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Nonostante tutto – lo confesso – avevo una certa riluttanza ad affrontare il De Rossignoli 'rosa': quell'autore, cioè, che fra fine anni '70 e inizio anni '80 aveva licenziato per Sonzogno (la casa editrice, per dire, di Liala) romanzi dai titoli come Concerto per una bambola, Strega alla moda e – appunto – La donna di ghiaccio, apparentemente dimentico dei suoi trascorsi vampirici. E però le bancarelle di paese sono bestie imprevedibili, e nell'avvicinarle è mestieri abbandonarsi alla serendipità: questa, poi, era stata per me teatro di mirabili trouvaille fin dai tempi delle elementari, da Kolosimo al Memoriale di Sant'Elena, e fino a lussuose riviste d'avventura degli anni '30 da far venire una sincope a qualunque studioso di postcolonial. Di sotto a una pila di Harmony, il libercolo occhieggiava proprio me: valeva la pena soprassedere sulla copertina (un indegno acquerello da inserto di Grand Hotel) e sul riassunto in quarta ("Ho amato due uomini diversi tra loro come l'estate e l'inverno"); e finanche, complice un agosto piovoso e un bar davanti a un lago, affrontarne, persino con una certa curiosità, la lettura.

Che bella era la collana Olimpo nero della Sugar. Poe, Stoker e i classici del gotico inglese in edizioni eleganti, essenziali; e nello stesso catalogo di Nodier, Huysmans (Là-bas), Balzac. Sacher Masoch, quando ancora Sterling Morrison e John Cale non si erano imbattuti in Venus im Pelz, e quando - soprattutto - non aveva subito volgarizzamenti plebei a base di latex e sfumature di grigio. E Sade, ovviamente – prima dell'assunzione nell'Olimpo in carta india della Pléiade, quando ancora era una cosa semi-clandestina, da mandare (nella Francia più gretta e piccoloborghese) gli editori sotto processo; ma nell'Italia del 1967 Justine usciva con una copertina celeste polvere, introdotta da Guido Piovene e con un saggio di Jean Paulhan, giusto un anno prima che nelle sale arrivasse la versione cinematografica – folle, kitsch – di Jesús Franco.

Tra gli appassionati di fantascienza ferve, sempre pronto a riaccendersi, il dibattito sul ruolo storico di Urania: diffusione della sf fino a livelli di popolarità eccezionali negli anni '70, o chiusura della medesima in un ghetto, da cui non è più riuscita a uscire una volta che, cessata la spinta della corsa allo spazio e l'influenza della guerra fredda, era necessaria una trasformazione?

Il primo aggettivo che mi sono sentito di associare, a lettura ultimata, a questo volume è "ingannevole". Un "inganno" non troppo sgradevole invero, che si riferisce alla veste editoriale scelta da Longanesi più che ai contenuti dei tre racconti di Bloch, nome che rappresenta una garanzia per l'amante del fantastico. Ingannevole è il titolo, almeno nella versione italiana, dove i "draghi" dell'originale, effettivamente presenti nel testo, sono stati sostituiti da presunti "miracoli".

Noi ci entusiasmiamo davanti agli spettacoli della natura e davanti alle opere dell’uomo... ma non ci rendiamo conto di vedere solo una piccola parte della realtà esistente. Cosa vedremmo, se come gli insetti fossimo sensibili agli infrarossi? Cosa si nasconde in altre bande ancora? Cosa c’è dietro la “sinistra barriera” costituita dai limiti della nostra vista?

Ladro di Ferragosto (1984) e Il santo peccatore (1995) sono due parabole moderne finemente cesellate con parole e frasi di precisione chirurgica e allo stesso tempo di alto valore poetico. Le numerose affinità tra i due romanzi, anche tematiche, segnalano più l'immaginario dell'autore che un messaggio analogo e coerente: le due vicende, infatti, pur mostrando due facce (forse più di due) della stessa medaglia, sono quasi opposte negli esiti.

Vernon Sullivan non è certo famoso per questo romanzo. In linea di massima non è famoso per nulla, ma se aggiungiamo che Vernon Sullivan è lo pseudonimo con cui Boris Vian scrisse quattro romanzi, le cose cambiano.

Se vieni da nord, e se sei Goethe o Winfried Sebald, la visione del Garda è un preludio del Mediterraneo: limoni, glicini, il Pisanello e la Cappella degli Scrovegni, e forse l'intuizione remota delle rovine di Roma. Ma se vieni da sud, e hai imboccato l'autostrada del Brennero a Modena (e da lì a Berlino, dicevano Tondelli e Giovanni Lindo Ferretti, è un attimo), il giallino delle facciate delle case, la forma dei campanili e l'aroma di certi alberghi rischiano, a quell'altezza, di parlarti d'altro. In qualche modo impercettibile, sei entrato nella Mitteleuropa: quel corpo immenso, kaiserlich und königlich anche se il re-imperatore non c'è più da quel dì, che ancora nel 1925 il motociclista austriaco Ernst Ganauser andava cercando - immortalato nel film muto Der Kilometerfresser - da Bolzano alla Bosnia-Erzegovina, da Milano a Praga e Vienna, sulle macerie lasciate dalla prima guerra mondiale.

Vorrei cominciare ringraziando il signor Luigi Di Gennaro (chiunque egli sia), che nel 1975 era abbonato a Urania e ha conservato in perfette condizioni questa copia del libro finita nelle mie mani.

In quell'anno Shipwreck di Charles Logan si aggiudicò il premio per il miglior romanzo di fantascienza inglese indetto dall'editore Gollancz e dal quotidiano Sunday Times. Urania fu rapidissima nel tradurre e pubblicare l'esordio di quella che poteva essere una promessa della science-fiction; purtroppo una laconica pagina su Wikipedia ci conferma che Logan, che ci auguriamo viva ancora, alla ragguardevole età di 84 anni, non ha scritto altro, a eccezione di un paio di racconti rimasti inediti.

Negli anni Sessanta la premiata ditta Fruttero & Lucentini se ne uscì con una battuta poi rimasta negli annali della fantascienza: «Un disco volante non può atterrare a Lucca». Questa la chiosa con cui chiudevo la recensione di Pulsatilla sexuata e con la quale voglio cominciare a parlare de La sepoltura di Gianni Montanari.

«Pulsatilla sexuata è il primo libro italiano di fantascienza». Questa frase, scritta sulla seconda di copertina, credo basti a far sobbalzare sulla seggiola molti dei lettori di Mattatoio n.5. Se poi l'autore è Carlo Della Corte e sei un lettore di Alan Ford e il gruppo T.N.T., è probabile che da quella seggiola tu sia pure caduto...

Nerone, al secolo Sergio Terzi, nasce nel 1939 a Villarotta di Luzzara da una famiglia molto povera. Primo di sette fratelli, si trova spesso a dover mediare tra un padre violento, una madre infelice e molte bocche da sfamare. Nonostante questo, riesce da autodidatta a ritagliarsi un posto di primo piano nel pantheon degli artisti contemporanei, al fianco di alcuni conterranei come Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi. Come quest'ultimo, oltre a essere pittore e scultore di straordinaria forza e suggestione, è anche apprezzato poeta e scrittore. L'analogia con Ghizzardi non termina qua, visto che la loro opera prima è un'autobiografia, che racconta non solo una vita fatta di tribolazioni, ma anche il rapporto con l'arte e le altre persone, la natura e Dio, le donne e il sesso. Molto diversa invece la forma, visto che, a differenza di Ghizzardi, Nerone scrive in italiano. Non è stato facile, questo il titolo della sua opera prima, pubblicata da Vallecchi nel 1978, rappresenta la somma delle difficoltà e delle peripezie che hanno reso l'autore non solo un autentico artista, ma anche una persona dalle straordinarie qualità umane.

La Pasqua è trascorsa da poco: cade quindi opportuna una recensione sul tema fantascientifico più affine, e cioè l'Utopia, la rinascita di una società (non mancano naturalmente le distopie, essendo la fantascienza un genere concreto e a suo modo realistico).

«Borètto 24 aghosto 1986 mio testamento io Pietro Ghizzardi nato a chorte Pavesina di Viadana im provincia di mantova il 20 luglio 1906 im pieno possesso delle mie facholtà mentali dispongho dei mei beni mobili e immobili chome segue istituischo mia errede universsale Pechchini nives iolanda vedova di mio nipote Ghizzardi dante nata a sorbolo il 22 febbraio 1921».

Seguono le firme di Pietro Ghizzardi Pierino, della signora Pecchini e dei testimoni. Il documento definisce nelle date il percorso dello straordinario personaggio Ghizzardi, che si sarebbe concluso 4 mesi dopo, il 7 dicembre 19861 e che trova la sua naturale descrizione nel libro Mi richordo anchora.

Se sei un appassionato di horror, dopo un po' ti trovi come anestetizzato. Non sobbalzi più sulla sedia, anzi saluti i colpi di scena come vecchi amici che stavi quasi disperando di rivedere; apprezzi lo stile, presti attenzione all'intreccio, al gioco delle citazioni; ti getti sulla roba di nicchia, ostenti snobbery. Le ultime cose capaci di suscitarti una vaga palpitazione sono lontane, da qualche parte fra i dischi che ascoltavi alle medie e le trecce della tua vicina di casa: squarci di angoscia di quelli che solo Dickens sa schiudere, immagini cesellate e quiete (e tanto più orrende, chiaro) lasciate in eredità dalle pagine di Shirley Jackson. Harry di Rosemary Timperley, letto in una vecchia antologia curata da Roald Dahl; l'atmosfera straniata, in bianco e nero, di certi racconti di Edith Wharton (e sono tre donne su quattro autori: lo so).

La Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori custodisce un patrimonio archivistico imponente e di grande valore documentario, nel quale spicca il fondo Erich Linder (1924-1983), protagonista di trent'anni di storia dell'editoria italiana. Sotto la sua guida, infatti, l'ALI (Agenzia Letteraria Internazionale) divenne una delle più importanti non solo d'Europa, ma del mondo, arrivando a rappresentare autori come Brecht, Mann, Salinger, Calvino, Volponi, Arbasino. Alla fine degli anni Settanta, della sua "scuderia" facevano parte circa diecimila scrittori di diverse nazionalità. Attraverso i carteggi tra l'agenzia, gli autori e le case editrici, l'archivio, organizzato in serie annuali, testimonia l'influenza e il ruolo determinante di Linder nel panorama editoriale italiano. E in quei faldoni ricchissimi – che mi auguro siano interrogati anche da giovani e seri studiosi, e non solo da cacciatori di bizzarrie – ha lasciato una traccia anche lui, Emilio de' Rossignoli...

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