Sottesa alla narrativa horror e fantastica di scuola lovecraftiana c’è una filosofia nichilistica che è stata definita “cosmicismo”, che considera la razza umana come una presenza accidentale ed insignificante all’interno di un universo meccanicistico, caotico ed indifferente. Creature e mondi spaventosi e sovrannaturali sono quindi creati anche per sfuggire a questa cupa visione di immensi cieli neri e vuoti. Questo aspetto decadente, questa sorta di spleen trasposto su scala cosmica, è colto alla perfezione dai racconti di Clark Ashton Smith, che di Lovecraft era, oltre che collega, amico epistolare; i due si stimavano ed ammiravano a vicenda e furono influenzati l’uno dall’altro, pur mantenendo stili ed approcci diversi. É significativo ricordare che Smith fu molto influenzato anche da Baudelaire e le sue traduzioni in inglese delle poesie del “maudit” sono considerate fra le migliori.

Tra Bradbury e Sturgeon: più dalle parti del secondo, però, dato che non abbiamo qui monelli dodicenni alle prese con l’ultimo autunno della loro pre-adolescenza (“io che ho corso su prati bianchi di luna per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità”: quanto era bradburiano Claudio Baglioni?), ma tre ragazze diciottenni che in una torrida estate non vedono l’ora di superare del tutto l’adolescenza per tuffarsi nella vita e le sue sfide: in primis, inutile negarcelo, quella della sessualità. La sensibile e sensata Evelyn, l’infantile Francine, la concreta Rose non ne possono proprio più dell’ingenuità a cui le costringono padri tirannici o fratelli affettuosissimi.

Una spedizione archeologica torna da una lunga e tormentata campagna di scavi nel deserto dei Gobi, recando una cassa contenente preziosissimi reperti che, a detta dei suoi membri, potrebbe contribuire a riscrivere il passato e forse anche il futuro della Storia dell'Umanità: le testimonianze di una guerra tra i primi uomini e una misteriosa stirpe di "stregoni", dotati della capacità di trasformarsi in grandi predatori che, forse, non si è mai del tutto estinta.

Un’antologia dalla vita editoriale travagliata, e più volte “abortita”: così la definisce il Curatore, l’ottimo G. Lippi, nella Storia di un’antologia pubblicata in appendice al volume. La raccolta costituisce di fatto la seconda parte de Il meglio dei racconti dell’orrore di R. Bloch, il cui primo tomo era uscito nel 1990 nella defunta (il termine ci sembra quanto mai appropriato) collana «Oscar horror». Benché l’edizione originale fosse divisa in tre volumi (vol. I: The selected stories of R. Bloch, vol. II: Bitter Ends, vol. III: Last Rites), quella italiana, nelle intenzioni del Curatore, «si sarebbe articolata in due grossi volumi piuttosto che in tre di formato medio» (p. 389) per evitare eccessive frammentazioni.

Simmons è uno degli autori più celebrati della fantascienza degli ultimi 30 anni; It di Stephen King uno dei romanzi horror che ha fatto epoca, per la potenza dei temi nonché per la mole. Si direbbe che stiamo parlando di due mondi separati, dato che tra Hyperion e le cittadine del Maine non ci sono collegamenti. Eppure un collegamento c’è.

L’apertura mentale degli anni ’70, l’esplosione di orizzonti a livello popolare, si vide anche nella diffusione di una narrativa “animalista”, dove gli animali non erano più maschere di vizi e virtù umani, né volonterosi esemplari di teorie scientifiche o ideologiche, ma finalmente creature dotate di invidualità e coscienza, naturalmente entro i propri limiti: anzi, la sfida era proprio capire che tipo di coscienza potessero avere creature così diverse, veri alieni tra noi, da noi costretti, da sempre, al silenzio. Come altri ultimi della terra considerati fino ad allora buoni per spettacoli da circo, per esempio i Nativi Americani, chissà che non avessero qualcosa da insegnarci nel momento in cui la nostra potenza sembrava portarci in un vicolo cieco dopo l’altro.

Niente funziona meglio di un vecchio disco per viaggiare indietro nel tempo, tornare all’epoca in cui è stato inciso o in cui l’abbiamo sentito per la prima volta. L’età in cui la musica che ascoltiamo lascia un’impronta più decisiva è sicuramente l’adolescenza; nel caso di Lewis Shiner e Ray Shackleford, rispettivamente autore e protagonista di Visioni Rock (il titolo originale è Glimpses, lo stesso di un oscuro brano degli Yardbirds), questa età è coincisa con gli anni sessanta, una sorta di adolescenza sociale, musicale e culturale, una stagione ricca di eccitanti scoperte e di promesse.

Il tam-tam tra appassionati di fantascienza funziona ancora e così anche un vecchio romanzo come questo, di un autore stimato (ha avuto presentazioni da Asimov) ma che non ha mai creato grandiosi cicli o vinto premi Hugo – ed è scomparso da molti anni – ha un suo seguito. Finalmente ho potuto gustarlo: difficile anticipare la trama senza rovinarla; prendiamola alla larga e diciamo che i romanzi di Oliver hanno una solida e lineare narrazione e nascono in ambienti aperti (la savana africana delle Rive di un altro mare, qui l'alta montagna USA: 4000 mt!), in paesaggi che immagino aridi e polverosi, con un protagonista solitario... sarà perché Oliver era texano?

John Barth nasce nel 1930 a Cambridge, nel Maryland. In Italia è conosciuto più come teorico e professore universitario che come scrittore, ignorando il ruolo di primo piano che ebbe nell'ambito della letteratura nord-americana del secolo scorso, grazie a opere originali e mai banali che colpirono non poco sia la critica che il pubblico.Tra queste spicca Giles ragazzo-capra, quarto romanzo dell'autore: scritto nel 1966 e pubblicato in Italia da Rizzoli nel 1972 nella collana Scala, è oggi pressoché dimenticato, con sommo rammarico dello scrivente e di un nugolo di appassionati, visto che il titolo risulta presente in molte "liste" di libri da ristampare che circolano in rete.

È il primo romanzo di Matheson che leggo, quindi non posso valutare l'autore. Romanzo e racconti però fanno capire che Richard Matheson è uno di quegli autori che non vuole uscire dal genere che si è scelto, ma preferisce arricchirlo di spunti e di aperture.

«Ogni Conflitto Sociale è lo scontro di tre forze fra di loro contrastanti: l'Ordine Costituito, l'opposizione che cerca di rovesciare l'ordine esistente e sostituirlo con uno proprio, e la tendenza all'aumento dell'Entropia Sociale, tendenza che ogni Conflitto Sociale genera, e alla quale, in questo contesto, si può pensare come alla forza del Caos».

 Gregor Markowitz, Teoria dell'Entropia Sociale

Il primo aggettivo che mi sono sentito di associare, a lettura ultimata, a questo volume è "ingannevole". Un "inganno" non troppo sgradevole invero, che si riferisce alla veste editoriale scelta da Longanesi più che ai contenuti dei tre racconti di Bloch, nome che rappresenta una garanzia per l'amante del fantastico. Ingannevole è il titolo, almeno nella versione italiana, dove i "draghi" dell'originale, effettivamente presenti nel testo, sono stati sostituiti da presunti "miracoli".

La Pasqua è trascorsa da poco: cade quindi opportuna una recensione sul tema fantascientifico più affine, e cioè l'Utopia, la rinascita di una società (non mancano naturalmente le distopie, essendo la fantascienza un genere concreto e a suo modo realistico).

Lo stile lirico di Delany, la sua attenzione alle sfumature di luce e ombra e soprattutto ai colori, reali e mentali, la sua ossessione manieristica per i dettagli possono risultare snervanti per gli appassionati di fs "dura". E non è facile (per i medesimi) accettare l'insistenza sulle deformazioni di corpi, le mutazioni della sessualità, i contorti equilibri psichici imposti alla maggior parte dei protagonisti di queste storie.
Ogni pagina trasuda letteratura e, tra le righe, omosessualità (il tema della razza c'è, ma appare a Delany un fattore di diversità secondario), ma sarebbe un errore grave pensare che ciò definisca Delany, perché non solo temi come questi apparivano nella fs per la prima volta in questi racconti, ma la letterarietà ha lo scopo di dare un significato umano a società futuristiche, e i temi omosessuali sono resi universali.

Il titolo originale, Strange Doings, più che a "fatti", allude a strani "modi di fare". Lo sottolineo perché la caratteristica di questo autore, bizzarro e oggi un po' dimenticato, consiste proprio nel riprendere temi classici della fantascienza e nel trattarli nel modo più "strano" possibile: deformandoli, distorcendoli... mai trattandoli nel modo razionale più tipico della fantascienza classica. E siccome è l'approccio, e non la materia trattata, a definire il genere, direi che questa non è fantascienza: al massimo, meta-fantascienza.

«Il pavimento del mondo era increspato come il fondale di un oceano. Il Sole al tramonto inchiostrava di ombra violetta ogni increspatura. [...] L'orizzonte orientale era una muraglia azzurronera sotto un arco ampio e basso di ruggine corrosa, le cui estremità sprofondavano in lontananza, a destra e a sinistra. [...]
E verso quell'orizzonte correva l'amsir. I piedi dalle grosse dita unghiute sbattevano e frusciavano tra le increspature, sollevando effimeri sprazzi di sabbia grossolana che subito ricadevano [...] Teneva un giavellotto dall'asta metallica stretto contro il torace, con le mani munuscole che spuntavano a metà delle ossa principali delle ali.
Honor White Jackson lo stava inseguendo, e aveva un'opinione diversa, ma l'amsir era bello».
In questo lirico scenario fuori dal tempo e lontano nello spazio, inizia la sfida mortale tra il giovane del popolo della Spina e l'amsir, strano umanoide del deserto. Ma al di là dei colori esotici e della dettagliata biologia aliena, perché questo romanzo minore di Algys Budrys mi incantò tanto da adolescente?

William M. Sloane rientra nel novero di quei personaggi capaci di trascendere i generi, i ruoli e gli stili. Nato negli Stati Uniti nel 1906, è ricordato più come direttore ed editore, che come scrittore: vice-presidente della Henry Holt, direttore editoriale della Funk and Wagnalls, direttore della Rutgers University Press e fondatore della William Sloane Associates. Nell'arco di una vita, nonostante un buon numero di racconti, diede alle stampe solo due romanzi: To Walk the Night e The Edge of Running. Quest'ultimo è tuttora inedito dalle nostre parti. Entrambi hanno subito un adattamento per il grande schermo, anche se in epoca remota: Stranger Unearthly nel 1964 e The Devil Commands nel 1941.

Charles William Goyen (1918-1983) nasce a Trinity, in Texas. Il Sud degli Stati Uniti rimarrà sempre il paesaggio fondamentale e imprescindibile in cui vivranno i suoi personaggi e le sue storie. Goyen conoscerà fortuna principalmente in Europa, tanto da considerare la propria sensibilità di tipo europeo1. Anche se non riuscirà mai a mantenersi con la sola scrittura, i suoi libri verranno stampati e ristampati nel vecchio continente. In Italia, solo La casa in un soffio e i due terzi delle raccolte dei suoi pregevoli racconti, Il fantasma e la carne e Se avessi cento bocche, editi da Theoria, su cui sarà necessario tornare.

Vonda McIntyre è una scrittrice americana e genetista. Salì potentemente alla ribalta nel 1973 quando la sua opera breve Of Mist, Grass and Sand vinse il Premio Nebula, nella categoria Novelette. Questo racconto lo utilizzò in seguito come capitolo iniziale di DreamSnake, Il Serpente dell’Oblio, nell’edizione italiana.

Pubblicato nel 1972, Il Gregge Alza la Testa fa teoricamente parte di una trilogia di libri in cui John Brunner affrontava temi sociali fondamentali, proiettati in scenari fantascientifici futuri. I tre libri sono Tutti a Zanzibar (1968, vincitore del Premio Hugo 1969), L'Orbita Spezzata (1969) e questo Il Gregge Alza la Testa giunto in finale del premio Nebula 1972.

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