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Se vieni da nord, e se sei Goethe o Winfried Sebald, la visione del Garda è un preludio del Mediterraneo: limoni, glicini, il Pisanello e la Cappella degli Scrovegni, e forse l'intuizione remota delle rovine di Roma. Ma se vieni da sud, e hai imboccato l'autostrada del Brennero a Modena (e da lì a Berlino, dicevano Tondelli e Giovanni Lindo Ferretti, è un attimo), il giallino delle facciate delle case, la forma dei campanili e l'aroma di certi alberghi rischiano, a quell'altezza, di parlarti d'altro. In qualche modo impercettibile, sei entrato nella Mitteleuropa: quel corpo immenso, kaiserlich und königlich anche se il re-imperatore non c'è più da quel dì, che ancora nel 1925 il motociclista austriaco Ernst Ganauser andava cercando - immortalato nel film muto Der Kilometerfresser - da Bolzano alla Bosnia-Erzegovina, da Milano a Praga e Vienna, sulle macerie lasciate dalla prima guerra mondiale.

Negli anni Sessanta la premiata ditta Fruttero & Lucentini se ne uscì con una battuta poi rimasta negli annali della fantascienza: «Un disco volante non può atterrare a Lucca». Questa la chiosa con cui chiudevo la recensione di Pulsatilla sexuata e con la quale voglio cominciare a parlare de La sepoltura di Gianni Montanari.

«Pulsatilla sexuata è il primo libro italiano di fantascienza». Questa frase, scritta sulla seconda di copertina, credo basti a far sobbalzare sulla seggiola molti dei lettori di Mattatoio n.5. Se poi l'autore è Carlo Della Corte e sei un lettore di Alan Ford e il gruppo T.N.T., è probabile che da quella seggiola tu sia pure caduto...

Nerone, al secolo Sergio Terzi, nasce nel 1939 a Villarotta di Luzzara da una famiglia molto povera. Primo di sette fratelli, si trova spesso a dover mediare tra un padre violento, una madre infelice e molte bocche da sfamare. Nonostante questo, riesce da autodidatta a ritagliarsi un posto di primo piano nel pantheon degli artisti contemporanei, al fianco di alcuni conterranei come Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi. Come quest'ultimo, oltre a essere pittore e scultore di straordinaria forza e suggestione, è anche apprezzato poeta e scrittore. L'analogia con Ghizzardi non termina qua, visto che la loro opera prima è un'autobiografia, che racconta non solo una vita fatta di tribolazioni, ma anche il rapporto con l'arte e le altre persone, la natura e Dio, le donne e il sesso. Molto diversa invece la forma, visto che, a differenza di Ghizzardi, Nerone scrive in italiano. Non è stato facile, questo il titolo della sua opera prima, pubblicata da Vallecchi nel 1978, rappresenta la somma delle difficoltà e delle peripezie che hanno reso l'autore non solo un autentico artista, ma anche una persona dalle straordinarie qualità umane.

«Borètto 24 aghosto 1986 mio testamento io Pietro Ghizzardi nato a chorte Pavesina di Viadana im provincia di mantova il 20 luglio 1906 im pieno possesso delle mie facholtà mentali dispongho dei mei beni mobili e immobili chome segue istituischo mia errede universsale Pechchini nives iolanda vedova di mio nipote Ghizzardi dante nata a sorbolo il 22 febbraio 1921».

Seguono le firme di Pietro Ghizzardi Pierino, della signora Pecchini e dei testimoni. Il documento definisce nelle date il percorso dello straordinario personaggio Ghizzardi, che si sarebbe concluso 4 mesi dopo, il 7 dicembre 19861 e che trova la sua naturale descrizione nel libro Mi richordo anchora.

Se sei un appassionato di horror, dopo un po' ti trovi come anestetizzato. Non sobbalzi più sulla sedia, anzi saluti i colpi di scena come vecchi amici che stavi quasi disperando di rivedere; apprezzi lo stile, presti attenzione all'intreccio, al gioco delle citazioni; ti getti sulla roba di nicchia, ostenti snobbery. Le ultime cose capaci di suscitarti una vaga palpitazione sono lontane, da qualche parte fra i dischi che ascoltavi alle medie e le trecce della tua vicina di casa: squarci di angoscia di quelli che solo Dickens sa schiudere, immagini cesellate e quiete (e tanto più orrende, chiaro) lasciate in eredità dalle pagine di Shirley Jackson. Harry di Rosemary Timperley, letto in una vecchia antologia curata da Roald Dahl; l'atmosfera straniata, in bianco e nero, di certi racconti di Edith Wharton (e sono tre donne su quattro autori: lo so).

La Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori custodisce un patrimonio archivistico imponente e di grande valore documentario, nel quale spicca il fondo Erich Linder (1924-1983), protagonista di trent'anni di storia dell'editoria italiana. Sotto la sua guida, infatti, l'ALI (Agenzia Letteraria Internazionale) divenne una delle più importanti non solo d'Europa, ma del mondo, arrivando a rappresentare autori come Brecht, Mann, Salinger, Calvino, Volponi, Arbasino. Alla fine degli anni Settanta, della sua "scuderia" facevano parte circa diecimila scrittori di diverse nazionalità. Attraverso i carteggi tra l'agenzia, gli autori e le case editrici, l'archivio, organizzato in serie annuali, testimonia l'influenza e il ruolo determinante di Linder nel panorama editoriale italiano. E in quei faldoni ricchissimi – che mi auguro siano interrogati anche da giovani e seri studiosi, e non solo da cacciatori di bizzarrie – ha lasciato una traccia anche lui, Emilio de' Rossignoli...

Jarma Lewis è uno degli pseudonimi di cui si servì Emilio De' Rossignoli nel corso della propria vita. Come accennato nell'articolo Ultimo indirizzo conosciuto: R105, N246, Jarma Lewis era un'attrice americana, non molto nota al grande pubblico, ma che in qualche modo seppe colpire l'immaginazione dello scrittore milanese, molto attento alle dinamiche hollywoodiane, tanto da indurlo a firmare con tale nome alcuni titoli per la collana "I gialli che turbano", edita nei primi anni Sessanta dall'Editoriale Franco Signori di Milano.

Inauguriamo qui un'ideale 'Guida alle guide dell'Italia lunare', a quei tentativi, cioè, di mappatura - Baedeker, reportage, inchieste - che a partire dagli anni '60 cercano di dar conto del lato più oscuro, inquietante e insolito del Paese dove fioriscono i limoni. Iniziamo con una delle più note e interessanti, I misteri d'Italia di Dino Buzzati.

Homunculus è l'unico romanzo scritto da Gianni Roghi, scrittore e giornalista, inviato speciale del settimanale «L'Europeo», campione di caccia subacquea e di sci, etnologo, biologo, ma soprattutto sommozzatore e pioniere dell'archeologia sottomarina. Una vita impegnativa e indubbiamente spericolata, che lo portò troppo presto e in maniera epica al cospetto di Caronte: il 3 marzo 1967 viene investito da un elefante impazzito durante un viaggio nella Repubblica Centro Africana. Una settimana dopo muore nell'ospedale di Bangui, all'età di quarant'anni. Giorgio Bocca, su «Il Giorno» del 12 marzo 1967, ebbe modo di scrivere: «...era soprattutto un uomo intelligente, troppo intelligente per identificarsi in una qualsiasi professione». Pochi anni prima, nel giugno del 1963, Roghi aveva scritto un articolo per «L'Europeo» dal significativo titolo: Dov'è la coscienza? Dibattito su un problema affascinante della scienza d'avanguardia: il peccatore biochimico. E in questo romanzo, in continuo bilico fra quello che oggi si definirebbe "noir" e qualcosa simile alla sindrome di Frankenstein, Roghi ipotizza la "realizzazione" di un super uomo geneticamente modificato tramite l'alimentazione della futura madre1. Significativa la scelta del nome del protagonista, lo scienziato autore dell'esperimento Giovanni Rogus, fusione tra il cognome dello scrittore e la parola latina rogus. Rogus con il significato di "preghiera, petizione" è vocabolo ignoto al latino classico, che registra invece, nello stesso senso, rogatus2. Nell'età medioevale, il termine figura in un notevole numero di esempi , tra i quali (in senso figurato) è interessante segnalare "ceneri, spoglie mortali".

Umorismo che rimi con umorismo

Alla sua sesta uscita (maggio 1970), Horror sta maturando una fisionomia precisa: oltre a Orizzonti del fantastico di Emilio de' Rossignoli (che prende questo titolo a partire dal n. 4), le rubriche fisse sono: I maghi del terrore, ovvero le interviste di Luigi Cozzi a personaggi come Roger Corman, Antonio Margheriti, Carlo Rambaldi; la Storia del cinema fantastico di Piero Zanotto (dal n. 3); Ai confini della realtà - Storie vere del mondo occulto di Ambrogio Isella (dal n. 4), Al di là di Ornella Volta (dal n. 5) e Horror market, con le novità cinematografiche e letterarie (a partire da n. 3 curata da Claudio Bertieri).

Riscoprire libri dimenticati significa anche ritrovare personaggi che hanno contribuito a fare la storia dell'editoria in Italia: una storia discreta e non strillata – lontana dalla luce dei riflettori perché poco interessante per i più – ma preziosa per ripercorrere il nostro passato in una prospettiva insolita, come abbiamo già osservato parlando della straordinaria avventura dei piccoli editori romani "d'assalto" degli anni Sessanta. La collana «Sotto accusa», pubblicata da Fabbri nel corso del 1973 e destinata non solo alle librerie, ma anche alle edicole, comprende due serie, una di romanzi (profilata in rosso) e una di inchieste (in nero). Tra gli autori dei romanzi, tutti thriller "di costume" calati a fondo nella scottante e contraddittoria società italiana dell'epoca, compaiono Enrico Vaime (Novanta di gradimento), Giuseppe Pederiali (Povero assassino), Inisero Cremaschi (Le mangiatrici di Ice-Cream), Luciano Anselmi (Il commissario Boffa), Giuseppe Bonura (Morte di un senatore), Gaetano Gadda (Il complice del suicidio), Vieri Razzini (Terapia mortale, da cui Lucio Fulci trasse il memorabile film Sette note in nero, del 1977).

Negli ultimi mesi ci siamo dedicati con cura ed entusiasmo alle ricerche biografiche su Emilio De' Rossignoli. È un lavoro lungo e complicato: strade che sembrano promettenti imboccano un vicolo cieco; ipotesi plausibili alla fine si arenano... Insomma, ci vorranno altro tempo e tanta pazienza. Ma abbiamo fatto alcuni passi avanti, che vogliamo raccontare anche se ancora non siamo arrivati a un vero punto di svolta, alla chiave che apre la porta segreta.

Forse il ’68 un’anima occulta, magica, l’aveva avuta sin dal principio, si diceva. È che a un certo punto la commistione si fa esplicita: in fondo, in entrambi i casi, si tratta di forzare le barriere del possibile. “Sono entrato l’altro giorno in prima persona in quella libreria, come si chiama, fa lo stesso, era una libreria che sei o sette anni fa vendeva dei testi anarchici, rivoluzionari, tupamari, terroristi, dirò di più, marxisti…”: adesso s’è riciclata, vende “erbe medicamentose, e istruzioni per fare l’homunculus”, e la bazzica “gente fantastica, gente che parla con gli angeli, che fa l’oro, e poi maghi professionisti, con la faccia da mago professionista”. I pittori espongono quadri con titoli come Mystica Rosa, Atanòr, Sophia. Ex tupamari uruguayani animano riviste esoteriche con nomi da grimorio, ed evocano ectoplasmi nelle sedute spiritiche. E i libri di successo? Niente più Lenin o Mao-Tse-Tung: romanzi gnostici, invece, e il libro “di una giornalista famosa, che racconta di cose incredibili che accadono a Torino, Torino dico, la città dell’automobile: fattucchiere, messe nere, evocazioni del diavolo, e tutto per gente che paga, non per le tarantolate del meridione”.

Perché parlare di un libro pubblicato nel 2013, La storia dei Racconti di Dracula di Sergio Bissoli e Luigi Cozzi (Edizioni Profondo Rosso, Roma) proprio qui, dove abitualmente ci occupiamo di libri fuori catalogo, da riscoprire e da salvare? Innanzitutto perché è in piena sintonia con il nostro spirito e ha il merito di aver riscoperto e salvato, appunto, libri e autori dimenticati. Ma anche perché noi amiamo i libri eccentrici e fuori dagli schemi e questo lo è ‒ eccome! ‒, sia nella struttura sia nei contenuti: la storia dei Racconti di Dracula viene ricostruita, infatti, attraverso l'alternanza di memorie personali, interviste, biografie e persino un romanzo inedito. Infine, perché da ogni pagina trasuda quella passione caparbia e idealista cara al nostro cuore e che, personalmente, considero il sale della vita (e un segno di elezione).

Povero Cristo è un romanzo bizzarro e non facile da decifrare. Un amico mi ha confessato di averlo addirittura strappato in due e scagliato contro il muro senza finire di leggerlo, tanto gli dava sui nervi e gli pareva stupido e incomprensibile (ma era giovane e intemperante: in seguito se ne pentì). Non che sia un libro difficile da intendere alla lettera, tuttavia è un libro che, proprio se preso nel suo significato letterale, risulta come minimo naif (e pesantemente trash). Vorrei proporre un'interpretazione che in parte lo riscatta, ma posso affermare che Carpi qui ha fallito, perché non è un'opera riuscita quella che richiede di discostarsi troppo dal significato apparente. O meglio, quella il cui significato apparente non sia pienamente godibile in sé.

Lunatici e licantropi

Ogni epoca, scriveva Walter Benjamin, sogna la successiva. È una "prefigurazione fantastica" che solo uno sguardo postumo può realmente cogliere, come una "lastra fotosensibile" le cui immagini impresse saranno rivelate solo dagli acidi, più potenti, del futuro (1). Il numero 5 di Horror, dell'aprile 1970, è una di quelle lastre, sorta di monade tesa tra quel che è stato e l'adesso, e che oggi possiamo guardare con nostalgia, curiosità, tenerezza: ma soprattutto come un esempio di che straordinario laboratorio di idee fu quella rivista, e di come essa abbia gettato i semi di molte esperienze germinate in seguito.

Con questa intervista apriamo un nuovo filone di ricerche dedicate a chi, oggi, in vario modo, si occupa di libri che furono. Vuole essere il nostro messaggio di auguri a chi ci legge: auguri di mantenere vive la passione e la curiosità, auguri di incontrare, chissà, un mentore che faccia da guida... per Michele "Miky" Clerici è stato Ernesto Vegetti, e di questo e molto altro ci racconta in questa chiacchierata. Michele è un collezionista e anche un venditore di libri di fantascienza: l'ho conosciuto poco più di un anno fa sotto i migliori auspici, acquistando da lui H come Milano. Me l'ha portato personalmente e mi ha detto: "sono molto curioso di questo tuo acquisto...". Ho capito subito che era una persona speciale.

La caccia del conte Zaroff

Marzo 1970: sul numero 4 di Horror vengono resi noti i risultati del Referendum di gradimento relativo al numero 1 ed Emilio De' Rossignoli si classifica primo nella sua categoria con l'articolo Specchio, specchio delle mie brame... Esulto per la sua vittoria come se fosse una notizia di oggi.

"Ho la lebbra, amore". Più volte l'uomo tenta di pronunciare la frase fatale, dall'uscio del bagno, al night, fra le lenzuola; lei, bellissima e indifferente, non ascolta mai, perennemente presa da qualcos'altro, e le parole restano a vagare, sospese, finché – nella notte – egli non percepisce, sulla schiena di lei, le macchioline che annunciano il male. È l'Italia della Dolce Vita, frenetica, vacanziera e modaiola, che tenta di espellere la morte e il disfacimento moltiplicando le occasioni di svago e distrazione: ma la morte, come Fellini aveva già mostrato pochi anni prima, era sempre stata lì, tra le luci di Via Veneto, allo stesso modo in cui, nel Trionfo della Morte di Buffalmacco – l'affresco del Camposanto di Pisa che serve forse da ispirazione per la cornice narrativa del Decameron – la falce incombeva, non vista e inesorabile, sui giovani intenti a ragionare nel giardino. In "Ho la lebbra, amore" – racconto di Bernardino Zapponi pubblicato per la prima volta sulle pagine de Il Caffè letterario e satirico nel 1965, e raccolto due anni più tardi in Gobal – il film di Fellini si contamina con La maschera della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, abbandonando ogni suggestione ottocentesca e lasciando solo, nudo, l'orrore.

Le Vampire, di Ornella Volta

Nel 1964 usciva per l'editore milanese Sugar Il vampiro di Ornella Volta. Negli anni '60 il paese del sole (in realtà da sempre molto più lunare di quanto si potesse supporre, come la stessa Volta avrebbe scritto in un denso articolo – quasi un manifesto – nel quinto numero della rivista Horror)1 riscopriva il gotico, per il tramite di autori, registi ed editori spregiudicati e coraggiosi.

Leggere uno dopo l’altro libri dello stesso autore aiuta a cogliere echi e corrispondenze, a costruirsi un quadro mentale a mano a mano più vivo; d’altro canto, a volte può essere necessario prendersi delle pause per non rischiare di disamorarsi, o perché la passione è tanto ardente che si teme con sgomento il momento in cui quei libri finiranno. Personalmente, ricavo un piacere intenso dal seguire il filo d’Arianna: è un frutto maturo, succoso. E la lettura in sequenza di Un’ombra nell’ombra e Abra cadabra me lo conferma.

Tocchiamo ferro…

Continuiamo la scoperta degli articoli del conte Emilio (chissà poi se conte lo era davvero o non si tratta piuttosto di una delle sue burle) con un viaggio tra le pagine della rivista che li ospitava. Pagine giovani, piene di idee, a volte contraddittorie, sempre stuzzicanti; pagine tridimensionali per la forza suggestiva dei contrasti bianco/nero; pagine traboccanti di libertà e di orgoglio di gruppo per essere i primi a fare qualcosa di nuovo e di speciale.

Lo confesso, non sono la persona più adatta a recensire in maniera neutrale e sincera un libro di Emilio de’ Rossignoli. Dopo mesi di ricerche, indagando e curiosando tra il molto materiale cartaceo e il poco della sua vita privata giunti fino a noi, non riesco a dimostrarmi obiettivo nei suoi confronti, trova ancora oggi il modo di... turbarmi e viziarmi, magari sotto un quarto di luna.

Due cose vanno dette subito. La prima: Un’ombra nell’ombra (1974) è un romanzo splendido che consiglio di leggere senza pregiudizi e possibilmente senza sapere nulla della trama, per godersi di più il raffinato crescendo di suspense. Chi vuole osare, tralasci questa recensione, nella quale comunque cercherò di svelare il meno possibile, e corra a cercarlo. La seconda: Pier Carpi ne ricavò un film (Marco Giusti in Stracult1, bibbia del trash italiano, dice che fu «girato nel 1977, ma non chiuso prima dell’intervento del produttore Piero Amati», che tolse la regia a Carpi). A detta di tutti, un film brutto (nonostante il cast grandioso per un progetto simile: Valentina Cortese, Irene Papas, Marisa Mell), anche se non al punto da essere assunto nell’Olimpo dei veri cult, e significativamente diverso dal romanzo in alcuni passaggi fondamentali.

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