Attualità

Kinghiana File 1: Delumeau, Defoe, King e L’Espresso (al bar) ai tempi del Covid-19

Il clima ansiogeno di questi giorni1 contagia la comunicazione televisiva e digitale: caccia alle mascherine, orribili racconti su malati intubati, cadaveri portati via di nascosto dalle autorità, ambulatori avveniristici e voli di biocontenimento; nell'età multimediale la potenza evocativa della comunicazione materializza nuovamente paure antiche di complottismo millenarista.

Un nuovo inconscio collettivo risveglia paure che la scienza e la modernità avevano messo via; dopo le torri gemelle, l’11 settembre e la crisi economica, ecco tornare protagonista del grande romanzo della paura il morbo, la figura medievale e gotica del monatto da lazzaretto rivista in chiave postmoderna. L’Espresso del 1 Marzo è come sempre un grande romanzo (gotico) sui fantasmi del nostro presente: già la copertina dai toni rosso fiamma e i colori acidi, presenta tre figure in tuta anticontaminazione, lugubri monatti tecnologici che sembrano usciti da dei fotogrammi ricolorati de La città verrà distrutta all’alba di George Romero (1973); l’editoriale di Marco Damilano presenta un’Italia lontana dalle rivolte dei gilet gialli parigini e chiusa in un'autovolontaria reclusione fai-da-te che esalta l’anarchismo di ogni regione, alimentando divisioni non più tra destra e sinistra ma tra centro e periferie. Le piazze, le fiere, gli stadi e le chiese vuote sembrano il paradosso di una classe dirigente di maggioranza e di opposizione paralizzata dallo spettro di una nuova recessione. Da dove viene questa volta “il nemico”? si chiede Massimo Cacciari, sottolineando come, un un’epoca di mobilitazioni universali di cose e persone, anche le pandemie diventano globali, rendendo utopica l’idea di riuscire a isolarsi o rallentare i ritmi infernali dell’economia. Splendido poi il collage tra le parole pronunciate da Aldo Moro nel febbraio del 1978 e il clima di euforico naufragio di questi giorni (Giuseppe Genna).

La Repubblica di domenica 1 Marzo occupa le pagine culturali con un pezzo di Stefano Massini su epidemia e letteratura. Massini elenca i nomi di Verga, Poe, London, in un personale baraccone di girovaghi linciati e portatori di contagio. Poi accenna con imprecisione a Defoe e sminuisce il colera di King a vantaggio di quello di Capuana. Il connubio di epidemia e letteratura è però interessante. La Wuhan lombarda è l’ultimo anello di una storia della paura in Occidente ricostruita da Jean Delumeau in La paura in Occidente (ilSaggiatore 2018, traduzione di Paolo Traniello): lo storico indaga un periodo ampissimo che va dal 1348 al 1800, ricostruendo il dialogo fitto tra collettività e paura; nel trapasso dal Medioevo al mondo moderno l’uomo conserva il rifiuto della novità, la diffidenza nei confronti dei vicini (spesso denunciati per stregoneria), l’impotenza maschile, la licantropia e le predizioni spaventose. L’onnipresenza della paura trabocca dal passato nel moderno, alimentando la sensazione che il passato non sia mai veramente morto e che la minacciosità del morto possa irrompere nella collettività. Dal XVI secolo la paura di esser sepolti vivi, mentre si era in preda a un sonno letargico, assunse vaste proporzioni. Sullo sfondo delle paure quotidiane, dal 1348 al 1720, arrivò la presenza della peste, morbo cronico e polmonare premonitore di un’umanità peccatrice passata a fil di spada dal Dio funerario della cultura ecclesiastica. Le cronache sulla peste sono un museo dell’orrore di spettacoli allucinanti, di tombe piene di cadaveri, corpi gonfi e mostruosi come il carbone, che lasciano una scia di sangue guasto. Villaggi e città assediate e messe in quarantena, poste a confronto con un’angoscia quotidiana che oggi risorge tra Codogno e Wuhan. Tagliati fuori dal mondo gli abitanti si separano gli uni dagli altri, chiusi nelle case con le provviste accumulate; anche allora, come oggi, le cronache mettono l’accento sull’arresto del commercio e dell’artigianato, la chiusura dei negozi, perfino delle chiese, la cessazione di ogni divertimento, le strade e le piazze vuote, il silenzio delle chiese rotto solo dalle campane a morto.

Nel 1722 appunto Daniel Defoe dà alle stampe un libro singolare: A journal of the Plague Year; Defoe si rifà al racconto degli eventi del 1665, quando l’autore aveva solo cinque anni. Nel romanzo però Defoe si presenta con le iniziali di H. F., forse lo zio sellaio Henry Foe, e mescola una massa di informazioni prese dalle cronache giornalistiche del tempo e condite dalla sua mente acutissima, in un originale impasto di cronaca e finzione. Defoe s’era già occupato della peste, in particolare dell’epidemia scoppiata nel 1704 nei Balcani e a quella del 1720 a Marsiglia e in diverse zone della Francia. L’interesse del pubblico era allora (come oggi) vivissimo, tanto che un mese prima del Journal, Defoe aveva preparato un altro libro sulla peste, il cui scopo era quello di convincere i cittadini inglesi della necessita di accettare di buon grado le eventuali restrizioni del Governo nel caso un’altra epidemia si fosse manifestata. Nel Diario dell’anno della peste Defoe elenca date e luoghi in cui il morbo fa la sua comparsa e di come l’allarme sociale cresca poco alla volta, contagiando ogni classe sociale. Il caldo della stagione favorì il contagio, tanto che il Governo dovette subito collocare barriere e cancelli sulle strade per impedire il via libera alle persone. Defoe registra un cambiamento d’umore nella City, un aspetto nel complesso diverso del viso delle persone, afflitte e tristi, e ancora molto angustiate. Allora come oggi si diffusero le voci di stelle fiammeggianti nel cielo, almanacchi popolari di scongiuri e sventure astronomiche. La gente si riferiva anche i sogni altrui, e c’era chi andava per strada e giurava di aver visto, brandita da una mano, la quale usciva da una nuvola, una spada fiammeggiante con la punta sospesa a filo sulla città; altri vedevano carri funebri e casse da morto per aria, o mucchi insepolti di cadaveri. Defoe almanacca le stranezze e i lunari di quei giorni di morte, registrando la febbre crescente di un delirio popolare che si affida sempre più a guaritori ed eminenti chirurghi testé arrivati a Londra. Inganno e ciarlatani, abracadabra di custodi per ogni casa infetta e il divieto di mettere in circolazione oggetti infetti. La sarabanda surreale scivola via fin sull’orlo di una grande fossa fatta scavare nel cimitero della parrocchia di Aldgate, sorta di buco nero in cui seppellire i morti e l’idea stessa del contagio. Anche Manzoni scrisse come la popolazione assalita dall'epidemia sia minata dalla follia, pronta ad azioni aberranti di sadismo, demenza e macabri carnevali.

Discorrendo ancora di peste, Delumeau ci ricorda che il primo impulso è dare un nome ai colpevoli, riportare l’inesplicabile sciabordio del morbo al processo comprensibile e nefasto di un seminatore di morte. Perché se l’epidemia è una punizione divina bisogna ricercare i capri espiatori delle colpe della collettività. I colpevoli potenziali sono stati decifrati anche nella Storia notturna di Carlo Ginzburg (oggi restaurato da Adelphi, con l’aggiunta di una postfazione d’Autore alla nuova edizione), viaggio fascinoso nel mondo dei morti, dove lebbrosi, ebrei e streghe si saldano in un comune destino di marginalizzazione e persecuzioni. Le paure escatologiche ebbero una recrudescenza in Europa a partire dal XIV secolo: Gioacchino da Fiore e un ritorno di millenarismo, i flagellanti del XIV secolo, gli anabattisti fanatici del 1534 e gli uomini della Quinta Monarchia nell'Inghilterra di Cromwell. Fascinazioni spirituali, come quella del Savonarola, che prima di farsi guida spirituale a Firenze, condivide con molti contemporanei la convinzione di un’imminente fine del mondo, tanto da stilare, nell’anno d’ingresso nei domenicani, un opuscoletto millenarista. La stampa e l’incisione giocarono la loro partita nel gonfiare le vele della paura, diffondendo per l’Europa moderna le Vite dell’Anticristo, le Rivelazioni di santa Brigida di Svezia, o il Pronostico dell’eremita alsaziano Giovanni di Lichtenberger. E già la Bibbia di Wittemberg, la cui prima edizione è del 1522, era dominata dalle incisioni apocalittiche di Durer. Negli ultimi tempi della fede, le folle si stringono intorno al vangelo o leggono (e si fanno leggere di nascosto) libelli canaglia contenenti i più diversi generi di predicazioni. A partire dal XIV secolo si fa posto una progressiva invasione demoniaca, alimentata dalla Divina Commedia e dalle Visioni di Tungdal, inferno nordico riempito di fuoco e ghiaccio, animali spaventosi, paludi fumanti, rospi, serpenti e altri orrori. La macchina diabolica ispira a profusione cataloghi e incunaboli illustrati più spesso editi in Francia e in Germania, gazzette e opuscoli, fogli volanti diffusi da maghi, esorcisti e venditori ambulanti; al termine delle guerre spossanti, nuove alleanze e filtraggi ideologici fecero fare l’abitudine agli eretici e ci si stancò di cercare i nemici di Dio sotto ogni sasso. L’offensiva su scala generale della minaccia, preludio generale di una fine, avrebbe trovato nuovo alimento non dall'ideologia religiosa, ma in quella scientifica, con l’atomica e le armi di distruzione di massa, vaso di Pandora moderno e grottesco su cui scrive un romanzo mastodontico Stephen King2. L’ombra dello scorpione (1978, prima edizione da noi della Sonzogno nel 1983) comincia tra il 16 giugno e il 4 luglio del 1980, quando Captain Trips (il nume del nuovo flagello, del novo morbo pestifero) si materializza in una stazione di servizio Texaco a centottanta chilometri da Houston; a portare il seme del contagio tra disoccupati e perditempo della cittadina di Arnette, una Chevrolet del ’59 (o del ’60) che emana un brillio polveroso nell’ultima luce del tramonto, quando la terra è già in ombra. L’automobile sobbalza e si sfracella sulle pompe di benzina, liberando un fetore e un puzzo malsano di sangue e materia fecale. Intanto l’ombra dell’anticristo cammina sulla sua cattiva strada, seminando prodigi, miracoli e inganni su cui già anche Calvino ci aveva messo in guardia, perché fra l’uomo e satana v’è “guerra continua e fin dalla nascita del mondo”.

 

  1. Lunedì, 24 febbraio 2020
    Le epidemie producono ottima letteratura, scrive Elena Stancanelli sulla Stampa. Mi alzo presto, voglio vedere se davvero la città si prepara all’arrivo della morte rossa. Non vedo nessuno in giro. Prendo la macchina e mi fermo a fare benzina; il benzinaio mi si avvicina con un’andatura altalenante, dice che ieri a Novara la gente ha preso d’assalto i supermercati, che l’aria è troppo secca, fa troppo caldo per febbraio e il virus si diffonde a velocità tripla. Lui però tiene aperto e non è molto preoccupato, mi confida che la televisione esagera. Guido fino al vicino Carrefour. Il piazzale è pieno a metà. Entro nel bar del centro commerciale: un uomo con gilet di pelle, pizzetto e abbronzatura irreale sta tergiversando con la donna dietro il bancone; credo si lamenti per il costo delle briosce, farfuglia qualcosa sui prezzi che ci sono a Milano, poi mi guarda e mi strizza l’occhio per tirarmi nella cosa. La donna non lo guarda, però, mentre gli serve un caffè, spiega paziente ed educata che lì le briosce le fanno a mano e le farciscono con abbondanti confetture. In effetti la caffetteria del Carrefour è molto buona. L’uomo si ritira a uno dei tavolini col suo espresso e sorride perso nei suoi ragionamenti. Nel bar ci sono solo altre tre persone: una signora anziana dai capelli bianchi a fisarmonica che raccoglie le sue briciole con un tovagliolo e un padre con la figlia seduti a un tavolino girato verso la galleria del supermercato. La donna dietro al bancone si porta verso la cassa e prende la mia ordinazione: ha un cappellino verde e degli occhiali. Mi gusto con calma il cornetto e sorseggio il cappuccino, chiedendomi distrattamente se la tazzina sia stata lavata e disinfettata per bene. Poi anch’io mi incammino verso l’interno del supermercato. C’è già una certa fila alle casse. Mi aggiro tra gli scaffali perdendomi più volte; cerco un prodotto, ne cerco un altro, ne dimentico un altro ancora, poi anch’io mi incolonno e mi guardo intorno, consapevole di aver smarrito il motivo che mi ha portato fin lì; la gente pare tranquilla, non hanno mascherine, fingono ancora una certa tranquillità, ma la preoccupazione è tradita dai carrelli ricolmi di prodotti. Alla cassa ritrovo il padre e la figlia del bar. Sento che parlano della chiusura delle scuole e la ragazza (credo una studentessa delle superiori) si chiede se i giorni di chiusura verranno contati come assenze; anche il padre (un signore di cui ricordo solo la barba bianca e degli occhialini sottilissimi dalle lenti tondeggianti) rimugina sulla cosa e la rassicura, anche perché la figlia ha già fatto alcune assenze per certi problemi di salute. A casa trovo finalmente il tempo per leggere i giornali. Sulla Stampa si parla del Nord ostaggio del virus e si vedono i carabinieri con la mascherina e i mitra. Nelle grandi città del nord i supermercati sono stati presi d’assalto ma non troppo; per ora la gente non rinuncia ancora al rito degli aperitivi, alle colazioni, alle cene. Amazon annuncia ritardi nell’evasione dei pacchi. Se qualcuno muore in questi giorni solo i parenti più stretti potranno partecipare ai funerali. Tende fuori dagli ospedali. Musei e cinema chiusi. Una virologa tiene un diario on-line e dice che il virus è una normale infezione. Un altro luminare le risponde a male parole e la invita a mettersi a riposo. Nelle pagine di politica interna il presidente del Consiglio ipotizza un rinvio per tasse, bollette e rate varie. Dall’opposizione la Meloni dice che la UE non esiste, che non c’è un protocollo sanitario e Boccia del PD dà a Salvini dell’untore. Un articolo a tutta pagina cerca di decifrare l’immaginario del virus, impasto funereo di mascherine, malati intubati, appestati in ambulatorio, voli di bio-contenimento e altri pastiche postmoderni. Il giornale locale della mia città è meno raffinato: in prima pagina spara la parola “Coronavirus”, montandola con l’immagine di un volto di donna cinese con la mascherina e alcuni presidi medici fuori dal pronto soccorso locale. La paura sta arrivando, niente acqua santa nelle chiese, per il resto il virus non ferma il Ballo de Liscio alla Maxi discoteca del Globo. Ogni tanto mi affaccio alla finestra: le strade del paese vuote, intravedo alcuni vicini che appaiono e scompaiono nei loro giardini, poche macchine, l’abbaiare di qualche cane lontano. Un corriere mi portata un pacco. Quando mi avvicino al cancello, il corriere (un uomo di origine marocchina, vestito con divisa e cappellino da arbitro di calcio) mi aspetta con un sorriso di cartapesta; ha paura? Dice di sì e spiega che loro sono costretti a lavorare, a spostarsi in su e giù per la regione, attraversando lazzaretti probabili e potenziali. Mi dice che nelle grandi città ci sono troppe persone, che le cose non stanno andando bene e che lui ha tre figli e prega il suo Dio che tutto passi velocemente. Questa cosa su Dio la ripete mentre prende i soldi e sale sul furgone, lasciandomi con la vaga sensazione che tra l’epidemia e il capitalismo vi sia un’oscura connessione classista e un libro mancato di Luciano Parinetto. Sul cellulare ricevo alcuni messaggi: un amico dice che è meglio se non ci scriviamo nemmeno col cellulare perché ha letto che il virus potrebbe passare anche da un software malware e poi mi gira il link di un sito di un’azienda che ha fabbricato una mascherina apposita per il Coronavirus ed è una cosa nera, ergonomica, sinistramente simile a quella che la polizia mette sul viso del dottor Lecter. Mia sorella mi gira un messaggio in cui si dice che dei falsi infermieri stanno girando porta a porta per fare tamponi fasulli sul coronavirus. È il crepuscolo. Nei campi i contadini danno fuoco alle stoppie e riempiono l’aria di fumo. Hanno maschere nere col becco da uccello…

    Martedì, 25 febbraio 2020
    Vado a fare colazione al bar del paese. Il pasticcere si accorge dell’attenzione che presto a un capannello di persone sedute oltre il bancone. Discorsi da contagio, dice scherzando. Lui non è molto preoccupato, secondo lui la televisione esagera. Poi si lamenta della decisione di vietare le ultime sfilate di carnevale. È martedì, giorno di mercato. Parcheggio lungo uno dei viali senza problemi. In giro c’è poca gente e manca qualche banco. Passeggio sotto le volte di piazza Cavour, spiato dalla torre dell’orologio. Passeggio senza meta tra le bancarelle cercando di rubare i discorsi degli altri e scriverci sopra. Però afferro solo parole isolate, frammenti di paura. Qualcuno parla di colpi di tosse, qualcun altro dice di non toccare per terra perché è sporco. Una donna parla di qualcuno che si è sentito male. Un ragazzo inveisce verso Salvini e le destre. Prendo i giornali all’edicola alla fine del Corso, poi entro dentro la Mondadori. Mentre torno alla macchina vedo passare alcune ambulanze. In alto, nel cielo grigio, passa un elicottero a bassa quota. Passo alla Bennet e bighellono tra i reparti. Devo comprare qualcosa, ma non ricordo cosa. Ho sempre la sensazione che mi manchi qualcosa di importante. Alla fine desisto ed esco. Poi vedo un carrello scivolare verso di me e una donna che sbuca tra le auto e lo insegue. È pieno di bottiglie di alcool, allora mi ricordo che non ho alcool a casa ma non ho voglia di rientrare. A casa. I giornali parlano di 7 vittime e oltre 200 contagiati. Milano è spettrale. A Lione l’autista di un pullman partito da Milano è stato bloccato dopo che una passeggera, allarmata dalla forte tosse dell’uomo, ha chiamato la polizia. In Romania i viaggiatori provenienti dall’Italia vengono messi in quarantena. Scolaresche rimpatriate dalla Grecia. Nel Palazzo della politica, per entrare, tutti dovranno passare al termo-scanner, perché in aula non c’è il flusso laminare e basta che uno solo sia malato per infettare tutti. Una parlamentare di Fratelli d’Italia indossa la mascherina e viene additata dagli altri. Forse è malata? Si insospettiscono i colleghi. Lei cerca di rassicurare tutti, ma il terrore ristagna. Dai banchi dell’opposizione c’è chi ha condiviso il banco con un collega leghista di Codogno. Un parlamentare farmacista scuote la testa: “Siamo tutti fottuti”. Le pagine economiche sono almanacchi di economia e astrologia sulla fine imminente: bagliori e una grande luce annunciano che l’Euro Stoxx scivola del 3,79%, una nuova cometa nei cieli di Wuhan segna che il Doe Jones crolla di mille punti e perde il 3,55%, il Nasdaq lascia sul terreno il 3,71%. Parigi giù del 3,94%, Francoforte -4% e Madrid -4%...

  2. All’escatologia King tornerà (con buona pace di Massini) con un racconto posto a chiusura di una raccolta singolare e assai varia, il Bazaar of Bad Dreams (Sperling & Kupfer 2016): “Tuono estivo” è un racconto essenziale su un uomo, il suo cane e una motocicletta ai tempi di una fine del mondo nucleare che piomba come uno spettro del passato su un mondo preoccupato dal debito pubblico e sostegno dell’euro zona.

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