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I Mercanti dell’Occulto, di Pier Carpi

La cover del libro La cover del libro

Forse il ’68 un’anima occulta, magica, l’aveva avuta sin dal principio, si diceva. È che a un certo punto la commistione si fa esplicita: in fondo, in entrambi i casi, si tratta di forzare le barriere del possibile. “Sono entrato l’altro giorno in prima persona in quella libreria, come si chiama, fa lo stesso, era una libreria che sei o sette anni fa vendeva dei testi anarchici, rivoluzionari, tupamari, terroristi, dirò di più, marxisti…”: adesso s’è riciclata, vende “erbe medicamentose, e istruzioni per fare l’homunculus”, e la bazzica “gente fantastica, gente che parla con gli angeli, che fa l’oro, e poi maghi professionisti, con la faccia da mago professionista”. I pittori espongono quadri con titoli come Mystica Rosa, Atanòr, Sophia. Ex tupamari uruguayani animano riviste esoteriche con nomi da grimorio, ed evocano ectoplasmi nelle sedute spiritiche. E i libri di successo? Niente più Lenin o Mao-Tse-Tung: romanzi gnostici, invece, e il libro “di una giornalista famosa, che racconta di cose incredibili che accadono a Torino, Torino dico, la città dell’automobile: fattucchiere, messe nere, evocazioni del diavolo, e tutto per gente che paga, non per le tarantolate del meridione”.

È Umberto Eco, naturalmente – Il Pendolo di Foucault. Ed è la Milano degli anni ’70, sospesa fra anni di piombo ed Età dell’Acquario, vista dal buco della serratura delle piccole case editrici. Lo stesso ambiente che sta dietro a molti dei libri recuperati qui. E non sarà difficile, per i lettori di Mattatoio n°5, immaginare al bar di Pilade – quel “porto franco” lungo i Navigli dove, “tra le undici di sera e le due di notte […] passavano il funzionario editoriale, l’architetto, il cronista di nera che aspirava alla terza pagina, i pittori di Brera, alcuni scrittori di medio livello, e studenti” – aggirarsi, assieme a Belbo, Casaubon e Diotallevi, anche la figura elegante e discreta di Emilio De Rossignoli.

Una di quelle case editrici era – ed è ancora – l’Armenia. Fondata nel 1972, s’era fin da subito distinta per l’attenzione a fenomeni come le filosofie orientali, l’esoterismo, le scienze occulte. E appena un anno dopo, nel 1973, Giovanni Armenia decideva di pubblicare un libro controcorrente e affascinante come I Mercanti dell’Occulto di Pier Carpi. Un “libro di accusa” – recita la quarta di copertina – contro il sottobosco dell’occultismo italiano, in cui vengono “esposti i trucchi usati dai professionisti della magia e denunciati i fanatismi dei suoi esaltati”, “rivelando i retroscena, scoprendo i segreti, smascherando gli impostori”. In mezzo alla paccottiglia esoterica che dominava l’editoria italiana al tempo, si trattava senza dubbio di un libro anomalo: ma anche e soprattutto perché Pier Carpi, alla magia, ci credeva. I Mercanti non è la demistificazione del mondo dell'occultismo fatta da uno scettico, come sarà – pochi anni dopo – quel piccolo capolavoro che è Viaggio nel mondo del paranormale di Piero Angela (1978): è una demolizione sistematica dei metodi di chi, con truffe e trucchi dozzinali, scredita lo studio autentico e serio della Sapienza arcana.

Confesso candidamente – pur avendo divorato, verso i tredici anni, i libri di entrambi – di sentirmi più dalla parte di Piero Angela che di Pier Carpi. A molti sembra curioso che chi ha quotidianamente commercio col De masticatione mortuorum del Ranft, con le dissertazioni sui fantasmi di Lenglet Du Fresnoy e coi racconti più trucidi del preromanticismo tedesco non presti la benché minima fede alla magia e alle scienze occulte (sul credere nei vampiri, per omaggio e deferenza verso i maestri, sono lievemente più aperto). C’entra, immagino, quella diffidenza sovranamente borghese, e da sempre inattuale, verso quella che Borges chiamava la tentazione verso le spiegazioni facili e simmetriche – vengano esse da Materialismo ed empiriocriticismo o dai Simboli della scienza sacra di Guénon. Chi ne è preso elide i dettagli, i casi singoli, gli scarti, le eccezioni; e tutto, come sintetizza Eco nel Pendolo, spiega tutto. In entrambi i casi, è fede – che è l’opposto della scienza; lo stile si fa profetico, si diventa dogmatici; e si omettono i nomi, e le note a piè di pagina. Ecco: chi vuole realmente conoscere, di norma legge libri fitti di note (e con bibliografia). Il resto è letteratura.

I Mercanti, che di nomi non ne fa nessuno, né di imbroglioni né di maghi ‘seri’ – e che lascia sempre immaginare, senza mai spiegare in che consista, l’esistenza di una Sapienza autentica (e naturalmente abscondita) – è anzitutto un grande libro di letteratura, che si legge benissimo; e che restituisce, soprattutto, il fascino larvato di un mondo scomparso, facile all’incanto, antico e moderno insieme. C’è “il mago delle dive e degli sportivi” che riceve “nel cuore della vecchia Milano, al secondo piano di un palazzo in stile napoleonico del primo impero”. Una signora che pratica le scienze occulte nel suo appartamento di periferia, fra “alcuni romanzi del tardissimo romanticismo, una collana di libretti di magia spicciola e molti fotoromanzi, tra i più brutti in commercio”. Sedicenti profeti entrati in contatto telepatico con entità extraterrestri, dalla natura cristologica nemmeno troppo dissimulata da ingenui anagrammi (Scegustori = Gesù Cristo: ed è ancora da scrivere una storia delle relazioni fra enigmistica e occultismo, entrambi passatempi piccoloborghesi e molto privati, ciascuno col suo piccolo mondo di fanzine ciclostilate, convegni tenuti in vecchie località termali e scissioni interne fra gruppetti rivali). E poi teosofi, massoni, visionari, medium, fattucchiere – un’Italietta segreta, stile Giulietta degli spiriti, fatta di ragionieri, signore ingioiellate e pensionati curiosi; e situata al confine fra un retroterra ferino e arcaico e il degrado antropologico diagnosticato, in quegli stessi anni, da Pier Paolo Pasolini (e presto cristallizzatosi in cliché).

Di Pasolini, il Pier Carpi de I Mercanti ha molto: il tono da fustigatore, lapidario e a tratti moralista; e soprattutto, direi, l’idea di fondo, che l’Italia – cioè – si stia pervertendo, e che la modernità sia, fondamentalmente, una minaccia. Oggi, scrive Pier Carpi nella chiusa, si imballano ad Amburgo le sfere di cristallo e le bacchette magiche che adopereranno gli “aspiranti maghi per corrispondenza” italiani; e l’Italia è invasa da missionari protestanti provenienti dagli Stati Uniti, da hippy e santoni indiani che ne erodono la spiritualità più autentica. Il rifugio da questa modernità tecnocratica e falsamente sincretistica, per Pier Carpi, sarà allora il ritorno a quell’“umile Italia” già cantata da Pasolini, nel 1957, ne Le ceneri di Gramsci – e con gli stessi accenti fra il pauperistico e il pascoliano:

[…] sicuramente, in questo momento, in qualche piccolo paese italiano, suonano le campane a festa. Dalla chiesa antica e sgretolata, esce un vecchio prete stanco, reggendo un’altissima croce. Lo seguono, ridendo nella loro innocenza, dei rossi chierichetti dagli abiti troppo grandi. Dietro, una piccola folla di vecchi e di giovani, negli abiti contadini della festa. Quattro ragazzoni sudati portano a braccia le aste che reggono una grande statua di gesso del santo protettore, che ondeggia nella sua immagine semplice. Un santo al quale non è necessario dare un nome. Passa il piccolo gruppo. C’è odore di incenso. Ai tavoli della piazza si gioca a carte, si beve vino. Un momento di silenzio. Passa il santo. Una vecchia si inginocchia, si fa il segno della croce. Un uomo si toglie il cappello. Nel frastuono di un solo momento, nel mondo, credo che questa sia l’immagine più pura e più vera. Quella che ci appartiene veramente. Quella che ci chiama.

Sarà un caso, ma l’anno prima – nel 1972 – era uscito Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci: il film – è stato scritto – “che Pasolini non riuscì mai a girare” (1). C’è la comunità del Sud Italia, un po’ Cristo si è fermato a Eboli e un po’ Ernesto De Martino; c’è il mago che vive in una grotta sui monti, e c’è la strega di campagna – la maciara interpretata da Florinda Bolkan – che anni prima lui ha messo incinta; e c’è il prete (Marc Porel), e ci sono i “rossi chierichetti”. Quel che è assente, però, in Fulci, è l’innocenza – e, se è per questo, la spiritualità. Il prete è un assassino, che uccide i chierichetti prima che questi diventino grandi e si corrompano: nelle sequenze finali, in cui il sacerdote cade da una rupe schiacciandosi sulle rocce sottostanti, Fulci inserisce dei flashback – lui che gioca a pallone con i ragazzini, che si diverte insieme a loro – che non possono non richiamare l’iconografia pasoliniana più nota. Ma non meno colpevoli sono i contadini, che nella loro superstizione linciano la maciara credendola colpevole degli omicidi; e non meno lo sono i vacanzieri dell’Italia del benessere, che sulla provinciale – mentre risuonano le note di Quei giorni insieme a te di Ornella Vanoni – ignorano la donna, agonizzante ai bordi della strada. E certo non lo è il mago, dipinto fin dall’inizio come un imbroglione di paese. Forse, l’unica davvero innocente è la maciara: ma non in quanto padrona di una sapienza arcaica – nella quale Fulci, materialista convinto, non crede – ma perché vittima di un mondo superstizioso, che Fulci si guarda bene dall’idealizzare, e che prima l’ha marginalizzata e poi uccisa. Per Fulci, la superstizione è figlia della miseria, e l’ossessione per la purezza incontaminata l’altro nome per una relazione (violenta) di potere. L’avrebbe detto bene zio Umberto, anni dopo, in un piccolo elzeviro: quando si accusa la modernità di voler turbare l’innocenza e “la sacralità del mistero” è quasi sempre perché essa rischia di trovare delle regole, “magari biologiche, magari storiche, magari (orrore) sociali”; “ogni volta che qualcuno mi agita davanti agli occhi un mistero,” concludeva, “c’è dietro un rapporto di sfruttamento” (2).

(dedicato a Riz Ortolani, 1926-2014)

  1. Guido Vitiello, ‘Il film che Pasolini non ha saputo fare. Non si sevizia un paperino (1972)’, in Andrea Pergolari e Guido Vitiello, Ha visto il montaggio analogico?, S. Angelo in Formis, Lavieri, 2011, pp. 63-69, p. 64.
  2. Umberto Eco, ‘I nuovi misteri di Parigi’ (1976), in Id., Dalla periferia dell’impero, Milano, Bompiani, 1977, pp. 134-37, pp. 136-37.

Scheda del libro:

  • Titolo: I Mercanti dell’Occulto
  • Autore: Pier Carpi
  • Pagine: 322
  • Editore: 1973
  • Anno: Armenia

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