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Un titolo azzeccato, questo, in periodo di cattività casalinga. Lo cercavo da tempo ad un prezzo abbordabile e dopo mesi di attesa, riesco giusto a recuperarlo all’inizio delle prime misure di contenimento del coronavirus. Un segno? Non credo, o almeno, per ora non mi è ancora successo di essere scaraventato fuori casa da una torva di vicini impazziti. Che dire… rimango alla finestra, in attesa.

Requiem for Richard Laymon

Ho tentennato un po' prima di scrivere questo articolo, in parte perché di Richard Laymon so quasi nulla. Di esperti su di lui ce ne saranno, ma non devono essersi sprecati perché su internet (in italiano) si trova pochino. In un volume di Monster Masters di qualche anno fa era possibile leggere alcune cose su di lui dette dalla moglie Ann Marshall. Su youtube circola una intervista degli anni ’90, con lo scrittore che si dondola sornione su una sedia, il viso largo a frittella, gli occhietti piccoli dietro le lenti dei grandi occhiali, il fisico corpulento e obeso.

Primi Anni '80. Oscar Chudzinski, trentaseienne polacco, ex studente di filosofia presso l'Università di Varsavia. Cameriere che vive a New York da sei anni. Un “fallito”, come ama definirsi lui. Un “fallito” che vorrebbe scrivere un saggio filosofico sociale, ma – a parte qualche abbozzo - rinuncia di continuo, perché non ne ha voglia.
Oscar, nonostante la sua impotenza, scopa con Nataša, una donna russa che ama alla follia. Una ninfomane che ama essere sottomessa sessualmente, in particolare da Oscar. Una donna che ama fare sesso con chiunque, ma che ha un'intesa particolare solo con Oscar.

Nella bella introduzione alla nuova edizione del classico di Ernesto de Martino Sud e magia (Biblioteca Donzelli, 2015), i curatori Fabio Dei e Antonio Fanelli accennano - nonostante la scomparsa di certa cultura della miseria e di un contesto contadino e agrario legato ad ideologie magico religiose dissolte parzialmente dall’avvento della cultura di massa -  a una permanenza della magia nei contesti modernizzati e urbani dei segmenti sociali del ceto medio. 

Immaginate una di quelle zone residenziali della periferia di Los Angeles alla fine degli anni ’50, ovvero un reticolo di viali  con le villette ad un piano, dove tanti giovani padri di famiglia tentano di mettersi alle spalle gli orrori della Seconda Guerra Mondiale e di convivere con il timore della Terza generando bambini con mogliettine devote, tagliando il prato la domenica, organizzando barbecue con gli amici e bevendo birra sul divano davanti  all’elettrodomestico più di moda in quel periodo: la TV, autentico strumento di affermazione sociale.

Lo confesso, la fiaba Le avventure di Pinocchio non mi è mai particolarmente piaciuta. Ricordo con piacere lo sceneggiato televisivo dei primi anni Settanta per via della coppia comica composta da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, ma questo è un altro paio di… orecchie. Mi sento quasi in colpa, il romanzo scritto da Carlo Collodi è al secondo posto nella classifica dei 50 libri più tradotti al mondo1, tra l’altro l’unico italiano in lista, e io mi permetto di esordire mettendo subito in chiaro che non è in cima ai miei preferiti. Per fortuna, grazie ad un vecchio romanzo di fantascienza del quale vi ho parlato tempo fa, ho scoperto che in Russia ne conoscono una versione molto diversa, riadattata da Aleksej Tolstoj nel 1935 e pubblicata l’anno successivo.

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