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I matti della golena: tra il surrealismo vero e l’avanguardia presunta

I matti della golena: tra il surrealismo vero e l’avanguardia presunta

Lontano dai furori delle avanguardie transalpine, lontano dal purismo formale degli spiriti tedeschi, lontano dalla convulsione intellettuale dei surrealismi gallici, dall’eversismo fatto bandiera dal futurismo romano e milanese. Ancora lontano, in tempi più recenti dal concettualismo ideologico dei lettristi e dei situazionisti parigini, dei pop-artisti e della loro apologia di tutto ciò che è lisergico, lontano dai fautori dell’intervento chimico sulla psiche in favore di una nuova visione del mondo, dal casualizzare del dadaismo e dal sorseggiare del movimento hippy: molto lontano da questi clamori della modernità, per tutto il Novecento lungo la duplice lingua di terra che racchiude il fiume Po, viveva un tipo di visionario di tutt’altra caratura: il matto di golena.

Viveva e prosperava. Tipologia più diffusa di quanto non si voglia ammettere, anche oggi, il matto di golena si aggira tra le canne e i barconi, sopra i “casoni” e le draghe, e a volte sotto, poveretto, se la cosa è girata ancora più storta del consueto. A volte, anzi spesso, egli abita tra i suoi consimili sotto la maschera dell’artista; a volte, spesso, si tratta di un grande artista, di un fine pensatore, di un attento descrittore. Questo non elimina lo status fondamentale della sua follia.

Questi matti del Po costituiscono storicamente una rosa ampia e ben variegata di personaggi, la cui notorietà qualche volta è confinata al cerchio del paese d’argine (sono dieci case ma il senso del proprio eterno è più forte qui che a Parigi), qualche volta ha sfondato il tetto dell’ascolto radiofonico e del gradimento della critica mondiale, spesso dopo la morte, quando ci resta l’opera e finalmente il matto tace. Sono le divinità immobili di Arnaldo Bartoli, le ombre di Bernardelli, i buoi nella rotta di Corrado Cagli, le chiappe lunari delle contadine di Cappelli, le alluvioni di Gino Covini, con le fughe dei contadini sugli argini come la calata degli Unni (Attila si fermò – dicono – a Governolo poco lontano dalla Zara), la danza delle beccanti di Ervardo Fioravanti, i “silvan della luna” di Augusto Murer, in legno che esce dall’acqua. Su Antonio Ligabue, svizzero di Gualtieri, esiste un libercolo scritto da Zavattini, dopo la morte dell’autore, che mi consiglia (e mi intima) di non parlare. Oreste Forlani metafisico e barocco, Adelchi-Riccardo Mantovani lascia affiorare a pelo d’acqua i suoi mostri, in un Delta che non ne ha mai conosciuti, in notturni e diurni che dimostrano le nostre familiari golene e la loro parentela con la Innsmouth americana di Lovecraft. Renato Marino Mazzacurati, forse un po’ pietistico ma dal grandissimo tratto, la dinastia dei Chessa, Goliardo Padova che rompe i pennelli. Non dimentico il più recente Wainer Vaccari, che porta i fantasmi della Cina in golena, il silenzio che attende il tramonto (tacciono le rane per ripartire subito dopo) ti dice che ha ragione; confesso che uscii da una mostra tre anni fa, non sopportavo l’inquietudine, o forse la bellezza, criticato dagli altri più coraggiosi.

Molti hanno scritto e parlato del Po, ma voglio tralasciare qui gli scrittori d’occasione – pur celebri – e le narrazioni di viaggio, per concentrarmi sui matti di produzione autoctona dell’alveo del fiume. Hanno vagato per tutt’Italia e tutta Europa i suoi scrittori, rimanendo ancorati al loro territorio d’origine e mantenendo la vena della creta che li ha forgiati; anche quando hanno raggiunto notorietà vietate ai loro fratelli rimasti a mollo in golena. Fanno parte di questa razza, volenti o nolenti, i nomi illustri di Corrado Covoni, nato a Marrara (rievocata nel suo Uomini sul delta); i nomi veneti di Diego Valeri, nato a Piove di Sacco, Nando Calmieri, Gino Piva (Ba-ba-ri-bo lo lessi che avevo 15 anni e non avevo ancora visto il Delta, solo dopo recuperai Paesi strambi e Fradei dispersi).

Si arriva infine alla grande falange emiliana col bolognese Riccardo Bacchelli e la sua indimenticabile trilogia de Il mulino del Po, Giorgio Bassani, che scrisse L’airone, Luigi Groto, detto il Cieco, autore attore ed eretico, il viadanese Daniele Ponchiroli e il parmigiano Attilio Bertolucci, poeta e padre dell’omonimo Bernardo. Giuseppe Pederiali inventore del Bigatto, il grande Giovannino Guareschi, il buon Pietro Ghizzardi, l’attento Gianni Brera (pavese in verità) e infine Cesare Zavattini, luzzarese, preferito da me tra tutti, perché ammise di avere mentito.
A parziale bilanciamento dell’humus socialista e cattolico che domina la schiera testé evocata (humus, specie il primo, del resto a me caro), aggiungo che della follia lucida del Po fa parte fuor di dubbio anche il ferrarese “Corriere Padano”, giornale della rivoluzione fascista, di Italo Balbo e del fido Nello Quilici (padre del già citato Folco), e la sua notabile “Pagina Letteraria”, diretta da Giuseppe Ravegnani. La follia è più tenace e trasversale dell’ideologia: è un motto divenuto in questi anni perigliosi ormai solida certezza. La tenace “terza pagina” del Corriere padano conobbe la collaborazione entusiasta di Curzio Malaparte e di Giorgio Bassani (alcune delle sue Storie Ferraresi furono pubblicate anzitempo grazie a Ravegnani), di Franco Giovanelli, e gli interventi poetici dei giovani Attilio Bertolucci e Luchino Visconti; una strada originale di militanza letteraria, battagliera e anticonformista, quasi mai allineata con le direttive dei capi romani e tuttavia miracolosamente resistita fino al 20 aprile 1945.

Aggiungo a mia responsabilità Cagli, Zancanaro e Montale, non padani ma talmente ipnotizzati dalla piena del ‘51 da liberarsi anch’essi ai sogni di questa terra, Roberto Rossellini che fece sì che il fiume e i suoi cowboy diventassero delle star del grande schermo quando Clint Estwood non era stato ancora inventato (da Sergio Leone). Ai noti narratori televisivi Sergio Zavoli e Folco Quilici deve essere affiancato Michelangelo Antonioni che fece analoga operazione rinnovando l’attenzione del cinema per il Po.

Non chiedo scusa per le omissioni: in simili quadri l’oggettività non può avere spazio e bisogna lasciare parlare liberamente il gusto personale e disegnare il quadro scegliendo il colore giusto. Impossibile del resto fare in questa occasione una analisi individuale di tale disomogeneo esercito di padani, si può tuttavia ricostruirne per via poetica una storia comune, la storia della “tipo” che essi in modo differente rappresentano. Infatti quando si parla degli artisti del Po, così come per gli autori siciliani (anch’essi compresi interamente in una loro solare specifica follia), si parla di una razza particolare.
Dal momento che probabilmente nessun artista o intellettuale metropolitano si è mai sognato di eguagliarli, di imitarli o di invidiarne la sorte, lo si può ben dire, questa razza non ha eguali nel mondo.
Più fortunati dei loro consimili fluviali, cioè i matti semplici, i matti travestiti da artisti riescono a garantirsi una esistenza, se non al riparo delle ingiurie dei concittadini, almeno investiti di quell’aura di sacrale rispetto per l’arte che ogni tanto prende anche il più cattivo di noi – non vorrei indire una gara in questo senso, la gara è già cominciata da tanto tempo, già si stanno tirando alcune somme e nominando dei vincitori parziali; ci mancherà il coraggio di non attendere la venuta del grande giudice per dire la parola conclusiva?

Ho sentito spesso dire, nelle città-capitali che affiancano il corso del Po, che in bassa il sole picchia forte; di solito nulla si aggiunge a questa espressione, che viene accompagnata da uno sguardo furbo che cerca complicità, come per intendere: non c’è bisogno di dirlo, lo sappiamo che lungo il Po è un manicomio. Che sia colpa del sole che batte implacabile sulle crape dei padani, o di altro oscuro fattore (che qualcuno un giorno tenterà di definire, non in queste poche pagine), gli artisti del Po hanno come tratto comune il fatto di essere dei visionari.

Ma attenzione, essi non sono dei teorici della visione, dei teorici della convulsione esistenziale o dell’eversione politica, anzi nove volte su dieci sono dei teorici di un bel niente: sono dei visionari, semplicemente perché tale è la loro natura, non come esito di una ricerca personale o di buone letture o di cattive compagnie. Non si è scelto: ci si è trovati. Matti si nasce, forse si diventa, quando si perde la memoria di essere stati un giorno come gli altri. Così questi artisti padani sono dei contemplativi, e lontano dalla ricerca di convulsioni aggiuntive, vivono lo stato onirico del loro quotidiano con la rassegnazione di chi non ha alternative possibili. Sono i visionari pacifici.
Si è parlato a volte al loro riguardo di surrealismo e di avanguardia. I due termini, per nulla sinonimi, vanno valutati separatamente.
Surrealismo: la parola è esatta, poiché indica una visione perspicua della realtà, in grado di liberare i sogni dell’occhio nell’atto del vedere, dell’orecchio nell’atto dell’udire, del tatto nel toccare, e gettare l’inconscio dell’uomo nello stagno di ciò che gli compete, la vita quotidiana. La golena è stracolma di esistenze di tal fatta.

A dispetto di ciò il supernaturalismo padano, e concesso sia che una simile forma artistica esista, non è né una tesi rivoluzionaria sull’esistenza né una corrente artistica consapevole di avere una precisa collocazione estetica a fianco delle altre avanguardie nazionali; questo moto visionario del reale è contemplato dagli argini e dalle barche, ma anche da quelle propaggini di fiume e di zattera che sono le piazze dei piccoli paesi di qua e di là dall’argine maestro. La realtà è veramente surreale, io stesso ci ho sempre creduto, poi ho pensato ad altro e adesso abito lontano dal Po e scrivo sui libri. Mi sono allontanato dal Po per tempo, si direbbe.
Per il suo statuto originale, lingua di terra selvatica e ostile nel bel mezzo dell’area più sviluppata, industrializzata e tecnologicamente avanzata del paese, protetta dal frastuono del progresso che furoreggia da entrambe le sponde appena oltrepassati gli argini, e da questo progresso ignorata, non il fiume in quanto tale ma la “golena del Po” è il vero irriducibile oggetto surrealista.

André Breton ci fornisce una definizione dell’oggetto surrealista che calza a pennello: si tratta di una cosa senza alcuna collocazione nel mondo “borghese”, cosa che ha perduto ogni funzione, ogni suo significato, e ci si pone davanti perché siamo noi a dargliene uno. In questa attribuzione di senso si libera il sogno. La golena del Po, guardatela all’imbrunire o al mezzogiorno che spacca, è un oggetto di tale natura.
Gli artisti padani, abitanti del fiume come gli altri ma con in più l’istinto dell’osservazione, aggrediti agli occhi ogni giorno da un simile oggetto smisurato, anzi, vivendoci dentro, cos’altro potevano essere se non surrealisti? Ben più degli impressionisti parigini, che amavano vantarsene, dei surrealisti padani si è obbligati a dire che descrivono fedelmente quello che vedono.

La golena è uno spazio naturale privo di ogni ingombro fisico e privo di ogni ingombro di senso, di un qualsiasi interesse che lo leghi al mondo d’oltre argine. È un vuoto spinto, che solo in virtù della sua vacuità risucchia i nostri sogni, se ne popola e li fa vivere. Non sempre è una esperienza piacevole vedere i propri fantasmi andarsene in giro davanti ai nostri occhi; se teniamo i sogni nascosti nel nostro inconscio, probabilmente, c’è un buon motivo. Il più famoso tra i tanti pittori del Po (né De Chirico né Savinio possono dirsi tali, nonostante l’origine ferrarese), Ligabue, popola di bestie esotiche la golena, visioni che al contatto col vapore perenne del luogo si alterano, si gonfiano, mescolano i tratti tra loro al punto da divenire sempre più simili a un bestiario medioevale e sempre meno rispondenti alle fisionomie originali. La grandezza dell’opera è insieme la gravità del colpo inflitto dal deserto della golena.
Diversamente, anche quando lo stile stupisce per la sua efficacia e per la sua contemporaneità, non si può parlare propriamente di avanguardia; non si può parlare di avanguardia, o di avanguardismo, dove non c’è senso della storia, dove le esistenze si conducono sotto il segno, a volte sotto la condanna, della più spietata a-temporalità.
La fissità del sole e dell’acqua in certi momenti percossi del pomeriggio dice che non abbiamo ancora cominciato ad esistere, e già soffriamo; che siamo altrove e non ancora morti né vivi aspettiamo spettatori che qualcosa arrivi.

I visionari del Po sono dei ribelli del tratto perché sono stati violati dalla natura, e come tutti quelli che hanno subìto violenza, nessuno stupore che essi restituiscano il male che hanno nelle ossa, il sole che gli batte sulle tempie, anche di notte. (A me accadde anche, una notte del genere, dopo la pesca protratta per un giorno intero nel Po di Zara. Andavo di bilancino e avevo preso, robetta in realtà, molte scarve e distese di p’sina, anche alcuni gobbi: il luccichio mi perseguitò fino all’alba, solo allora tornai sulla riva, a cercare di capire e, una volta capito, a dormire).

D’cul fiur trasparent
ciamà supiòn
a g’n’è di prà
Basta una luserta a travarsà
ch’ i sa sfa
Gh’ei sta?
(Za.)

La golena non ha bisogno di droghe per suggerirti parole rotte e per darti visioni. E la visione è tanto più crudele in quanto non ti lascia nemmeno l’alibi della alterazione psichica.
Qui sta la differenza tra l’artista del Po e il cugino ricco delle capitali europee, qui si trova il discrimine tra la rassegnazione dei campi e l’impegno dell’avanguardia. Forse più semplice del previsto: per gli omm ad Pö quella roba lì che sbattono sulle tele, che si suonano o che scrivono, è una realtà senza appello. Non possono dirsi: domani torno indietro, perché loro, lì, nel delirio, non ci sono entrati un bel giorno grazie all’assenzio, ci sono nati. E non ci sono le morbide chiacchiere del Café Tambour ad attenderli quando hanno finito di riempire la tela.
Gli artisti di qui non sono l’avanguardia di nessun movimento artistico, non sono l’élite consapevole del movimento planetario della storia attuale. Vivono in un luogo di eternità.
Chi può immaginarsi che questo sia una fortuna, attraversi di sera il nero della terra delle valli attorno ad Anita Garibaldi (Comacchio); un carabiniere di Ferrara, parlandone un giorno con dei turisti che gli domandavano, mascherò a stento un groppo in gola che non si aspettava neanche lui.


Il testo è un estratto dal libro Gli Uomini del Fiume - I mestieri del Po (vol. 1), Editoriale Sometti, 2000.
Ringraziamo l'editore per avercene concesso l'utilizzo in questa sede.