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Lo avevo anticipato in chiusura alla recensione di Domingo il favoloso, il nome di Italo Cremona mi incuriosiva e mi sarebbe piaciuto trovare il tempo per approfondire qualcosa di suo. Complice il classico colpo di fortuna, dopo qualche giorno dalla fine del libro di Giovanni Arpino, in una delle librerie di seconda mano che sono solito frequentare, riesco a recuperare La coda della domenica, romanzo che Cremona pubblicò nel 1968 con Vallecchi, nella collana Narratori.

Confesso, avrei voluto recensire Le venti giornate di Torino di Giorgio De Maria in tempi non sospetti, nell’edizione del 1977 de Il Formichiere, per potermi fare bello su queste pagine. Poco male, ci ha pensato Frassinelli a ridare il giusto slancio al libro, facendoci conoscere uno scrittore non solo interessante, ma di quelli che piacciono a noi: misterioso, dimenticato, per certi versi di culto. Spinto dal desiderio di saperne di più, ho assistito all’evento numero tredici (un caso?) del Festivaletteratura di Mantova, dal titolo La stella nera di Giorgio De Maria. I due relatori, Cora De Maria e Luca Scarlini, non solo hanno rievocato i fantasmi e i tormenti di un genio tornato a interrogarci dall'Aldilà con le sue allucinazioni, ma hanno fornito agli astanti anche alcune suggestioni letterarie, per approfondire il tema di Torino come città magica, ma anche diabolica e metafisica. Tra i titoli emersi, Minuetto all’inferno di Elémire Zolla, L'ultima notte di Furio Jesi, La coda della cometa di Italo Cremona e infine Domingo il favoloso di Giovanni Arpino. È triste constatare come si tratti ormai di autori non più di moda, pur essendo stati un tempo scrittori “di peso” nel panorama editoriale del nostro paese.

Vasco Mariotti può essere considerato, senza ombra di dubbio, uno dei padri del giallo italiano, almeno da un punto di vista anagrafico, visto che fece parte della prima schiera che negli anni Trenta dovette soddisfare l’esigenza del regime fascista, in ottemperanza al progetto autarchico, di sviluppare una produzione libraria autoctona1.

Nel 1988, secondo un sondaggio riportato dal giornalista Arrigo Levi, il 33% degli italiani credeva nell’esistenza del diavolo.1 Nello stesso anno, sondaggi più circoscritti – e limitati alla città di Torino, già di suo connotata da una certa reputazione sulfurea – consentivano di precisare il dato, con qualche piccola sorpresa. Nella città della FIAT e dell’Einaudi, nel 1988, credevano al diavolo il 18,7% degli uomini e il 19,3% delle donne: un dato praticamente identico, dunque, alla faccia di una presunta propensione femminile alla superstizione.

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