasciato un gioiello come La casa delle salamandre.
Di quegli anni zero va ricordato anche Luca Di Fulvio, con L’impagliatore" e il curioso La scala di Dioniso (che avrebbe dovuto diventare un film di Salvatores e sulla carta era un inaspettato miscuglio di gotico e thriller), o ancora Demonio di Graziano Diana (anche qui all’inizio doveva essere un film, poi saltò e l’autore riadattò la storia - un thriller orrorifico sulle stragi famigliari - per il cinema). Nel decennio precedente si concluse la più interessante opera italiana di genere thriller: la trilogia di Laura Grimaldi Il sospetto", La colpa e La paura. Torniamo a Giovanni Buzi. Quando "La signora dalla maschera d'oro" uscì per Il Foglio letterario se ne accorsero in pochi. Un critico e scrittore intelligente come Matteo Mancini avrebbe poi capito la bravura di Giovanni Buzi. Stessa cosa dicasi per l'editore e scrittore de Il Foglio letterario Gordiano Lupi. Come Sclavi, come nei migliori KKK I classici dell'orrore di Laura Toscano, Buzi costruisce un romanzo veloce, ben scritto, conciso, con un impasto letterario per nulla grossolano, squarciato da momenti di delirio, scene sessuali senza freni, violenza e uno sfondo contemporaneo. Sono gli ultimi scorci degli anni zero, di un mondo popolato da personaggi ben lontani dalle studentesse di Sclavi o dai cortei di protesta di tante immagini in bianco e nero. I giovani che popolano le pagine del libro sono anonimi, soggetti che passano le serate a raccontarsi fatti insignificanti al telefono, a fumare, bere, andare in discoteca e cercare sesso facile.
Buzi mescola atmosfere gotiche alle chat erotiche, l’alpha e l’omega, il caldo e il freddo; giovani insignificanti, vocianti e pettegoli, già amorfi dopo le botte di Genova, arresi a una vita precaria fatta di sottomissioni lavorative e adempimenti programmati dalla società (produrre, consumare, crepare). Uno di loro, annoiato, finisce su una strana chat erotica, dove una donna conturbante lo adesca: è la signora dalla maschera d’oro, forse una prostituta su internet, corpo raffinato, unghie aguzze, pelle chiara, autoreggenti di seta nera, un mantello di velluto a coprirne il resto. Chi è? Cosa vuole? Luca, il giovane irretito nella chat, si fa trascinare sul Monte Cimino (l'ambientazione è Viterbo, in quell’alto Lazio etrusco carico di misteri, boschi e leggende che l'autore conosce bene, come testimonia il suo saggio William Turner in Etruria). Luca cerca un castello diroccato, una luce verde di lanterna lasciata dalla signora.
Nebbie, fossi, desolazione. La chat, l’autoeccitazione delle prime pagine, e poi lei, l’apparizione conturbante e sinistra della signora. Cosa vuole? Chi è? Il castello esiste davvero e nella mente il lettore lo immagina come quello di tanti gotici degli anni ’60. La castellana lo coinvolge in un’orgia satanica. L'estasi dei sensi, la confusione come amalgama pansessuale. La poetica di Giovanni Buzi insiste su questo tema fin dai primi vagiti. È una narrazione fitta di personaggi sessualmente non definibili, eccessivi, aggressivi e invasivi. Evidenti sono i riferimenti cinematografici: Tutti i colori del buio, La dama rossa, Ritratto di donna velata, per citarne alcuni. Buzi ha interiorizzato quel materiale narrativo e come Sclavi plasma un'opera tutta sua, una pastura chiarissima in cui tutto è ben amalgamato. Senza strafare, senza volere il pezzo di bravura. È solo scrittura di genere, pura, semplice, direbbe uno che se ne intendeva come Valerio Evangelisti. Nelle pagine successive si alternano sesso, rituali pagani, una figura mascherata e assassina. A metà libro compare la figura di un'ispettrice. Una luce di razionalità in un serraglio di eros e thanatos, insieme al contemporaneo divampare delle conoscenze sinistre su internet, il tutto fuso con rituali tratti dall'autore da un vecchio testo di Margaret Murray, Il Dio delle streghe, dove si parlava dell’antica religione del dio-toro.
Se le straordinarie pellicole dell'Italian giallo avevano creato un riferimento assoluto che l'editoria da edicola aveva cercato di imitare, esiste a oggi una scarsa possibilità che un testo come quello di Buzi possa trovare un equivalente nel cinema nostrano. La produzione thriller odierna è polarizzata sul versante del thriller psicologico ed è ben rappresentata da serie come You, prodotti efficaci che sembrano però essere stati creati da un team di psicologi chiusi per mesi in una stanza bianca e chiusa. E se il cinema francese contemporaneo ha spesso guardato indietro, con film come Amer, Un couteau dans le coeur e Titane, difficilmente la nostra cinematografia è riuscita a far convivere lo spirito degli anni d'oro con tematiche e ispirazioni attuali. La sola pellicola che oggi appare l'equivalente cinematografico del testo di Buzi è la nostrana Tulpa - Perdizioni mortali di Federico Zampaglione. Così come il romanzo di Buzi fu in grado di trasferire lo spirito di quel cinema nel mondo contemporaneo, il film di Zampaglione riuscì a reinventare nell'oggi l'anima di quel cinema irripetibile.
