Misteri d'Italia

Il palazzo del Diavolo: leggenda Mantovana, di Ulisse Barbieri

Questo è un libro che mi è particolarmente piaciuto e a cui sono molto legato; per l’occasione ho deciso di fare uno strappo alla regola non scritta, che vorrebbe che su questo sito si recensissero solo titoli di difficile reperibilità, parlando di un’opera che, seppur molto datata, è da poco stata ristampata da Relapsus, piccola casa editrice di Gallarate, nel varesotto. Il libro in questione si chiama Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana di Ulisse Barbieri, pubblicato per la prima volta nel 1868 dell’editore Natale Battezzati di Milano.

I motivi che mi spingono a questa eccezione sono molteplici, in primis il desiderio di estrarre dal cilindro una figura come quella di Ulisse Barbieri, nome praticamente dimenticato, ma che meriterebbe maggiore considerazione sia per la vita che per la produzione letteraria.
Ci sarebbe da scrivere molto su questo mantovano bohèmien, nato in riva al Mincio nel 1842, deceduto a San Benedetto Po nel 1899: pochi chilometri separano i due fiumi, eppure Ulisse Barbieri ha vissuto mille avventure e mille peripezie, toccando nella vita alte vette e rendendosi protagonista di altrettante rovinose cadute, eppur ancora oggi è un emerito sconosciuto, anche per i conterranei. A questo punto non mi resta che procedere con la classica domanda "Chi era Ulisse Barbieri?". Rispondo facendo mie le prime righe dell’introduzione che Edmondo De Amicis scrisse in occasione della pubblicazione di un altro libro di Barbieri, successivo a quello di cui stiamo parlando, edito da Angelo Sommaruga nel 1985, In basso.

Uscendo sere fa dal teatro Gerbino, dove si rappresentava con buon successo una nuova commedia di Ulisse Barbieri, intitolata Ronzii, sentii un tale che domandava al suo vicino: - Insomma.... chi è questo Barbieri?... E nel fare questa domanda, pigliava la Gazzetta d'Italia da un chiosco, coll'atto di chi piglia tutti i giorni il medesimo giornale, dal medesimo rivenditore. - Come!... - dissi tra me – questo signore non sa ancora chi sia Ulisse Barbieri?... – Ebbene, glielo dirò io, e glielo dirò appunto sulla sua Gazzetta. Ed ecco come e perchè mi trovo qui a tavolino a mezzanotte sonata, colla penna in mano e collo spettro di Ulisse Barbieri davanti. Alla maggior parte dei lettori della Gazzetta non occorre certamente che io faccia una regolare presentazione del personaggio. È Ulisse Barbieri!... l'autore dei drammi terribili, per cui migliaia di ragazzi e di governanti balzan dal sonno esterrefatti; il sanguinario trionfatore delle arene; il più scapigliato ed il più temerario scrittore drammatico d'Italia.

Poeta, romanziere, drammaturgo, giornalista, patriota e garibaldino, con le sue opere, le sue provocazioni, i suoi scritti, la sua vis polemica, la sua appassionata difesa dei deboli, le sue ricorrenti vicende giudiziarie, riempì per anni le cronache dei giornali di tutta Italia. Spirito indomito, anarco-socialisteggiante, repubblicano, laico e anticlericale, cresciuto nel clima prettamente garibaldino, mite d’animo e leonino nell’affermare la libertà e i diritti dei singoli così come l’indipendenza dei popoli, Barbieri fu un letterato nomade e bizzarro, singolare ingegno della scapigliatura lombarda1 e i suoi lavori sommano influenze crepuscolari e romantiche, ardori socialisti e intenti divulgativi2.

Tra le tante cose scritte da Barbieri, spiccano i romanzi, pubblicati sotto varie forme (giornali, volumi, dispense, illustrati), nei quali emergono la vena nera autoriale e l’animo dello storico e del drammaturgo, capace di mettere assieme stili e generi senza timore alcuno. Edmondo De Amicis nel prosieguo della sua introduzione lo descrive come uomo mite, “tanto che a nessun amico suo, il quale sentisse i suoi drammi senza sapere che sono suoi, passerebbe mai per la testa che egli ne fosse l'autore”. La storia insegna, e su queste pagine ne troverete altri esempi, che spesso dietro la facciata del tranquillo romanziere si nasconde il drammaturgo più nero, che vive di delitti e sguazza nel sangue, che si diverte a spaventare, mescolando storia e fantasia, realtà e finzione. Ulisse Barbieri è tra questi e scorrere i titoli delle sue opere, autentiche dichiarazioni d’intenti, lo dimostra senza ombra di dubbio: I sotterranei farnesiani, Nina di Trastevere, Gl'incendiari della Comune, L'isola dei predatori, La strega di Campo de' fiori, Le orge della regina di Spagna, I misteri di un convento, Lucifero, Trenta omicidi per un'ora d'amore, I briganti greci, ed altre opere di cui il Barbieri stesso sarebbe imbarazzato a dare il catalogo compiuto3.

Nell’elenco va incluso, naturalmente, Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana, “mirabolante romanzo alchemico e sublunare”4 che narra delle storie e delle leggende sorte attorno al Palazzo del Diavolo di Mantova, che si vorrebbe di proprietà diretta del Maligno, dedito ad ospitarvi feste, orge e libagioni, in barba a chi vorrebbe il Diavolo lontano dalle nostre città, dalle nostre case. Il palazzo del Diavolo è dentro le mura, in Corso di Porta Pradella, adagiato su quel ramo del Mincio che taglia la città in due e che i mantovani chiamano Rio.
Barbieri ci descrive una Mantova nera, cupa, oscura, carica di magia e strani accadimenti. La storia è ambientata nel 1512, con il duca Federico II Gonzaga impegnato nelle proprie altolocate faccende, reo di disinteressarsi bellamente di quanto avveniva più in basso e non terra terra, ma ancora più giù, nella fanga, nell’acqua putrida che difende la città e al tempo stesso la offende, penetrandovi dentro, cancellando e occultando talvolta le nefandezze di chi vi abita. Mantova, città lacustre, coperta di nebbia, diventa teatro di una storia a tinte fosche, dove la quinta è il Palazzo del Diavolo e il soggetto la leggenda che lo vede protagonista, che dice sia stato eretto in una notte grazie ad un patto stretto direttamente con il Diavolo. Leggenda che fin da subito Barbieri si diverte a smontare, svelando infatti, dopo poche pagine, che il suo costruttore, il conte Paride Ceresara, era “tutt’altro che un cattivo Diavolo”, anche se esperto di alchimia e magia.
Il Palazzo del Diavolo era, di fatto, la bottega per le “infernali operazioni” nelle quali si dilettava. Giunto al termine della propria vita, il conte decise di lasciare il proprio patrimonio immobiliare in eredità all’amico e discepolo Marco di Porta Leona, conosciuto dai mantovani come il Segretario di Satana e che in breve superò il maestro nelle scienze occulte, tanto da riuscire - sempre leggenda narra - a duplicare le monete d’oro del proprio forziere. Marco aveva al proprio servizio un’autentica strega, brutta e deforme, che insieme all’oro passerà nuovamente di mano, alla morte del legittimo proprietario, condizionando il resto della storia. Il forziere non poteva che essere maledetto e i due nipoti che l’erediteranno, Enrico e Carlo, avranno il loro da fare per le conseguenze del maleficio, perché tutto quel “ben del Diavolo” non può essere diviso se non a costo del sangue.
La storia si dipana a partire da questi avvenimenti, generando intrecci e rimandi, da Caino e Abele a I promessi sposi, dai romanzi di cappa e spada a quelli più romantici e d’amore, rappresentando avvenimenti, sentimenti e passioni con un linguaggio ricco di suggestioni e pathos. Nel mezzo di tanto nero non manca una storia d’amore (e non poteva mancare) che nasce dalle amene rive del Lario e trova il lieto fine dopo lunghe peripezie. Vi dice nulla?

Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana è una sorta di tributo, una magistrale messa in scena che contrappone il romanzo storico alla finzione, tra realtà ed esagerazione, al Romanticismo dell’epoca. Barbieri, come un fiume in piena, racconta ed esterna tutto il suo sapere per soddisfare il bisogno di coinvolgere e fascinare il lettore con questa enorme massa informe di sapienza, carica di molteplici significati, di informazioni e idee che talvolta confondono e travolgono il lettore e lo lasciano smarrito tra domande e interrogativi a chiedersi “cosa ‘diavolo’ stia leggendo.
Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana è un romanzo cupo, che puzza di zolfo e al tempo stesso di acqua di rose, ricorda Victor Hugo e il Manzoni, ma saprà farvi tornare bambini paurosi, timorosi del buio e di tutto ciò che non si può vedere e capire.

Un’ultima curiosità. Il Palazzo del Diavolo esiste ancora, seppur profondamente rimaneggiato e mutato. Per lungo tempo rimase deserto, i mantovani pensavano che le anime dannate popolassero le sue stanze, emettendo grida agghiaccianti e trascinando catene5, complicandone un po' eventuali trattative immobiliari. Oggi è sede della Fondazione Banca Agricola Mantovana, di proprietà del Monte dei Paschi di Siena (neanche a farlo apposta!) e probabilmente qualcuno, negli scantinati, starà oggi cercando la formula per duplicare le monete d’oro…

  1. Mantovani nel mondo - dieci anni di incontri sul web, di Pietro Liberati. Edizioni Mantovani nel Mondo Onlus
  2. Ibidem
  3. In basso, di Ulisse Barbieri, Angelo Sommaruga Editore, 1985
  4. Ulisse barbieri, "Il palazzo del diavolo: leggenda mantovana". Storie, rivista internazionale di cultura. Recensione di Matteo Biancardi
  5. Guida alla Lombardia Misteriosa, di Mario Spagnol, Luciano Zeppegno, Sugar Editore, 1968.

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Scheda del libro:

  • Titolo: Il palazzo del Diavolo: leggenda Mantovana
  • Autore: Ulisse Barbieri
  • Pagine: 196
  • Editore: Natale Battezzati
  • Anno: 1868
  • Anobii: scheda del libro

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