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Avvicinarsi oggi alla letteratura sperimentale che si praticava più di cinquant’anni fa significa fare un salto in un grande altrove impraticato, persino ostile, un corpus anti-narrativo lasciato cadere nell’oblio. Scelgo di prendere il sentiero di questa selva intricata passando non a caso per L’Oblò di Adriano Spatola, pubblicato da Feltrinelli nell’ottobre del 1964 nella collana sperimentale Le Comete n. 36.

Conduco l’indagine (anche per comodità visto che li ho sottomano, in condizioni perfette) sulla collana Jacula collezione, raccolta e ristampa della serie regolare, uscita dal ’73 all’84 con splendide copertine inedite, assai più spinte di quelle originali. Jacula appare per la prima volta nelle edicole nel 1969 (un periodo politicamente e culturalmente lontano dal nostro presente editoriale, dominato – leggo la classifica da un Tuttolibri a caso – da gente come Volo, Carofiglio e invadenti scrittori dall’aldilà), cavalcando una erotizzazione sempre più spinta del cinema horror del periodo (penso alle vampire lesbiche dei primi gotici italiani di Polselli e Regnoli o a quelle della Hammer dei primi ’70 e ancora a quelle spintissime del cinema iberico di Aranda e Franco).

Nel settembre del 1975 l’editore Rizzoli manda in libreria un interessante volume a firma di Anonimo, I soldi in paradiso. Si tratta di un racconto fantapolitico, una commedia sulla fine del capitalismo in Italia e sul tracollo di un intero sistema politico. Il romanzo tiene conto del senso di fine di una collettività e delle mutazioni di un certo italiano inetto e fanfarone alla base di molti film della commedia degli anni ’60, in particolare quelli interpretati da Alberto Sordi. Gli anni ’70 tuttavia sono l’ultima stagione di popolarità del nostro cinema, un decennio fecondo e sperimentale, d’irripetibile libertà.

La casa del buio è uno Sperling & Kupfer del 2002, scritto da Stephen King e Peter Straub (traduzione di Maria Teresa Marenco). Il romanzo, uscito nel 2001, due anni dopo l’incidente quasi mortale che coinvolse King nel 1999, appartiene di diritto all’ultima fase, quella giustamente definita da Giovanni Arduino, in un bel numero di Linus dedicato allo scrittore americano, malinconica e melanconica. In questa fase però, King raggiunge anche la sua piena maturità, quasi una piacevolezza narrativa (quasi) senza più padri o padroni.

Il clima ansiogeno di questi giorni1 contagia la comunicazione televisiva e digitale: caccia alle mascherine, orribili racconti su malati intubati, cadaveri portati via di nascosto dalle autorità, ambulatori avveniristici e voli di biocontenimento; nell'età multimediale la potenza evocativa della comunicazione materializza nuovamente paure antiche di complottismo millenarista.

Non ho l’obbligo di rispettare scalette o disposizioni particolari, rispondo solo a me stesso e ai pochi lettori del sito. Dico questo perché voglio esordire con una domanda: “Com'è possibile che La Gana sia un libro disperso e dimenticato?”. Nel nostro Paese non si trova praticamente nulla che lo riguardi e di questo faccio fatica a capacitarmene. Zero di zero, qualche riga o poco più. Dico questo con rammarico, invitandovi a recuperarlo, perché La Gana è uno di quei libri che non si dimenticano, un autentico pugno nello stomaco del quale non si può che parlarne… male.

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