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Mi richordo anchora, di Pietro Ghizzardi

La copertina del libro La copertina del libro

«Borètto 24 aghosto 1986 mio testamento io Pietro Ghizzardi nato a chorte Pavesina di Viadana im provincia di mantova il 20 luglio 1906 im pieno possesso delle mie facholtà mentali dispongho dei mei beni mobili e immobili chome segue istituischo mia errede universsale Pechchini nives iolanda vedova di mio nipote Ghizzardi dante nata a sorbolo il 22 febbraio 1921».

Seguono le firme di Pietro Ghizzardi Pierino, della signora Pecchini e dei testimoni. Il documento definisce nelle date il percorso dello straordinario personaggio Ghizzardi, che si sarebbe concluso 4 mesi dopo, il 7 dicembre 19861 e che trova la sua naturale descrizione nel libro Mi richordo anchora.

E mi richordo anchora e anchora e anchora... sono le parole che potrebbe utilizzare ognuno di noi, nel raccontare i fatti, i luoghi e gli aneddoti di una vita intera. Sono invece i ricordi di Pietro Ghizzardi, contadino e pittore, raccolti in forma autobiografica nel libro Mi richordo anchora. Quando nel 1976 uscì per Einaudi, per volontà di Cesare Zavattini e per le cure di Giovanni Negri e di Gustavo Marchesi, lo stupore fu grande. Il più raffinato editore di cultura, Giulio Einaudi, l'editore degli strutturalisti e dei formalisti, pubblicava un'opera di genere ibrido, scritta in un grammelot padano, che non era lingua né dialetto, ma una sorta di parlato profondissimo, un idioma del cuore2. Così come per le sue opere pittoriche, inizialmente esposte nelle mostre dedicate ai pittori naïf e poi accolte a pieno titolo nella nicchia dell'Art Brut, che raccoglie artisti che non hanno ricevuto alcun insegnamento di storia e tecnica figurativa, ma usano uno stile personale per creare un proprio mondo3, anche le parole di Ghizzardi sono concatenate le une alle altre per mezzo di uno stile del tutto originale, che non trova paragoni. Ghizzardi ha dovuto riscoprire e reinventare una sua personale ortografia, una sua grammatica e una sua sintassi, che, dimenticando vaghi ricordi scolastici, mimano  italianizzandole o spesso "iperitalianizzandole"  quelle proprie del dialetto, che sta alla base della sua cultura linguistico-lessicale: il dialetto dell'area bassomantovana, con rare interpolazioni del reggiano e del parmense4. Ne escono storie di sofferenza, quasi che la miseria che per secoli ha segnato le campagne nella zona del Po trovasse nella lingua bizzarra dell'artista un medium per manifestarsi in tutti i suoi caratteri più crudi e immediati5.

In un flusso continuo senza tempo, la narrazione prende il via a inizio Novecento, per narrarci la vita contadina di quel lembo di terra chiamato "Bassa", capace di dare alla luce una triade di autentici innovatori come Ligabue, Ghizzardi e Rovesti. Tra le pieghe di Mi richordo anchora, l'autore racconta più volte della sua necessità di disegnare, anche se questo aspetto così preminente della sua vita appare sempre sottotraccia, al contrario di quando descrive il rapporto con la natura, la religione, la politica o le donne. Nella produzione artistica di Ghizzardi, le donne hanno un ruolo di primo piano, così come nel libro, anche se in questo caso ci appaiono più distanti, tanto che in alcuni casi nemmeno hanno un nome. Faccio mie le parole del critico Marzio Dall'Acqua, che il 13 ottobre 2012 a Guastalla così efficacemente descrisse il protagonista di questo articolo: «Era una voce fuori dal coro. La sua tensione individualistica lo ha spinto contro tutto e tutti. Rimasto solo con la madre, dopo la morte del padre e del fratello, ha iniziato a vivere l'arte come trait d'union con il "Mondo alto" della storia e dell'amore. Era talmente solo ed escluso, che non sapeva immaginarsi le donne e per rappresentarne i corpi creava collage di riviste e cartoni pubblicitari. Le femmine avevano il volto di Sofia Loren e le figure, dato che non c'erano soldi per comprare colori, erano dipinte con nerofumo, decotti d'erba e mattoni tritati»6.

Una donna di Pietro Ghizzardi
Una delle "donne" di Pietro Ghizzardi

L'impatto con il fenomeno Ghizzardi può essere duro, sconcertante: verrebbe naturale potendo alternare all'osservazione delle opere la lettura di qualche pagina tratta dal libro: le due esperienze sono complementari e altrettanto emozionanti, anche se la forma scritta ha il pregio di mostrarci aspetti della vita dell'artista che la semplice contemplazione dei quadri non riesce a trasferirci. Un ossimoro solo apparente; mentre nella pittura Ghizzardi si dimostra più misurato e contenuto, equilibrato e pacato, nel libro si prende molte più libertà, riuscendo pagina dopo pagina a comunicarci le difficoltà della vita contadina, la solidarietà nella sofferenza, una volontà di farcela contro il destino, la nostalgia per i valori perduti, l'evidente godimento di qualche momento paesaggistico, l'utopia dell'armonia universale... una religiosità liberatoria traspare non raramente dalle pietre di una costruzione che talvolta è pure lugubre o angosciata o sofferente7. Peccato che Mi richordo anchora sia pressoché introvabile, mai più ristampato da quell'Einaudi che ebbe il coraggio di lanciarlo nel 1976 per poi dimenticarsene. Chissà se qualcuno all'Einaudi richorda anchora...

  1. Renzo Dall'Ara, Cent’anni di sconcertante Ghizzardi, «Gazzetta di Mantova», 4 settembre 2006.
  2. Luoghi della letteratura italiana, a cura di Gian Mario Anselmi, Gino Ruozzi. Pag. 196. Bruno Mondadori, 2003.
  3. Nota di Giovanni Negri e Gustavo Marchesi, Mi richordo anchora. Einaudi 1976.
  4. I richordi di Ghizzardi, di Francesco Barbieri.
  5. Martina Riccò, Pietro e “Toni”, artisti della vita, «Gazzetta di Reggio», 14 ottobre 2012.
  6. Renzo Dall'Ara, Cent’anni di sconcertante Ghizzardi, vedi nota 1.
  7. Giovanni Negri, I misteri della Bassa per terra acqua aria fuoco. Pag. 183. Casa editrice G. D'Anna, 1982.

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Scheda del libro:

  • Titolo: Mi richordo anchora
  • Autore: Pietro Ghizzardi
  • Pagine: 229
  • Editore: 1976
  • Anno: Einaudi

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