Per molto tempo ho pensato che al mantovano, inteso come territorio, mancasse una sorta di imprinting mitologico, tale da renderlo non solo folk ma anche freak, al pari delle province emiliane con cui confina, Ferrara, Modena, Reggio Emilia e Parma...
Una visione erronea, me ne rendo conto solo ora, dovuta certamente alle letture e agli ascolti adolescenziali tondelliani e punk-emiliani, alla quale solo recentemente sto cercando di porre rimedio, perché anche la mia terra di origine può vantare una letteratura tale da porla, agli occhi di un indagatore come il sottoscritto, nel pantheon dei luoghi mitologici. A Pietro Ghizzardi, Ulisse Barbieri e Clelia Marchi, di cui ho parlato nei mesi scorsi, aggiungo oggi Arturo Frizzi, irregolare ed incallito ciarlatano, nato a Mantova il 3 maggio 1864 da Carlo e da Angela Ferrari.

Dopo il manoscritto di Giuseppe Bodini, i richordi di Pietro Ghizzardi e le difficoltà di Nerone, accomunati da una sorta di origine geografica e dal medesimo desiderio di tramandare ai posteri ricordi e considerazioni, rimaniamo in zona per occuparci di Clelia Marchi e del suo lenzuolo.

Non è facile descrivere un capolavoro, il rischio di sminuirlo è altissimo.
Ad ogni modo: Fausto Coen, direttore storico di Paese Sera1 mantovano, italiano, ebreo. Un ebreo di quella Mantova (o di Ferrara? E' tutto da scoprire) che aveva in seno una comunità perfettamente integrata nella sua estrema varietà sociale e culturale, che si differenziava in due piccoli particolari: la cultura e il dialetto. Si, perché nemmeno il rabbino più ortodosso del pianeta potrebbe sostenere la tesi che l''ebraismo è una religione.

Questo è un libro che mi è particolarmente piaciuto e a cui sono molto legato; per l’occasione ho deciso di fare uno strappo alla regola non scritta, che vorrebbe che su questo sito si recensissero solo titoli di difficile reperibilità, parlando di un’opera che, seppur molto datata, è da poco stata ristampata da Relapsus, piccola casa editrice di Gallarate, nel varesotto. Il libro in questione si chiama Il palazzo del Diavolo: leggenda mantovana di Ulisse Barbieri, pubblicato per la prima volta nel 1868 dell’editore Natale Battezzati di Milano.

«Borètto 24 aghosto 1986 mio testamento io Pietro Ghizzardi nato a chorte Pavesina di Viadana im provincia di mantova il 20 luglio 1906 im pieno possesso delle mie facholtà mentali dispongho dei mei beni mobili e immobili chome segue istituischo mia errede universsale Pechchini nives iolanda vedova di mio nipote Ghizzardi dante nata a sorbolo il 22 febbraio 1921».

Seguono le firme di Pietro Ghizzardi Pierino, della signora Pecchini e dei testimoni. Il documento definisce nelle date il percorso dello straordinario personaggio Ghizzardi, che si sarebbe concluso 4 mesi dopo, il 7 dicembre 19861 e che trova la sua naturale descrizione nel libro Mi richordo anchora.

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