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Il Diavolo, di Decio Canzio

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Nel 1988, secondo un sondaggio riportato dal giornalista Arrigo Levi, il 33% degli italiani credeva nell’esistenza del diavolo.1 Nello stesso anno, sondaggi più circoscritti – e limitati alla città di Torino, già di suo connotata da una certa reputazione sulfurea – consentivano di precisare il dato, con qualche piccola sorpresa. Nella città della FIAT e dell’Einaudi, nel 1988, credevano al diavolo il 18,7% degli uomini e il 19,3% delle donne: un dato praticamente identico, dunque, alla faccia di una presunta propensione femminile alla superstizione.

Se la domanda riguardava però il “pensarci” – ipotizzare, o comunque ritenere plausibile l’esistenza del diavolo senza necessariamente credervi – la percentuale femminile saliva al 29,3%, ma quella maschile addirittura al 36,6%. Risultati ugualmente sorprendenti si ottenevano dividendo il campione per titolo di studio: apparentemente, un maggiore livello di istruzione aumentava la possibilità di credere nel demonio. Gli intervistati con licenza media credevano al diavolo per il 17,7%, ma il campione aumentava al 22,7% fra i diplomati e raggiungeva il 23,4% fra coloro che erano in possesso di una laurea.2 Niente donnicciole tarantolate stile Sud e magia, dunque, e nemmeno fattucchieri analfabeti da spedizione coloniale sabauda: nell’Italia di fine anni ’80, il demonio rimaneva qualcosa di sottilmente upper class.

L’Italia è una roba strana. Un paese cattolico, si sa, anzi il paese cattolico per eccellenza – ma al tempo stesso anche il più sottilmente, visceralmente miscredente. Basti pensare a quella tradizione tipicamente nazionale – e che in regioni come Toscana, Umbria, Veneto e Trentino raggiunge vertici ineguagliabili di virtuosismo barocco – che è la bestemmia. O, per rimanere alla sfera dell’occulto, alla caccia alle streghe: mentre nell’Europa del Cinque-Seicento (e per non parlare del New England) i roghi ardono notte e giorno, l’Italia resta sì il centro culturale in cui si stampano i più illustri trattati demonologici e i più aggiornati manuali d’interrogatorio, ma roghi quasi niente, e i pochi processi per stregoneria che si celebrano sono tutti circoscritti in aree al confine con la Mitteleuropa – Tirolo, Friuli, Valtellina. E poi c’è, naturalmente, il diavolo: ufficialmente onnipresente – di “ponti del diavolo” è disseminata la penisola, e ogni villaggio ha la sua bella leggenda diabolica –, ma di fatto, sin dal medioevo, costretto dal folclore in ruoli comici o grotteschi, burlato da contadini scaltri , scornato dalla Madonna, dall’Arcangelo Michele o dal santo di turno, e generalmente incapace di far altro che lasciare, stizzito, impronte di zoccoli qua e là, o spuntarsi le corna per le gole montane.3

Non stupisce, allora, che il diavolo rientri nella modernità italiana in modo obliquo, lasciandosi alle spalle il pelo e le corna della tradizione e prendendo casa nel salotto buono, ospite inquietante che turba i sonni della borghesia degli anni del boom e ne incarna il desiderio di proibito: come il Terence Stamp del Teorema di Pier Paolo Pasolini (1968), figura sottilmente demoniaca che catalizza e scatena le pulsioni più nascoste di un’intera famiglia dell’alta borghesia lombarda. Un anno dopo il film di Pasolini, nel 1969, Decio Canzio – discendente da Giuseppe Garibaldi per via diretta, raffinato collezionista di cimeli garibaldini, per anni collaboratore di Sergio Bonelli – realizza per l’Editoriale Milanese l’elegantissimo volume Il Diavolo, un ponderoso coffee-table book, ricco di illustrazioni (molte delle quali di Dino Battaglia), a cui collabora anche Ornella Volta.

Il sottotitolo è tutto un programma: "incarnazione, metamorfosi, storia, quando appare, dove cercarlo", e in effetti il libro di Canzio è anche un manuale – ironico, certo – di evocazione demoniaca, mai più ristampato da allora e divenuto, con gli anni, un oggetto un po’ leggendario. Chi scrive – e che è fiero possessore di una copia in condizioni perfette –  non ha mai provato a mettere in atto i consigli del libro, né ha la minima intenzione di farlo: se una laurea aumenta le possibilità di credere nel diavolo, è possibile che due dottorati diano la certezza pressoché matematica di fare la fine di Toby Dammit. I lettori di Mattatoio che dovessero mettere mano su una copia del libro, tuttavia, sono caldamente invitati a raccontare la loro esperienza alla Redazione.

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Teorema

  1. Arrigo Levi, Noi: gli italiani, Bari, Laterza, 1988, p. 66 (!).
  2. Chito Guala, ‘Il diavolo sotto la Mole: un sondaggio presso la popolazione di Torino’, in Filippo Barbano, Diavolo, diavoli. Torino e altrove, Milano, Bompiani, 1988, pp. 51-67.
  3. Giuseppe Cocchiara, Il diavolo nella tradizione popolare italiana, Roma, Editori Riuniti, 2004

Scheda del libro:

  • Titolo: Il Diavolo
  • Autore: Decio Canzio
  • Pagine: 263
  • Editore: Editoriale Milanese
  • Anno: 1969

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