La vita dopo la morte non è per la gentucola umile e mansueta, per quanto rispettabile possa essere. È il tipo brillante con i dollari in tasca e gli occhi ben aperti che marcia in paradiso, non gli altri!”

Forse uno dei motivi per cui siamo rimasti in pochi a leggere i “classici” della fantascienza è che fa uno strano effetto veder raccontati gli anni che stiamo vivendo in maniera molto diversa dalla realtà. Era bello e plausibile immaginare che avremmo continuato nella corsa all’esplorazione spaziale, ma nessuno ha saputo prevedere quanto la tecnologia e la comunicazione digitali avrebbero cambiato la nostra vita, per cui può capitare di leggere di astronauti che viaggiano tranquillamente verso Marte o Venere e stendono un rapporto in triplice copia con la macchina da scrivere e la carta carbone. Poi però può capitare di leggere un racconto come Il premio del pericolo, scritto da Robert Sheckley nel 1958, ed imbattersi in un personaggio che segue un programma tv su un dispositivo portatile simile ad un palmare, o un tablet, e scoprire che è il protagonista di quello che oggi chiameremmo un reality show, il suo ruolo è quello di soddisfare la curiosità morbosa di un pubblico che ama seguire ledisavventure di persone prive di particolari qualità, con le quali possa davvero identificarsi. Naturalmente non tutta la narrativa di Sheckley è dotata di queste sorprendenti facoltà di precognizione, ma queste non sono le sole che la rendono più attuale e godibile che mai. Il suo è uno dei nomi di punta di quella che venne definita “social science fiction”, una scuola attraverso la quale la fantascienza riallacciò i rapporti con le sue radici più colte ed impegnate, quelle di H.G. Wells, Orwell e Huxley, e, senza trascurare l’elemento avventuroso, propose un atteggiamento consapevole e critico nei confronti dei problemi sociali contemporanei, con uno sforzo che adesso può spesso apparire ingenuo ma che fu tanto coraggioso quanto necessario, dato che proveniva dall’America degli anni ’50, il periodo del maccartismo. Fra gli autori che esordirono in quegli anni, e che si radunarono principalmente intorno alla rivista Galaxy, vale la pena ricordare anche Frederik Phol, Theodor Sturgeon, Philip José Farmer e l’ormai ampiamente rivalutato Philip Dick.

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