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Kinghiana File 2: anni zero, black house e case dell’eternità

La casa del buio è uno Sperling & Kupfer del 2002, scritto da Stephen King e Peter Straub (traduzione di Maria Teresa Marenco). Il romanzo, uscito nel 2001, due anni dopo l’incidente quasi mortale che coinvolse King nel 1999, appartiene di diritto all’ultima fase, quella giustamente definita da Giovanni Arduino, in un bel numero di Linus dedicato allo scrittore americano, malinconica e melanconica. In questa fase però, King raggiunge anche la sua piena maturità, quasi una piacevolezza narrativa (quasi) senza più padri o padroni.

In questi ultimi vent’anni, King cerca anche di trovare nuovi percorsi narrativi, avvicinandosi al romanzo puro con 22/11/63, di tornare al gotico letterario con Revival, fino a lambire i contorni del mystery con sovrannaturale con Joyland, o al mystery senza sovrannaturale con Mr. Mercedes. Che King sentisse da tempo il bisogno di aprire nuove vie narrative lo si percepisce proprio con La casa del buio: più volte affiora nella lettura, la sensazione di voler evocare universi narrativi lontanissimi dalla piatta quotidianità in cui King immerge i suoi personaggi e le sue storie (alcuni rimandi a moderni cannibali novecenteschi come Albert Fish e Friz Harmann, piccoli echi del Diciannovesimo secolo con atmosfere nebbiose, manicomi di alienati, fino a un’involontaria citazione sul cittadino amico che fa subito pensare, a chi conosce la questione, al Mostro di Firenze). Insomma La casa del buio, almeno nelle sue prime 400 pagine è un thriller in tutto e per tutto, molto più vicino alle atmosfere tese di un Jeffery Deaver o di una Patricia Cornwell che alle estati piene di bambini e mostri. King e Straub (autore molto più verboso di King) si avventurano in pieno nelle strade del thrilling, costruendo una storia inconsueta, per la prima volta un tomo in cui i personaggi principali sembrano messi in secondo piano rispetto all’atmosfera generale o alla voce narrante, spesso una sorta di voce-macchina da presa che compie carrellate dall’alto e ci fa assorbire i luoghi, i posti della vicenda, ancor più che i suoi interpreti.

La casa del buio è un affresco tenebroso di un’America (siamo nel distretto di Coulee, nel Wisconsin occidentale, a due passi dal sinuoso procedere del Mississippi) che si è appena affacciata nel nuovo millennio. I complotti confusi e irrisolti di Frank Black e della seria Millennium sono acqua passata. Il duemila non è quel luogo futuribile immaginato dalla canzone di Lucio Dalla: la narrazione impressionista di King e Straub fotografa un paesaggio depresso, a un passo da una nuova recessione. Nelle pagine di Casa del buio, si avvertono, in anticipo di qualche anno, gli effetti della crisi economica del 2007: negozi spettrali, fabbriche dismesse, una carrellata di non-luoghi augériani come drugstore, ferramenta e negozi di videonoleggio che ci ricordano come, anche solo venti anni fa, eravamo in un altro mondo, senza social media, iphone e la rivoluzione digitale di questi ultimi anni. Il mondo della Casa del buio ci appare lontanissimo e analogico, privo di personaggi indaffarati al cellulare o su Facebook, bensì ancora imprigionati tra negozi di elettronica e cartolerie. King e Straub evocano un’America da fine della civiltà urbana, pronta a un salto verso un qualcosa che ancora non si percepisce. L’apocalypse town in cui avviene la storia sembra collocarsi su una linea immaginaria di confine tra un mondo rassicurante e conosciuto e oscure case abbandonate, strade deserte, scheletri rugginosi di rotaie e fabbricati, ombre operose di un mondo lavorativo inghiottito dall’erba alta, dalla recessione e dallo spettro della disoccupazione. In questo qui e ora, si percepisce un paese in reale disfacimento, popolato da tranquilli (all’apparenza) cittadini e gang di motociclisti o operai in esubero; le zone periferiche e di confine sono attraversate da barboni senza speranza, vecchi cartelli di latta e un ronzio di mosche preludio alla distruzione del patrimonio immobiliare, alla disoccupazione di massa e al fallimento dell’industria americana. I sogni dell’Era dell’Acquario sono definitivamente tramontati e la nuova America del millennio è lontana dalle lande del new horror immaginato da Craven e Hooper negli anni ’70: disuguaglianze economiche e demografiche, anche senza essere sbandierate, serpeggiano tra le pagine e sui volti dei personaggi, quasi tutti delle comparse su uno scenario da wasteland infetta, un ground zero di polvere e piume, parcheggi abbandonati e insegne sforacchiate dai proiettili che ci ricordano di quest’America uscita come ipnotizzata dallo sfregio dell’11 settembre; l’ecatombe delle Twin Towers come ferita nell’immaginario collettivo mai rimarginata, una sorta di Piazza Fontana su scala planetaria...

Paure complottiste, emarginazione, razzismo, e l’ansia di scendere nella scala sociale di una società competitiva e aggressiva in cui gli invisibili e i disperati prosperano agli angoli delle strade, agli angoli dei Wal-Mart. Il crollo delle torri ha alimentato l’odio per i diversi, le ronde degli agricoltori nelle grandi pianure della West Virginia (come documentato in un bellissimo reportage di Dale Maharidge e Michael Williamson “Homeland, viagio nella madrepatria americana”, contemporaneo al romanzo), i canti gospel, una nuova corrente di cristianesimo pentecostale che ha esibito il vessillo di uno strenuo conservatorismo, mettendo al bando l’aborto e vedendo sospetti terroristi in qualunque mussulmano. Il Pentagono e le Torri hanno liberato un malessere spirituale profondo degli Stati Uniti, giustificando il bisogno di ingaggiare una guerra ben poco metaforica contro gli emissari di Satana in ogni parte del mondo. Ci ricordiamo di quell’America, di quegli anni, di quell’Europa, di quell’Italia? La casa del buio colloca in questo qui e ora la necrofollia del “Pescatore”, serial killer uber alles, un seriale che mutila e mangia quei bambini a cui King stesso, in altri libri, lasciava sparare cazzate per pagine e pagine. Qui non c’è spazio per la magia dell’estate infinita dei tuoi 14anni di bimbo mai cresciuto. L’ombra del pescatore inquina il distretto di Coulee, alimentando la paura e il sospetto degli abitanti, tanto che anche qui avremo un sospettato che rischia di finir linciato da una folla alimentata dal solito cronista di nera senza un briciolo di morale. I personaggi sembrano muoversi su una scacchiera già vista in altre storie, di altri scrittori thrilling. La vera novità è in questa prova, più descrittiva/impressionista, poco abitata dai personaggi e dalle loro storie; poi la vena sovrannaturale degli autori li spinge verso altri vettori, facendo deragliare in modo inaspettato il plot giallo. E qui, per la prima volta forse, King comincia a sperimentare quel thriller horror su cui tornerà col recente The Outsider1. Pian piano che le indagini (molto poco tecnologiche, molto confuse e inconcludenti, l’analisi del DNA in quei primi anni 2000 muove ancora i suoi primi passi) procedono, gli autori ci fanno capire che la soluzione degli omicidi, la vera identità del mostro, forse non è da cercare tra i vari concittadini, o non solo lì (fa bella mostra anche una sorta di ospizio per vecchi dementi, un luogo sinistro e gotico in cui i corpi dei pazienti sembrano fatti di carta velina, pronti per essere ospitati o usati come burattini privi di volontà;  e questa è un’idea che gli autori hanno senz’altro dedotto dal bellissimo romanzo di W. P. Blatty “Gemini Killer” del 1992); piano piano ci fanno percepire la presenza di un “altrove” infero che ne richiama altri. Un altrove che fa pensare a quegli aldilà immaginati da noi da Lucio Fulci e Dardano Sacchetti negli anni ’80, o ancora a un altrove a cui si accede per ascesa interiore, attraverso la chiave d’argento dei sogni (Lovecraft sembra evocato molto da vicino in certe pagine di King e Straub, soprattutto dalla capacità di viaggiare nei sogni di alcuni personaggi del libro), o ancora nelle paure notturne evocate da Laura Palmer nel suo diario (Sperling & Kupfer 1991), dove già i territori del thriller e dell’orrore si confondevano nelle paure, nelle fantasie sessuali e nei sensi di colpa di un’adolescente reginetta della scuola che scivola in un mondo notturno fatto di orge nei boschi, droga e la sensazione che esistano altri universi tangenti al nostro, universi celati dietro ai caloriferi o alle stufe, o nei granelli di polvere che ruotano nell’aria. “Il pescatore” di bambini di King e Straub potrebbe essere un parente prossimo del Bob di Laura Palmer e David Lynch, emanazioni del seme del padre o dello Sheol, o ancora di un inferno che è prossimo a quello indagato da Piero Camporesi in un libro tra i più belli e densi degli ultimi 40anni come La casa dell’eternità (ilSaggiatore, 2018). “Il Pescatore” è in realtà un Re Rosso dal cuore di pietra che evoca lamenti e catene, cita le legioni dei demoni che si impossessano delle persone, ma in realtà, dietro allo scenario degli orrori, la desolazione del romanzo è prossima a un postmoderno e postindustriale in cui non c’è più spazio per i magazzini urlanti e criminali dello scannatoio infero. Quel luogo eterno di fiamme e cucine infernali, di corpi insaccati, mutilati, lerci, infetti, amalgamati e inscatolati in cerchi, gironi e bolge da un dio fuochista e rigorosissimo, si svuota in un infinito liquido in svendita, fragile congegno mentale per un altrove che alligna come un tumore in un organismo sano. La porta sull’altro mondo celata dentro la Black House ci separa da una serie infiniti di mondi che ruotano intorni, mondi nei mondi separati da sottilissime membrane fatte di mille porte. Su facezie del genere ci si è perso anche Argento nei suoi anni migliori. Però il succo è quando questi altrove si toccano appena, generando panico e confusione, come un virus creato in laboratorio. Un veleno che aleggia attorno alla Black House (sono gli autori stessi a suggerire questo parallelo in una delle pagine del libro, quando ormai appare chiaro che la trama thrilling non può più trovare una spiegazione e una soluzione razionale). Ma quest’ombra di irrazionale, questa esplosione quantistica del male, molecola atomizzata di mondi differenti e dimensioni differenti che si scontrano trova quasi uno strascico, un suo doppio negativo in qualunque caso di cronaca nera. Al di là di ogni sentenza, di ogni prova costruita in laboratorio, rimane sempre la sensazione di qualcosa che non torna, a volte anche contro ogni buonsenso.

Leggo di recente un articolo sul caso della povera Desidée Piovanelli, massacrata da un branco di ragazzini e un adulto pedofilo in un casolare abbandonato a Leno, Brescia. Il fatto risale al 2002, i colpevoli sono stati condannati, eccetera. Eppure voci di paese, le convinzioni incrollabili del padre della ragazzina, alimentano il sospetto che i colpevoli (quasi come per la setta di pedofili di True Detective 1) non siano stati catturati tutti, che là fuori ci sia ancora qualcuno pronto a ricominciare. Forse c’erano altre persone che sapevano, hanno coperto, spalleggiato? L’articolo accenna, in modo fumoso e inquietante, a episodi gravissimi avvenuti in questi anni tra i vari residenti del piccolo paesino. L’ombra di un Outsider? Di un Re Rosso che dal suo mondo capovolto ha allungato le sue mani nell’inconscio degli adulti? L’universo narrativo della Black House, man mano che l’intreccio procede e si sfilaccia, sembra precipitare verso un’anarchia narrativa che è il preludio del caos (mai più King tenterà un libro così quasi esclusivamente affidato alla voce di un narratore onnisciente, coadiuvato da personaggi di secondo piano e da un protagonista, Jack Viaggiante, così riluttante a vestire i panni ad ogni costo dell’eroe). Scrivo in giorni di fase 2, in cui i territori devono essersi riaperti, e così i cancelli dei mondi paralleli del libro dove i corvi hanno nome Gong; il virus della Black House è strisciato nuovamente fino a noi: qualcosa si muove di nuovo a livello sotterraneo; mentre le città americane bruciano per vendicare l’assassinio di George Floyd e Trump, dal suo bunker, invoca blasfemo la Bibbia e il fucile, l’economia del mondo viene tenuta in vita ancora artificialmente. La pandemia del Covid si sta trasformando in una pandemia economica, in una bolla di disoccupati, di gente confusa, impaurita, sempre più arrabbiata e disperata. Stiamo tornando indietro agli anni zero? Basteranno le ginocchia della polizia a fermarli tutti? Intanto l’ombra attorno alla Black House sembra concentrarsi, espandersi, solidificarsi… I colossi del digitale sfruttano lo shock pandemico (il copyright è di Naomi Klein) per riorganizzare l’aldiquà: in un futuro prossimo a pochi privilegiati sarà consentito tutto a domicilio, mentre nei mattatoi del lavoro elettronico e digitale, masse di lavoratori tracciati lavoreranno ammassati e iper-sfruttati, affidati a un ecosistema di piattaforme che da remoto non saranno più disciplinate da alcuna forma di democrazia…

Ma non divaghiamo e restiamo ancora per poche righe sulla Casa del buio di King & Straub, luogo-porta spalancata verso un mondo di Frangitori, purgatorio di mostri seriali alla corte di un fantomatico Re Rosso, re pazzo, casa nera, cava nera, cosa nera, baluardo in disfacimento e crepitante di una letteratura di genere sempre meno definita, in dissolvenza tra le Hill House di questo mondo, luogo di mezzo, non-luogo narrativo che al delirio combinatorio sembra ripiegare su di sé in una sorta di hauntologia tardocapitalista affidata a una voce narrante che scivola accanto ai personaggi e a una storia fuori di sesto, che rinuncia alla precisione e si perde nelle assenze e assonanze della voce sovrannaturale della scrittura…

  1. Romanzo corposissimo di oltre 500 pagine, in cui la vena thriller (un assassino pedofilo e torturatori di bambini, ancora l’uomo nero in un’ennesima trasformazione dopo le 1000 facce del clown, un outsider, o El Cuco che dir si voglia, meno sovrannaturale rispetto ai fatti della Black House, creatura che si ciba ancora delle carni e del sangue dei bambini) è calata in un’America diversa, vent’anni dopo a quella sbandata e spaventata delle Torri e del Pentagono; la nuova America è quella dal 2016 in poi, l’America di Donald Trump, del “Make America Great Again”, (e qui leggo il bel libro di Francesco Costa, “Questa è l’America”, Strade Blu Mondadori, 2020), paese sempre meno rurale e meno bianco, più urbano e più multietnico, con la popolazione civile più armata del mondo, in cui è in atto una radicalizzazione estrema, esasperata dai nuovi linguaggi di Internet e dalle sofferenze provocate dalla gravissima eredità lasciata dalla crisi economica del 2007 -2008. La trama di Outsider cresce e si sviluppa in questo crogiuolo di cambiamenti radicali: almeno nella prima parte il romanzo sembra ricalcare i plot di certe fiction crime con tanto di impronte digitali, analisi del DNA, tabulati telefonici e tanta tecnologia, e abbandona la narrazione sfuocata e ondivaga della Black House, assumendo, anche nei personaggi e nella scalettatura, i tempi e i modi di tanta fiction thrilling alla Deaver e Cornwell, più quadrata e definita. Qui aleggia l’ombra aleatoria di un mostro dai tratti umanissimi, un pedofilo astratto che sembra emergere in assolvenza in tanti casi di nera degli ultimi anni. Recente, sui quotidiani, una nuova pista nella sparizione in Portogallo della piccola Maddie McCann: inquisito un pedofilo tedesco dalla vita nomade ed errabonda, un invisibile incappato per sbaglio nelle maglie della polizia di Milano. Ma si potrebbe citare anche il caso di Brembate, anche lì il DNA è stato l’unico elemento che ha incastrato un sospettato. Su queste strade, King torna di recente col racconto lungo “Se scorre il sangue”, sorta di seguito di “The Outsider”, ancora un thriller orrorifico che cerca di unire la storia recente del passato americano (il caso JFK, Timothy McVeigh, l’uragano Katrina, il Word Trade Center) con un’idea molto concreta di un Male che viene dall’interno e dall’esterno della società, un male che trova sempre nuove forme e nuove vie per risalire fino a noi…

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