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Ladro di Ferragosto e Il santo peccatore, di Raffaele Crovi

La cover del libro La cover del libro

Ladro di Ferragosto (1984) e Il santo peccatore (1995) sono due parabole moderne finemente cesellate con parole e frasi di precisione chirurgica e allo stesso tempo di alto valore poetico. Le numerose affinità tra i due romanzi, anche tematiche, segnalano più l'immaginario dell'autore che un messaggio analogo e coerente: le due vicende, infatti, pur mostrando due facce (forse più di due) della stessa medaglia, sono quasi opposte negli esiti.

Negli anni Ottanta, a Ferragosto Milano era davvero «ibernata nel silenzio» e sembrava un grandioso set cinematografico abbandonato. In Ladro di Ferragosto, un giornalista scapolo di mezza età ha preparato con cura il lungo fine settimana festivo: un po' Noè, un po' Robinson, si è barricato nel suo appartamento in città per un «rito di rinascita»: ha ritirato in lavanderia i vestiti lavati e stirati che non indosserà, ha riempito il frigo di cibi che non mangerà perché ha deciso di digiunare. La solitudine che ha scelto è narcisismo, vanità, presunzione di santità. L'elenco maniacale dei numeri utili che ha trascritto su un grande foglio bianco non lascia margine all'imprevisto: questura, carabinieri, vigili del fuoco, vigili urbani, pronto soccorso, azienda elettrica, servizio gas, radiotaxi, centro previsioni meteorologiche, sveglia telefonica e persino due canoniche. Ma l'imprevedibile irrompe in questo Eden perfettamente organizzato con l'apparizione di un ladro, Adamo (il mondo era deserto, e Dio ebbe bisogno di Adamo...). Il protagonista ne subisce allibito i comportamenti naturali ma eccentrici, vista la situazione: come se fosse a casa sua, il ladro si fa una doccia, si prepara da mangiare, si toglie il trucco e mostra la sua vera faccia («Questa è la mia faccia vera. Quella più impersonale. La uso di rado. Cambio faccia, come cambio nome. Il nome che preferisco è Adamo, dire Adamo è come dire uomo. Dovresti provare a cambiarti faccia e nome anche tu»). Inizia così un viaggio fuori dal paradiso artificiale, attraverso una Milano popolata da emarginati: Adamo è un Orfeo che guida agli inferi, è un Pollicino che trova la strada nel bosco, è una cicala generosa che dissipa i suoi talenti senza pensare al domani e regala il suo canto, è un lebbroso la cui stretta di mano potrebbe essere mortale, è un iconoclasta distruttore di certezze, è un intruso nel giardino del signore della solitudine. Naturalmente c'è anche Eva, una «zingara con lo stetoscopio», dottoressa che ha fiducia negli amuleti e ama i giochi di parole. Alla fine dell'avventura, il protagonista ne uscirà trasformato...

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La copertina de "Il santo peccatore"

Anche Il santo peccatore parte da un rovesciamento: se Adamo non è affatto un vero ladro, perché, all'opposto, regala il miracolo di una vita nuova, il santo in questione «è un santo fasullo, un santo involontario: ha praticato più la stravaganza che la virtù», come dichiara all'inizio la voce narrante. Solo alla fine, con improvvisa illuminazione, si scoprirà a chi appartiene questa voce, e la scoperta metterà in dubbio l'attendibilità del racconto, accentuando il carattere ambiguo del messaggio finale, lasciato in gran parte al sentimento del lettore. Il "santo" Aronne, figlio bastardo dai molti nomi, si muove tra l'Oltrepò e Pavia facendo proseliti e miracoli, Siddharta della provincia italiana. Come il ladro Adamo, Aronne cambia spesso faccia e identità («Mossa sapiente... non si può rischiare di perdere la faccia che non si ha») e ama i nomi biblici, che attribuisce ai suoi seguaci. Se Adamo si appropria del mondo dando i nomi a cose e animali, anche Aronne porta il destino nel nome: l'Aronne biblico credette di guidare il suo popolo verso la Terra promessa e invece lo ingannò con il vitello d'oro delle illusioni. Aronne cerca la concretezza delle azioni e la precisione delle parole: «lavorando duro ha imparato, per poi interpretarli con gesti o suoni, i verbi governare (la stalla), sdogare (la botte), sfornare (il pane), accoppiare (la vacca e il toro), scuoiare (il coniglio), slattare (il vitello), imbracare (il cavallo) e guaire, zipolare, coccodiare, muggire, nitrire, belare, grufolare, uggiolare». Come la Eva di Ladro di Ferragosto, Aronne delle parole ama anche il gioco: il proverbio, la parabola, l'uso figurato, i versi e le canzoni. Scrive lettere a Dio e a se stesso. Gli piace lavorare con le mani. Tra i molti gesti eclatanti della sua vita, pretesi miracoli, attentati e fughe, spicca l'interruzione di una brillante carriera accademica come biologo.
Il santo peccatore è un romanzo interessante soprattutto per il confronto con Ladro di Ferragosto, rispetto al quale risulta decisamente inferiore: meno compatto e folgorante, alla leggerezza e all'estrosità del primo sostituisce una tonalità bassa da omelia, pur mascherata dallo stile brillante. Le digressioni da guida turistica su luoghi e monumenti interrompono la narrazione in modo incongruo. La gioiosa trasformazione regalata dal ladro Adamo al giornalista chiuso nel suo silenzio superbo si rovescia nella scelta ascetica di Aronne, specchio forse del disinganno degli anni Novanta.
Dell'attività editoriale di Raffaele Crovi, direttore, fra l'altro, della collana Sotto accusa, abbiamo già parlato qui.

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Scheda del libro:

  • Titolo: Ladro di Ferragosto
  • Autore: Raffaele Crovi
  • Pagine: 96
  • Editore: Frassinelli
  • Anno: 1984

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