Killing e l’Italia nera (prima) di Piazza Fontana - Parte II
Nel settembre del 1975 l’editore Rizzoli manda in libreria un interessante volume a firma di Anonimo, I soldi in paradiso. Si tratta di un racconto fantapolitico, una commedia sulla fine del capitalismo in Italia e sul tracollo di un intero sistema politico. Il romanzo tiene conto del senso di fine di una collettività e delle mutazioni di un certo italiano inetto e fanfarone alla base di molti film della commedia degli anni ’60, in particolare quelli interpretati da Alberto Sordi. Gli anni ’70 tuttavia sono l’ultima stagione di popolarità del nostro cinema, un decennio fecondo e sperimentale, d’irripetibile libertà.
Nei ’70 il genere per eccellenza del nostro cinema (la commedia all’italiana, nata dalle ceneri del neorealismo rosa) imbocca la strada di una radicalità inedita, al punto da figurare come il genere inaspettatamente più audace e provocatorio, ben più del cinema d’autore, o del thrilling e del poliziesco di Argento e Di Leo. Questa parabola scorre e attinge a piene mani dalla realtà politica e storica del periodo, facendo emergere il lato intimamente grottesco del nostro paese. Dicevo di Anonimo e de I soldi in paradiso. Si tratta di un romanzetto, probabilmente all’epoca anche di un certo successo commerciale; la trama racconta in modo sfuocato di un’Italia perbenista e qualunque popolata da industriali, banchieri, politici e qualche generale in pensione. La satira di Anonimo è lontana da quella mimetica e feroce del cinema di Risi, Scola, Monicelli, Zampa, Steno, Comencini, Germi, Pietrangeli, Salce. L’autore imbastisce una trama imparaticcia, in cui un sequestro naif della figlia di un operaio della FIAT innesca un meccanismo a catena che porterà alla fine del sistema capitalistico in Italia e al tracollo dei partiti di maggioranza, in particolare la balena bianca. Anonimo sembra quasi fare il verso al Todo modo letterario di Sciascia (uscito appena l’anno prima, nel ’74), tanto che, nel seguito di questo romanzo, Berlinguer e il professore, scritto di getto e pubblicato nel novembre del 1975, l’autore immagina una serie di ammazzamenti di politici in tutto simili a quelli di Sciascia.
Berlinguer e il professore è assai più interessante del precedente, tanto da essere quasi un libro senza centro, scritto forse di getto per esigenze editoriali, e accompagnato da una bellissima copertina di John Alcorn. Il romanzo, pur nella sua prosa giornalistica, è una sfilata di volti e nomi (allora notissimi, oggi fantasmi di un paese che non c’è più, che è divenuto un altro presente che non è un futuro di quegli anni): la sfinge sibillina di Giovanni Leone (ritratto nel suo vuoto metafisico anche nell’incipit di Forza Italia di Faenza, ’78), Fanfani, Moro, Rumor, l’inquietante generale Maletti (condannato per favoreggiamento nella strage di Piazza Fontana), l’ombra di Cefis, Agnelli, il colosso della Montedison. Anonimo immagina la fine del decennio, raccontando di una visita di Stato di Kissinger durante la quale l’Italia si sgretola; la crepa parte dal 1974, anno del referendum sul divorzio, perso dalle forze conservatrici del paese. La paura di un temuto sorpasso comunista è l’oggetto dell’ironia; Berlinguer è una sorta di divinità selvaggia pronta a prendere lo scettro e il paese è bloccato da torme di ragazzini che giocano a palla nella strada, gente ai margini dei marciapiedi che incrocia le braccia, e giovinastri ovunque coi fazzoletti rossi al collo a bloccare il traffico e chiedere pedaggio a chiunque. In una sorta di caccia al politico, gli anni ’80 sono immaginati come una rifondazione del sistema, in cui i comunisti sono i garanti per gli americani di un nuovo ordine sociale in cui riforme costituzionali, scolastiche, sociali e sanitarie sono approvate a colpi di record. Anonimo immagina un’Italia parallela alla nostra1, un'altra dimensione caotica e rivoluzionaria, ma azzecca il segno di una cesura forte tra gli anni ’70 e il decennio successivo; le trame ambigue e i complotti umoristici di Anonimo semplificano l’interminabile serie di azioni sovversive e armate che dal 1969 hanno lacerato il paese, tra deliri ideologici e minacciati (o abortiti) colpi di Stato. L’anno che verrà, gli anni ’80, dopo i durissimi scontri di piazza del ’77 a Milano, Bologna, Torino, non è più quello anarchico e libertario delle radio libere; gli anni ’80 rappresentano una mutazione antropologica di stili di vita e valori sociali. È il decennio del rampantismo, dell’edonismo, di Berlusconi e delle tv private…
Torniamo un attimo indietro, a quel buco nero che sono gli anni ’70, a quel coacervo di stili ed esplosioni. Anonimo lavora sulla superficie di quella patina e la sua scrittura è lontanissima da qualunque azzardo sperimentale. Tuttavia la coesione del romanzo, soprattutto del secondo, è assai labile, friabile. E qui noto quasi una certa coincidenza tra il genere cinematografico della commedia dei tardi anni ’60 e ’70 e alcuna letteratura di allora. Alla ricerca da sempre di intersezioni tra linguaggio cinematografico e letterario (o fumettistico, iconico) tra i generi di allora, mi accorgo di come la commedia, ben più di tutti gli altri generi, sia stata capace di tratteggiare e cogliere molti aspetti essenziali di allora, dal cambiamento dei costumi (Il comune senso del pudore di Sordi, 1976, Il divorzio di Guerrieri, 1970), di mutazioni sociali (Brutti, sporchi e cattivi di Scola, 1976), fino al disfacimento di un intero sistema (Todo Modo di Petri, 1976, L’ingorgo di Comencini, 1978), e ancora la deriva mortuaria/scatologica di Ferreri ne La grande abbuffata, 1973, o ancora l’afasia e lo scollamento di senso de L’Udienza, un Ferreri assoluto del 1972. L’apice lo si raggiunge con l’amarcord amarissimo di pellicole come La terrazza di Scola, resa senza condizioni al decennio che verrà. In queste trame si avverte già uno scollamento narrativo, un’eversione radicale sconosciuta al cinema degli anni ’80 e dei nuovi comici. Questa erosione del senso, questo corpo a corpo con una realtà avvertita sempre più deludente e alienante si ritrova in certi narratori degli anni ’60, cresciuti tra industria e letteratura; penso a Bianciardi (da cui Lizzani tirerà fuori nel 1964 una Vita agra alquanto innovativa e sperimentale) e all’amatissimo Mastronardi de Il maestro di Vigevano. Mastronardi e Bianciardi sono esplosi nel momento in cui le discussioni sulla forma del romanzo erano molto accese e violente.
La polemica del Gruppo ’63 contro Bassani, Cassola, Pasolini, per dire. Pasolini2 stesso, pur rimanendo ostile a Sanguineti & C., arriverà, alla fine della sua carriera, a una forma narrativa innovativa, alla ricerca di un romanzo sulle stragi polifonico e frastagliato, una sorta di controcanto porno/politico ai materiali incandescenti su cui lavora in piccolo anche l’Anonimo3. Bianciardi non arriverà all’appuntamento coi ’70, morendo quasi subito di suicidio alcolico. Mastronardi si butterà nel Ticino nel ’79, in un commiato agro e solitario. Tuttavia Mastronardi farà in tempo ad appassionarsi alle dinamiche letterarie del tempo e a lasciare le sirene di via Biancamano a Torino, per perdersi dentro al magma incandescente della letteratura sperimentale. Ci proverà con un interessante romanzo pubblicato nella collana La Scala della Rizzoli. Mi riferisco a A casa tua ridono del 1971, interessante esperimento di un autore fortemente legato alla sua terra (Vigevano) e al racconto in presa diretta del boom economico e del suo deragliamento. Se nei libri precedenti era già presente una scrittura asciutta, a tratti dialettale, fonica, costruita spesso su dialoghi e frasi brevi, secche, in A casa tua ridono, Mastronardi accentua le componenti più originali della sua scrittura, riprendendo temi e personaggi già visti nei romanzi precedenti. Nel segnalibro allegato al volume, è lo stesso autore a raccontare la laboriosa e sofferta genesi di un romanzo breve in cui vuole arrivare a una prosa nervosa, a più piani, attingendo dal laboratorio di esempi offerti dai romanzi sperimentali di allora. Mastronardi dice di voler sciogliere i rapporti nell’azione esteriore, cambiare i punti di osservazione, stratificare i tempi, restituire la complessità e le contraddizioni del vivere. Ma l’andirivieni del suo protagonista, Pietro (benestante industrialotto vigevanese, fotografato in un momento di travaglio personale con la moglie), ha ormai il tono tragicomico di molte pellicole di allora, tanto che la terza parte del romanzo accende la componente sperimentale, divenendo una sorta di collage di coscienza, un turbine di parole spesso scollegate che restituiscono l’affanno psicologico del protagonista a inseguire una realtà per lui sempre più faticosa e incomprensibile, tanto da spingerlo, in anticipo sull’autore, a un ripiegamento su di sé e a un tentativo di suicidio nel Ticino.
Allora, nei ’70, solo la Rizzoli appoggiò questa ostinata e caparbia volontà di Mastronardi a voler seguire le sirene di una narrativa diversa e alternativa a quella sempre offerta dalla fucina più classica dell’Einaudi, casa editrice non a caso in competizione e polemica con Feltrinelli, editore simbolo del Gruppo ’63. Il laboratorio che porta alla nascita di un romanzo prezioso come A casa tua ridono costerà a Mastronardi la rottura con l’Einaudi e il suo mentore Calvino (Vittorini, scopritore dello scrittore vigevanese era già morto da un pezzo), lontano e infastidito da certe ricerche narrative, per lui confuse e pasticciate. A casa tua ridono è un pezzo narrativo dimenticato di un autore rimosso dal ricordo collettivo, ancora in bilico tra romanzo e anti-romanzo, opera letteraria di un autore emerso negli anni ’60, che sente il bisogno di un approccio diverso a una realtà sempre più complessa e stratificata. Intellegibile, con un finale che segna, e anticipa a fine di quel magmatico decennio, la sua conclusione, in un ripiegamento intimistico, alla sfera privatissima, col personaggio che torna sconfitto alla casa dei genitori, nel letto, nella cameretta dell’adolescenza, in una scomparsa dalla vita collettiva. Quasi una parabola umana per molti di noi.